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Eroica Fenice

Teatro

La scortecata, due pulzelle nel cuore dei sogni

Martedì, 29 gennaio è andato in scena al Teatro Bellini lo spettacolo “La scortecata”, con testo e regia di Emma Dante e con gli attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Lo spettacolo, liberamente tratto dal racconto “La vecchia scortecata” de “Lo cunto de li cunti“ di Giovan Battista Basile, inscena due sorelle che, oramai vecchie e decrepite, tentano di sedurre un re con un inganno. Il finale dello spettacolo farà da perno al senso di uno spettacolo che risulta essere strutturato su due piani, uno narrativo e  l’altro metanarrativo. “La scortecata”, lo scontro della realtà con il sogno Sulla scena scarna, le tavole del palco, due attori, due sedie, un baule e un castello fiabesco in miniatura albeggiano su un orizzonte oscuro. I dialoghi drappeggiano lo spazio scenico con lembi di parole di un dialetto arcaico,  fiondano nella platea in un rete di lessemi napoletani del ‘600, spargendo il sangue caldo di una lingua, grumi di sillabe colme di un tempo millenario. Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola scavano nel ventre di una lingua, traendo fuori un dialetto vivido,  gestualità popolari, rendendo carne viva una scena composta dal minimo indispensabile. Nello spettacolo “La scortecata” di Emma Dante, gli attori sono gli unici ad essere sul palcoscenico, incarnando i ruoli di due vecchie zitelle, Carolina e Rusinella. Sviscerando dal repertorio di Basile “lo trattenimiento decimo della iornata primma”, cioè il racconto “La vecchia scortecata”, la regista  utilizza il dialetto arcaico come un boato di vitalità, uno scoppio di schegge di parole che tempestano la scena  di una reboante tempesta di vita. I due attori, impersonando le due vecchie sorelle, in un cambio continuo di registro linguistico, tendono le redini di un linguaggio vivo, plasmandolo ad un linguaggio corporeo più profondo, creando un connubio truculento che apre faglie profonde nel substrato ricettivo dello spettacolo, liberando da un lato energie e scatti di profonda ilarità e comicità, dall’altro una tensione più prettamente tragica, quasi violenta che nasce proprio da un brusco bypass di registro linguistico, che tende a enfatizzare le storture orripilanti della vecchiaia. Il racconto è tratto liberamente dall’opera di Giovan Battista Basile “Lo cunto de li cunti ovvero trattenimiento de peccerille” o “Pentamerone”. L’autrice cambia il racconto, eliminando il lieto fine. Sulla scena i due attori personificano entrambe le sorelle, non ponendo dei punti di riferimento allo spettatore. Cambiano continuamente ruolo, creando la scena adatta al racconto. Al principio lo spettacolo apre con le due vecchie intente a leccarsi il  mignolo. Devono prepararsi per mostrarlo al re che tanto aveva apprezzato il canto e la voce di una delle due sorelle. Ora il re è intenzionato a incontrare di persona quella dolce fanciulla, ma le donne lo gabbano dicendo di voler mostrare, per ora, solo il mignolo della mano da dentro la serratura della porta del loro stambugio. Una di loro riuscirà a passare una notte nell’alcova regia, ma l’inganno verrà scoperto e la vecchia buttata dalla finestra. Rimarrà incastrata su di un ramo e trasformata da una fata in una bella […]

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Teatro

“Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando”, ridere della miseria umana

Venerdì, 25 gennaio al teatro ZTN è andato in scena lo spettacolo “Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando”, scritto e diretto da Maurizio D. Capuano, con gli attori Rosa Andreone, Antonio Cilvelli, Emanuele Di Simone, Luigi Esposito, Arianna Festa, Emanuele Iovino, Alessandro Mastroserio, Gennaro Monforte, Enza Palumbo, Kevin Stanzione; i costumi, le bambole e le scenografie sono ad opera di Rosa Andreone; i forni crematori sulla scena, invece, sono stati realizzati da Gennaro Mondorte.  Lo spettacolo ridipinge in una ottica diversa quella orrenda pagina della nostra storia che è stata l’esistenza dei Sonderkommandos, internati dei campi di concentramento che avevano il compito di raccogliere i cadaveri dalle camere a gas e trasportarli nei forni crematori. Lo spettacolo è una riconversione di una tragedia così immane in una Piece circense, nella quale sono l’ironia e la comicità clownesca a vestire i panni di una storia così tragica, assurgendo ad un  compito catartico e vivificante, attraverso il sorriso. “Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando”, Una esplosione di ironia catartica e miseria umana Uno strato di cenere ricopre l’intero piano scenico, si sedimenta perfino sulle sedie della platea, polvere di ossa di cadaveri, inermi, immobili come  bambole di pezza. La morte si condensa in uno spazio circense, si intaglia nel rosso sbavato di un trucco.  Il tanfo dei cadaveri diviene il profumo di polvere di uno stambugio, il profumo di fragili stelle di carta cinerea, il profumo di teatro tra i solchi tristi delle crepe del trucco di un clown.  Il terrore dell’olocausto risuona tra i cadenzati passi truculenti, volteggia in pianti di lamentazioni  forzate . Lo spazio scenico diviene un circo; i corvi del sonderkommando, clown da strapazzo; i forni crematori divengono voraci macchine sputa cenere, che fagocitano cadaveri di bambole di pezza, restituendoli in uno sputo di coriandoli grigiastri. “I Corvi neri del Sonderkommando” è tutto questo: uno spettacolo circense, gesti bizzarri di clown, un movimento continuo di pagliacci buoni e cattivi, tra ironia e inquietudine, in una condizione di assoluta disperazione affogata in un’ironia caustica, che trangugia le pareti del teatro, rispecchiandosi nei sorrisi degli spettatori, ridisegnando l’orrore in un pastiche di riso e amarezza, di consapevolezza di un orrore attraverso una risata catartica. Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando, catarsi e ironia La catarsi attraverso l’ironia: ecco il leitmotif che trasborda agli occhi e all’udito di ogni spettatore presente allo ZTN. I trucchi clowneschi, impastati come calce viva sui visi degli attori, un po’ sbavati, asimmetrici, quasi a simboleggiare una assoluta ironia che  scioglie il rosso del tinta labbra sotto il bruciante calore orripilante dei forni crematori in una colata di sangue innocente, definiscono la scena in un continuo sbeffeggiarsi, non prendersi sul serio, sfottersi delle proprie diversità, imbrogliare il  Kapo delle ss, pagliaccio perfido e perverso, delle proprie incomprensioni, delle sue truculente urla da strapazzo, ridere del Blockfuhrer, del suo sorriso meccanico che gusta un lecca-lecca da bambino discolo. I corvi neri, pagliacci Sonderkommando, difatti sono consapevoli della loro duplice condizione miserabile: accollarsi il fardello della […]

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Teatro

“A che servono questi quattrini”, Giuseppe Miale Di Mauro rilegge Armando Curcio

Venerdì 18 gennaio al teatro Sannazaro è andato in scena “A che servono questi quattrini”, adattamento della omonima commedia di Armando Curcio del 1940 con Pietro De Silva e Francesco Procopio e per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro. La commedia è un’esilarante rivisitazione in chiave contemporanea, nella quale a far da padrone è una riflessione sul ruolo della ricchezza e del denaro. In una società come quella odierna è proprio l’apparenza, che in un guazzabuglio di sovvertimenti di ruoli e di valori in decadenza, perfino un banale imbroglio può risultare risolutivo. “A che servono questi quattrini” di Giuseppe Miale Di Mauro, uno specchio alla contemporaneità Il teatro è il luogo d’eccellenza nel quale è possibile trasportare la realtà, con tutte le sue problematiche, in tutte le sue forme. La sublimazione nasce da contatto diretto con il pubblico, da un rapporto uno ad uno, non mediato, attraverso il quale è possibile profondere parole, sotto forma di dialoghi e monologhi, è inoltrarsi nel ventre a botte di emozioni oppure accendere una riflessione. Lo spettacolo “A che servono questi quattrini”, inscenato sul prestigioso palco  del Sannazaro, ha fatto in modo di divertire, ma ha anche sollecitato una riflessione sulla contemporaneità, presentando un adattamento che ha lasciato un buon spazio all’immaginazione e nel quale ognuno di noi ha potuto riconoscere una particolare situazione, un particolare modo di approcciarsi con il mondo; interesse, promesse, demagogia, arruffoni mascherati da signori. La trama di questa versione con la regia di Giuseppe Miale Di Mauro si discosta dall’originale commedia di Armando Curcio e dalla famosa e omonima trasposizione cinematografica del 1942 con la regia di Esodo Pratelli e con l’interpretazione di Eduardo e Peppino De Filippo. Il marchese Eduardo Parascandolo diviene il professore, che, con un astuto stratagemma, convince il povero Vincenzino Esposito a licenziarsi dal suo lavoro di impiegato comunale per insediarsi nelle fila del suo partito e sposare la  filosofia della ostilità al denaro, alla ricchezza e al lavoro. Per il professore il lavoro e il denaro sono  castighi e rendono gli uomini schiavi della ingordigia. Bisogna prendere esempio dai grandi filosofi greci, come Socrate e Diogene, che oziavano e speculavano, filosofeggiando sull’esistenza, senza avere il bisogno di possedere e di sporcarsi le mani. La povera sorella di Vincenzino, Carmela, tuttavia è costretta a far fronte  agli ingenti debiti che ha dovuto accollarsi per far fronte alla situazione e poter tirare avanti. Vincenzino e Carmela vivono nella stessa casa e l’unico  stipendio era quello da impiegato comunale di Vincenzino. Ora sono costretti a far fronte a diverse vessazioni, tra le quali la minaccia di sfratto, le continue visite e sollecitazione dello strozzino e guappo Renato De Simone  e i debiti contratti perfino con i negozi di alimentari. La situazione, lungi dall’essere buona, sarà completamente ribaltata da una improvviso deus ex machina, una lettera che contiene un rendiconto di un lascito di una eredità di un lontano parente, che ha deciso di lasciare la sua eredità ai cugini, spartendola in parti uguali. Tra questi cugini vi […]

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Teatro

E pecchè, pecchè, pecchè? Pulcinella in Purgatorio al Teatro San Ferdinando

Giovedì, 17 gennaio al Teatro San Ferdinando è andato in scena lo spettacolo “E Pecchè, E Pecchè, E Pecchè. Pulcinella in purgatorio” con la drammaturgia di Linda Dalisi e l’ideazione e la regia di Andrea De Rosa. A calpestare le tavole del palcoscenico gli attori pulcinella Massimo Andrei, Maurizio Azzurro, Rosario Giglio, Marco Palumbo e Isacco Venturini, che in un tripudio di gesti spasmodici, ripetitivi, di una recitazione forsennata, caustica hanno congelato la scena in un purgatorio di continui ritorni mimici e gestuali, roteando intorno ad un perno umano, una donna immobile,  silenziosa e misteriosa in modo inquietante,  interpretata dall’attrice Anna Coppola, intenta a perpetuare una speranza di un futuro arrivo, sotto la luce languida dei riflettori a rischiarare l’opacità nascosta sotto al velo dell’esistenza. “E Pecché? E Pecché E Pecché” – Pulcinella in Purgatorio: l’intera esistenza in scena Il silenzio è predominante, il silenzio è inframmezzato da gemiti, da movimenti corporei regolari, da calpestii e scricchiolii fradici di insensatezza. Il silenzio erompe tra gli interstizi della platea, borbotta tra i suoi ghirigori labirintici, serpeggia carezzando anime di spettatori in sintonia, smuove respiri ansimanti di figure mascherate e flutti di polvere di sabbia, innalza odori mistici, nubi catartiche smosse dal tonfo del senso. Davanti agli occhi unanimi della platea il palcoscenico è un Purgatorio, un luogo distopico, preso forma tra le frattaglie dell’esistenza umana. È incasellato in un mondo onirico, incastrato a metà tra un fulgido paradiso salvifico e il mondo terrestre, dove vi si scorge la polpa torbida di una bruma che obnubila il senso, giganteggia il dubbio umano verso l’esistenza. Questo è lo spazio claustrofobico in cui si muovono, in ciclici movimenti regolari, ritmici, lenti, teatrali, i quattro pulcinelli dello spettacolo “Pulcinella in Purgatorio”, che ruotano intorno ad un passaggio bloccato, in una drammaturgia sciamanica, cercando di carpire un segnale, cercando di ascoltare ed evocare voci di salvezza, striscianti tra l’ipogeo di un fondo sabbioso. Tuttavia, è il quinto pulcinella a stemperare le calcificate figure sovrumane, ad asciugare un clima mistico ed enigmatico con un umorismo tutto umano. Sbuca tra la platea, chiede indicazioni, sprofonda anch’esso nell’ade di un’attesa, profondamente spaesato. Il pulcinella in Purgatorio interroga continuamente gli altri, chiede dove è finito, se per caso è morto, dove è possibile trovare del cibo per mangiare. I dialoghi risultano esilaranti, di un’ilarità e comicità tutta napoletana. Il quinto pulcinella sbeffeggia gli altri, non si dà la pace, non riesce ad acquietarsi in una condizione di eterna attesa, ma anche incrostata in un perenne e ossessiva ricerca del senso, vidimata e accomunata da una domanda: ” E perché? “. Vi è sopra al palco, imperniata tra le schegge pungenti delle tavole, scantonata tra la pelle raschiosa del fondo sabbioso, l’intera esistenza umana, torchiata dall’insensatezza. Il regista in uno sforzo catartico crea una materia scenica che è emblema dell’esistenza. Marchiando a fuoco sugli occhi diafani del pubblico, attraverso la luce dei riflettori, crea delle figure emblematiche, motori atavici dell’uomo, incarnandole in personaggi umani quali la legge, il dogma, la morte, l’umorismo, […]

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Teatro

“Creditori”, una “tragicommedia costi-benefici” di contabilità sentimentale

Venerdì, 11 dicembre è andato in scena al Piccolo Bellini la prima dello spettacolo Creditori, adattamento della tragicommedia del 1888 di August Strindberg di Orlando Cinque e Fiorenzo Madonna, con Orlando Cinque, Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa e per la regia di Orlando Cinque. Il dramma borghese mette in scena il cortocircuito di una storia sentimentale di stampo introspettivo, rischiarendo in modo prettamente naturalistico e scientifico il fenomeno di una deflagrazione di un rapporto sentimentale, ridotto a un linguaggio di mera contabilità sentimentale e giochi di potere, tipica dei rapporti interpersonali di una certa classe borghese. “Creditori” di Orlando Cinque, la dissezione di un amore come carne trinciata Un quarto di bue appare sullo sfondo del palcoscenico, intagliato a forma di  busto femmineo, segnato da rigagnoli ardenti di un rosso cruento della carne viva che convergono nella regione pelvica fino a mostrare le viscere impudiche di una donna, strappata dalla pelle polverosa della finzione, mostrando le croste della contraddizione di un’anima. È la carne di Tekla, una donna prorompente, concupiscente, scolpita tra i nodi, nella carne dal marito Adolf, quasi a volerne mostrare i dissapori di un rapporto sentimentale, minato da una miriade di dubbi come dardi infuocati, pronti a bruciare le pareti fragili di  una utopica serenità. È una scultura truculenta, scolpita nella carne nuda, quasi a voler addentare e sfilacciare quelli fibre muscolari, vivisezionandole e mostrando, in uno spietato e infimo realismo, lo scontro di lame affilate di forze irrazionali, pronte a intaccare le radici di anime affini e marchiando a fuoco la carne nuda di un rapporto sentimentale con la filigrana del realismo. Questo è Creditori: è la messa in scena di una spietata dietrologia di elementi realistici, che si nascondono dietro le recondite strade di una storia d’amore. Si potrebbe dire che tutto ciò nasce dalle fallite esperienze amorose di Strindberg, che nelle sue esperienze esistenziali ha cercato di esorcizzare, in una sorta riflessione autobiografica, un istinto di rabbia o di vendetta in un verecondo cinismo  da ateo dell’amore, come sentimento positivo e conciliante. Nella maestosa recitazione di Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa, nell’adattamento di Orlando Cinque (che veste anche i panni di Gustav) e nella regia dello stesso Orlando Cinque, tutto ciò che auspicava Strindberg ha preso forma. La sobrietà della scena, la predominanza ai dialoghi e alla recitazione hanno spiattellato in grembo agli spettatori un’orda di tensione, le parole recitate e crude hanno avuto il sapore amaro della disillusione, tutto il teatro si è rinchiuso in una bolla bluastra che ha spazzato via le speranze di consolazione e le fantasticherie amorose. Adolf è il marito di Tekla. Sono una fresca coppia e, malgrado abbiano una buona intesa sessuale, il marito è colto da dubbi sulla sua relazione, scorge gli albori di una imminente crisi. Qui subentra in scena il personaggio cardine, cioè Gustav, nuovo amico di Adolf, ma che in realtà è un vecchio fidanzato di Tekla, rancoroso, vendicativo, manipolatore. Gustav subentra nella psiche di Adolf, tramando un piano vorticoso, […]

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Food

‘a Figlia d”o Marenaro presenta il calendario 2019 tra storia, radici e futuro

Lunedì 17 dicembre ha avuto luogo, nella “Sala Caruso” dello storico Hotel Vesuvio di via Partenope, la presentazione della mostra fotografica del calendario 2019 de ‘a Figlia d”o Marenaro”, firmata dalla fotografa Lucia Dovere, all’interno di un  progetto grafico ideato e realizzato dal designer Davide Mattei. Le fotografie sono incentrate sulla figura prorompente e audace di Assunta Pacifico, imprenditrice e fondatrice del famoso ristorante di via Foria, ‘a Figlia d”o Marenaro. Fotografie che emanano la fierezza e la tenacia di una donna che, partendo dal basso, è divenuta una delle imprenditrici più autorevoli e carismatiche della ristorazione napoletana: praticamente un miracolo dell’imprenditoria femminile tutta napoletana. Il ricavato delle vendite del calendario sarà devoluto interamente alla Fondazione Santobono Pausilipon onlus. ‘a Figlia d”o Marenaro, la regina della zuppa di cozze Gli scatti artistici ad una donna, la fierezza raggiante di una mamma imprenditrice dalla forza leonina, una figura che si staglia nella selva delle difficoltà della vita, fotografie che profumano di successo, così fiere a buon diritto che riflettono la luce raggiante del raggiungimento di un mito urbano. L’ambientazione di questa fantastica storia non può che essere Napoli, una città, che tra le mille voci gioviali e languide, fa risentire lo scricchiolio di una storia stratificata, di strade ricolme di bellezza, che sa anche racchiudere in uno scrigno di un’ostrica o nella conchiglia di una cozza, tutto il sapore vivo di una tradizione culinaria millenaria. La storia di Assunta Pacifico, ‘a Figlia d”o Marenaro, è intarsiata tra le vene marmoree dell’arte della cucina napoletana. La sua figura che riaffiora forte in uno sfondo scuro, sul palco del teatro Bellini, uno dei set fotografici più importanti di questo calendario, è sul piedistallo dell’arte culinaria. Una venere,  una divinità della zuppa di cozze, che emerge dai capelli dorati con uno sguardo severo, fiero, vincente, di chi ha affrontato gli angiporti oscuri delle difficoltà più svariate uscendone a testa alta, con un disegno sul volto, che emerge tra le cromature degli occhi, che ricorda il suo passato, la storia di una bambina e poi donna, figlia d’arte, che già in tenera fu iniziata alle asperità del lavoro, tra polpi annaspati e incrostature di cozze. Assunta Pacifico è la figlia di Papucc’ ‘o Marenaro e Maria l’Acquaiola. All’età di 7 anni imparò a fare la zuppa di cozze, tra i banchi della cucina del ristorante ‘a puteca, aperto nel 1955 a Porta Capuana dal padre Raffaele Pacifico. Puliva i frutti di mare in piedi su una cassa di legno di Peroni per sopperire alle mancanze fisiche della giovane età. Più in là, crescendo, recuperò l’altezza adatta per guardare dall’altro in basso una pentola che bolle, ma ciò che ribolliva ardentemente era il suo sangue, mischiato a quella atavica passione della cucina, instillata fin da giovanissima e facente parte del suo corredo genetico. Questa è la storia che Assunta Pacifico ci tiene costantemente ad anteporre come un memorandum, prima di ogni altra cosa, anche prima cogliere i frutti meritati del successo. La fierezza di queste sue umili […]

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Musica

Francesco Di Bella, un diavolo rock in dub style al Sannazaro

Si è tenuto mercoledì, 12 dicembre il concerto per la presentazione del nuovo album “O’ Diavolo” del cantautore napoletano Francesco Di Bella al Teatro Sannazaro. Il cantautore ha tenuto sotto scacco emotivamente il pubblico per un’ora e mezza, nella quale non si è potuto fare a meno di ballare e sciogliersi in un tripudio di ritmo e sonorità incalzanti. È stata l’occasione giusta per presentare, tra l’altro, i nuovi componenti della band: Salvatore Rainone alla batteria e Roberto Porzio alle tastiere. In scaletta anche i vecchi brani, tratti da “Ballads Café” del 2014 e “Nuova Gianturco” del 2016, che hanno avuto una forma diversa. Il nuovo album di Francesco Di Bella “O’ Diavolo” Il suono tagliente di una chitarra, un ballo tribale cadenzato, lo scoppio fulgido di luci rosse offuscate, in un’amalgama di atmosfere ancestrali, una maschera a sancire l’apertura di uno spettacolo al cospetto di Ade e i movimenti scomposti di un ragazzo che si appresta a condividere la sua catabasi in un clima di tragedia euripidea. È la tappa napoletana del “O’ Diavolo” tour al teatro Sannazaro del cantautore napoletano Francesco Di Bella che ha presentato il suo ultimo album “O’ Diavolo”. Il cantautore è salito sul palco con una maschera, ha dato vita ad una danza irregolare, rapito da un suono ritmico, ha sancito l’epifania di una nuova sonorità, un lavoro divergente rispetto ai suoi ultimi due album. I suoni affilati e secchi della chitarra hanno spezzettato l’atmosfera, hanno preso forma divenendo i caratteri di un manifesto di una nuova sonorità, una sonorità pungente, ma allo stesso tempo malinconica, anche un certo ritorno al vecchio sound dei 24 Grana. Il singolo ” O’ Diavolo”, il brano che apre l’album, ha aperto il sipario. Si sono manifestate, già dai primi battiti della cassa, emozioni velenose, grumi di emozioni che si sono fuse immediatamente in toni rabbiosi, in un messaggio chiaro: «O Diavolo sona, o’ diavolo canta, ‘o diavolo piace a tutte quanta». Ecco la tornada del brano che ci ricorda una presenza, senza tempo che scorrazza tra noi mortali. Il diavolo è emblema di questo ultimo lavoro di Francesco Di Bella. Il diavolo porta con sé la zavorra del piacere, la dona a coloro che vogliono fare di ciò una virtù. Ti invita ai suoi banchetti prelibati, si fonde nei meandri della esistenza di ognuno di noi divenendo fumo dolciastro, che ottenebra i cuori e l’amore e distilla odio, competizione, denaro, piacere nei beni materiali. Su ciò il cantautore vuole porre l’accento: sulla contemporaneità, sull’annichilimento dell’epoca contemporanea. Lungi dall’essere solamente figura negativa, il diavolo ha costantemente rappresentato nelle nostre esistenze anche il piacere sano della vita, incarnandosi, tuttavia, divenendo il corpo di tutto ciò che è piacere. In questo lavoro Di Bella, però ce lo presenta come la materializzazione di un certo nichilismo e dell’edonismo consumistico. Il diavolo striscia, è in una costante frizione con la nostra anima, crea solchi indelebili: non si può rinunciare al piacere dell’amore, della musica, dell’erotismo, ma il cantante ci ammonisce, bandisce un certo […]

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Teatro

Stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio

Giovedì, 11 ottobre, si è tenuta al caffè letterario Intra Moenia la presentazione della stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio di San Giorgio a Cremano, uno storico palco solcato dai primi passi, indelebili nella tradizione del teatro napoletano, del grande Massimo Troisi, insieme a Lello Arena, Enzo Decaro e tanti altri attori che, tra le pareti del teatro di via San Giorgio Vecchio 31, intrise di un forte spirito teatrale, in un clima di grande fermento culturale, hanno varcato per la prima volta le soglie del palcoscenico. Noi di eroica eravamo presenti alla presentazione della stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio e vogliamo raccontarvela. Stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio: l’atmosfera L’aria, a volte, riesce ad addensarsi, a catturare particelle di immaginazione e arte, guarnendo con guadi aeriformi un’atmosfera, colma di magia scenica, di calore fervido della tradizione, dell’ebbrezza della catabasi della sperimentazione. L’aria, a volte, riesce a scalfire tracce tra le pareti con ricordi di parole recitate, di emozioni dal sangue storico. Quest’aria si condensa in uno spazio scenico, travalica la calce annerita di un sottoscala, crea gocce di acqua diafana che riflettono le maschere della tradizione, si congela in un piccolo teatro di provincia e riesce a incastonarsi tra le crepedel palco, conservando la magia del teatro, concentrandola tutta al “Centro Teatro Spazio“, un teatro storico che ha vissuto e rivive tra gli interstizi delle viscere della tradizione e del teatro contemporaneo e di sperimentazione. Sotto un mantello corposo di polvere negli anni ottanta, il “Centro Teatro Spazio” aveva concluso la sua attività. Aveva concluso le sue energie di suggestioni popolari della commedia dell’arte e le ingenti iniezioni di vitamine di prosa dialettale, aveva smesso di nutrirsi dei recitativi in quel dialetto prorompente, attuale. Dopo che la maschera di Massimo Troisi si era imposta in tutta Italia, il teatro era morto. Era in stato di decomposizione, sbudellato dall’incuria in una pozza di polvere, nella quale sguazzavano i topi, che  rodendo il legno consunto del palco e la plastica dei vecchi seggiolini di un vecchio cinema di San Giorgio (lì stipati ), giocavano a rincorrersi tra i burattini di Renato Barbieri, famoso burattinaio che aveva mantenuto il luogo come una sorta di scrigno prezioso di orpelli atavici, e lo usava come deposito per le sue creature, un deposito dove aveva conservato anche macigni di affetto, per l’amore per il teatro. Da lì è partita la sfida. Nel 1988 il drammaturgo, l’attore e regista Vincenzo Borrelli  ha deciso di far riemerge quel prezioso relitto, sprofondato nell’oblio: ha voluto scrostarlo dai sedimenti dell’inattività, oliare quegli ingranaggi ormai ossidati dall’indifferenza e dell’inoperosità; ha dato una definitiva scrollata alla polvere e alla foschia dell’abbandono, risollevando  quel corpo, fatto di tavole del piano scenico e dell’odore caldo della platea, riprendendo l’attività teatrale, sostituendo l’aria pesante dell’umidità alla fragranza eterea dell’arte, quell’arte teatrale che negli anni si era nascosta nell’oscurità del sottopalco e che ora poteva riemergere, in tutta la sua lucentezza. Dapprima Vincenzo Borrelli, insieme al padre Ernesto e al fratello […]

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Teatro

Torna in scena “I CORTI DELLA FORMICA”, il mini-festival di corti teatrali

Mercoledì 3 ottobre nella Sala della Giunta di Palazzo San Giacomo si è tenuta la presentazione del prestigioso Festival di corti teatrali ” I CORTI DELLA FORMICA ” che andrà in scena al Teatro TRAM dal 9 ottobre. Il longevo festival al teatro TRAM “I corti della formica” quest’anno ha raggiunto la sua tredicesima edizione. ” Il teatro è a colori […]  l’arte scenica è sempre stata, grazie alla sua naturalezza, viva di colori e di vita…” Gianmarco Cesario blinda la sua idea di teatro e il suo festival “I CORTI DELLA FORMICA” (di cui è il direttore artistico) con questa formula lapidaria, con questa clausola che sintetizza uno sguardo vivido e verace del palcoscenico, un modo caleidoscopico di concepire le sfumature dei colori della vita della scena, un’esalazione di energie vitali, scandito dai ritmi e dagli scricchiolii del legno consunto del palcoscenico. La formula scelta di questa edizione,” Il teatro è a colori “, non è un tema da rispettare; non è un modo per orientare gli spettacoli verso  istanze precise a cui attenersi; ma è il sottotitolo di questa tredicesima edizione, che è anche, a buon diritto, una estensione ad un concepimento di una idea di teatro come mimesi della vita stessa, senza alcuna mediazione tra sé e la platea, in uno scoppio fulgido di colori che corona e simboleggia la stessa esistenza, in un allucinante arcobaleno scenico che tinge gli occhi degli spettatori e ne rapisce il cuore. L’eclettico artista napoletano, drammaturgo, regista, scrittore,  corona questa  sua idea, riscattando il teatro come una forma d’arte che, per il suo naturale statuto, non ha alcuno artificio fotografico, cinematografico e televisivo, dunque nessun medium ad intercedere tra le macchine attoriali e gli estasiati  corpi degli spettatori, restituendo la scena come un abbacinante mosaico di colori e sfumature di esistenza, come boati di vitalità che erompono tra i toni variegati dei recitativi degli attori, così come  la vita che è un tripudio di colori, dalle tonalità pure, vere, cristalline. “I CORTI DELLA FORMICA” è un mini-festival composto da 18 spettacoli, che saranno distribuiti nel corso di 6 serate. I corti teatrali avranno inizio il 19 di ottobre al teatro TRAM, andando in scena tre per ogni sera, sotto gli occhi vigili di un’attenta giuria che sarà composta da allievi dell’ultimo anno delle scuole superiori, i quali saranno, insieme al pubblico, parte attiva di un dibattito che avverrà, dopo la fine di ogni spettacolo, con i componenti del cast, tra domande e singole opinioni. La presentazione del minifestival “I corti della formica” Nel corso della presentazione nella sala della Giunta di Palazzo San Giacomo, il direttore artistico, Gianmarco Cesario ha orgogliosamente rivendicato tutta la soddisfazione per essere riuscito a siglare la sua tredicesima edizione. Il festival, infatti, è nato nel lontano 2005 con un nome leggermente diverso: “LA CORTE DELLA FORMICA” ed è stato il primo festival di corti teatrali ad essere realizzato a Napoli, prodotto da “Teatro a Vapore”. Successivamente, il direttore artistico, nella stessa conferenza, ha mostrato tutta la sua […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Francesco Vaccaro inaugura la mostra personale “Nient’altro che storia”

Venerdì 28 settembre 2018, nelle sale della Biblioteca della Società di Storia Patria al Maschio Angioino, è stata inaugurata la mostra personale di Francesco Vaccaro dal titolo “Nient’altro che Storia” a cura di Alessandra Pacelli. Nelle sale della biblioteca, in un tour tra letteratura e fotografia, lettere e immagini, tra la sontuosa fragranza della carta ingiallita e il forte odore di legno antico, si respira la storia, si respira l’arte. La mostra si terrà fino al 3 novembre. Con il tocco vivido del suo scalpello, l’artista estrapola da un blocco di marmo la sua opera, nascosta tra le crepature della pietra, intrappolata, prima ancora, all’interno di montagne di pietra di una cava, come un’anima pura, ancorata alle costole della terra. Lì prende forma, mentre aspetta di urlare il suo grido da nascituro, aspetta di sgorgare in tutta la sua brillante vitalità di anima intrappolata. Tutto il lavoro artistico di Francesco Vaccaro nella sua mostra personale ha questo costante rimando all’atto della estrapolazione. Le anime vaganti di spiriti puri in questo caso sono le parole taglienti, evocative, immateriali; il corpo di marmo invece sono i romanzi, le pagine scritte, le storie narrate, contenitori di segni, simboli, aleatori, se presi a sé stanti. In un crogiolo di impasti di materiale fotografico, audiovisivo, espositivo, l’artista cerca di donare un corpo alle parole, a frammenti di frasi scritte, impastando con le mani nell’argilla fresca di romanzi brulicanti, fino a raschiare il fondo dei loro sensi, quasi a creare teste di fonemi e corpo di consonanti e vocali. Le parole assumono forma, cercano di divenire emozione pura e assoluta: le parole, che nel loro insieme di suoni assumono senso, concetto e sensazione, si evolvono in corpo materiale, cercano di urlare i loro spiriti con materia tattile; divengono fonemi che emanano sonorità brillanti, quasi da acchiappare anche con gli occhi. “Nient’altro che storia”, Parole-corpo di Francesco Vaccaro Francesco Vaccaro interroga l’atto della scrittura. Scavare all’interno del linguaggio, come un aratro in uno smottamento di un terreno fertile nel suo costante rinvangare tra una miriade di parole magmatiche, è la ricerca di  granelli aurei con la quale incastonare sillabe evocative, donatrici di emozioni, memorie di passati trasfigurati. Il costante lavoro di tessitura del testo può avere carne ed ossa, può divenire sostanza di legni che portano impressi parole di cui sono portatrici, deve esimersi dal silenzio generatore, che è l’orto dove seminare frammenti di sillabe. Le parole, estrapolate dal contesto testuale, vengono rigettate dai fogli dei libri in cui erano contenute e, attraverso delle stampe laser su carta, si incarnano in blocchetti di legno, costituiscono pezzi di frasi, nascoste tra gli angiporti degli scaffali, incastonate tra i tomi antichi della biblioteca, come pezzi di iceberg in un mare di carta e simboli in un dialogo attraverso il tempo. Frasi e titoli di romanzi minori del Novecento, frammenti di testo, escono fuori dalla dimensione di immaterialità, vestono panni diversi, divengono emozione tattile, hanno l’ambizione di sostenersi in un altro corpo, rimanendo nella loro classica forma di parola, ma […]

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Teatro

Il Teatro ZTN presenta la nuova stagione teatrale 2018/2019: SottoSopra

Ci si chiede: ” quale sarà mai il luogo adatto che possa contribuire a quell’impasto di suggestione che apre le porte alla magia ?”. Ci si affida al teatro come forma di evasione, luogo quasi mistico nel quale gettare le fondamenta per l’edificazione di mura di surrealtà, attraverso le quali poter sprofondare e perdere noi stessi, avendo come pietra angolare la suggestione. In un piccolo stambugio, in un oscuro vano di un palazzo di Napoli a  vico Bagnara 3A vi è una vera e propria stanza dei sogni, una camera dei segreti, nella quale respirare granelli di polvere magica. Questo è il Teatro ZTN, un bugigattolo dalle ombre magiche, una stanza delle meraviglie in cui disperdere la polvere accumulata dalla quotidianità con il soffio candido della magia, tra l’odore persistente dell’umidità e la ruvidezza della calce.In questo luogo, diremo meglio nelle viscere di un vicolo di Napoli, si è tenuta, martedì 25 settembre, la presentazione della nuova stagione teatrale 2018/2019, intitolata “SottoSopra”: un incontro che, tra ironia, leggerezza e serietà, è stato scandito dalle interviste ai diversi attori e registi, protagonisti degli spettacoli, ponendo come punto cardine  la filosofia della formula “a cappello”, una modo originale di fare teatro che restituisce allo spettatore la decisione finale del valore dello spettacolo, stabilendo il prezzo del biglietto solo a fine spettacolo, in un teatro interamente autogestito e autofinanziato. Nuova programmazione degli spettacoli al teatro ZTN Si sono svelati, attraverso un ampio e vivace dialogo, una moltitudine di retroscena  nelle brevi interviste che sono state fatte agli autori degli spettacoli, in particolare sul lavoro della sceneggiatura e della regia teatrale, le quali  sono de facto le materie prime intorno a cui uno spettacolo acquisisce quella particolare forma di creatura scenica, che in un tutt’uno con la macchina attoriale, divora la platea in un gioco di scambi emotivi e identificazioni, e contribuisce ad una catarsi nel mondo contemporaneo. Gli autori hanno affrontato brevemente le parti cruciali delle loro creazioni con una certa leggerezza: sono spettacoli che si riallacciano alla contemporaneità e ai suoi disagi e tra loro vi è un filo conduttore che è lo strumento dell’ironia, dell’ umorismo e della leggerezza, sebbene compaiano  le più svariate tematiche drammatiche della contemporaneità, tentando in qualche modo anche di esorcizzare quei demoni, quei fantasmi dalle tinte fosche, tetre e obnubilate, con i quali, vuoi per conoscenza indiretta o diretta, ogni uomo contemporaneo in qualche modo ne è a conoscenza . Al Teatro ZTN si passa dalle disparità di generi ai problemi relazionali; dai problemi psichiatrici alla tematica dell’olocausto e dei Sonderkommando; dall’adulterio alla solitudine, gli autori di questa nuova programmazione si sono ben addentrati tra le fauci della storia del secolo scorso e del nostro secolo, analizzando le tematiche in modo anticonvenzionale, coagulando le sanguinose ferite e gli squarci truculenti dell’ipocrisia dei nostri tempo con la cura dell’ironia, della satira, del Risum movere.  Prendere parte alla nuova stagione teatrale del Teatro ZTN è come accomodarsi su una ruota panoramica ed essere uno spettatore attivo, osservando dall’alto, dal basso […]

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Teatro

Maurizio De Giovanni presenta “Canzoni per il commissario Ricciardi”

Le storie tratte dalla saga del commissario Ricciardi si fanno musica e poesia. Lunedì 17 il debutto al Maschio Angioino. Noi c’eravamo.  Una Napoli che è malinconia. Una Napoli che ribolle nei guadi dei ricordi frammentari e truci. Una Napoli che spilla vita da ogni centimetro della sua pelle marina. Una Napoli di profumi, sapori, amori e poesia. Una Napoli che mantiene in equilibrio Eros e Thànatos su una bilancia con due pesi similari. Una Napoli che ruggisce di passione e energia, ma è in un costante equilibrio precario su una strapiombo, colmo di dolore  e di morte. Questo è lo sfondo nella quale Maurizio De Giovanni ha incastonato le sue storie minime, contenute nelle pagine della famosa saga del commissario Ricciardi, narrate sul palcoscenico del Maschio Angioino, lunedì 17 settembre, in un eclettico spettacolo di narrazione e musica, di teatro e spettacolo musicale che si sono fusi, donando un’ alchemica mistura di sensazioni, dove le storie hanno attinto una propria anima dalle note passionali della fisarmonica e della chitarra e si sono scolpite della loro fisionomia emotiva, alternandosi alla poesia della canzone napoletana. Lo scrittore è stato affiancato in scena dalla prorompente e soave voce di Marianita Carfora e dai musicisti Giacomo Piracci e Zac Alderman: l’unione di ciò ha restituito un corale assemblaggio di  pianto, malinconia, poesia, dolore, bellezza nella quale gli spettatori si sono immersi, percependo l’odore della salsedine del mare di Napoli e i suoni brulicanti delle sue strade polverulente, toccando con mano la quotidianità, quella felice e quella straziante, in un modo così profondo che perfino le pietre del mastodontico bastione hanno emesso un lungo gemito. Commissario Ricciardi, il racconto di storie minime tra Eros e Thanatos Due voci ad alternarsi sulla scena. Maurizio De Giovanni smembra le sue storie pregne di  pathos in un dialogo con Marianita Canfora, alternandosi in diversi ruoli, allorché  si cala nella storia. Il maestro De Giovanni colpisce diritto al basso ventre dello spettatore, scagliando frammenti di storie che sono dardi avvelenati, di un veleno di cui è pregna la quotidianità,  che è contenuto nella truce storia di un abbandono, di un inganno, di un lutto. Lo scrittore, come  un direttore d’orchestra, coordina i tempi e i modi della narrazione, sbugiarda le illusioni dell’uomo e funge da fulcro alla voce sontuosa, angelica, calda, lussuriosa di Marianita Canfora che, con intermezzi canori presi dalla tradizione della canzone napoletana, sazia le viscere delle storie, colora le parole  di emotività pura, costruisce quel velo magico che cala prepotentemente sullo spettatore, pregno di umide emozioni che passano attraverso le orecchie fino a sciogliersi sulla pelle e contribuire alla magia dell’immedesimazione. Un persistente filo conduttore lega le vicende delle storie. È la sordida e cruda durezza della realtà a calare prepotentemente nelle vite dei personaggi. Una realtà dolorosa che fuoriesce da qualsiasi tappeto di illusioni, incontenibile come le acque di un fiume in piena, alla quale non ci si può sottrarre. L’amore è il sentimento che attraversa il solco di tutte le storie: amori totalizzanti che hanno […]

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Riflessioni culturali

Morfeo, approfondimento e curiosità sul Dio del sonno

Si dice che Morfeo si presenti a noi mortali di notte con un mazzo di papaveri, accarezzando le palpebre dei dormienti, affinché  possano avere dei sogni realistici. Un noto modo di dire vuole che un buon sonno, profondo e lieto, avvenga tra la poderose braccia divine di Morfeo. La divinità notturna è da sempre  partecipe della nostra vita quotidiana e del nostro immaginario collettivo: ma chi è Morfeo ? Chi è Morfeo? La genealogia nella mitologia classica Vediamo ora chi è Morfeo. Nella mitologia greca il Dio del sonno era incarnato nella figura di Ipno, il quale, secondo Esiodo, era figlio di Notte. L’idea di una figura che incarni prettamente i sogni è figlia della rielaborazione del mito greco apportata da Ovidio, che nelle sue Metamorfosi lo affianca a due fratelli, Fotebore e Fantaso. Morfeo, dunque, sarebbe nato dal rapporto incestuoso di Notte e Ipno, rispettivamenete madre e figlio. Nelle diverse rappresentazioni artistiche,  Morfeo è un dio alato, dotato di ampie ali da farfalla, rapido e silenzioso compare agli uomini nei sogni sotto forma di sembianze umane, regalando sogni dalle tinte realistiche; altresì, è da sempre raffigurato con una cornucopia, che serve per infondere i sogni, con in mano il classico mazzo di papaveri, in atto di abbracciare il padre Ipno, il sonno. Nell’Iliade e l’Odissea, Omero attribuisce la mansione di factotum dei sogni ad un’altra divinità dal nome Oniro. Egli assume in sé tutte e tre le caratteristiche degli Oneiroi (Morfeo, Fobetore e Fantaso che incarnano i sogni dei mortali e sono dèi minori generati da Notte), assurgendo al prestigioso compito di messaggero di Zeus, facendo da tramite tra il volere divino e gli uomini, espresso attraverso i sogni. Tuttavia, la sua personalità rimane vaga proprio perché eterogenea,  non possedendo una precisa morfologia, come è avvenuto agli Oneiroi. Difatti, i tre fratelli che dimoravano sulle sponde dell’oceano dell’ovest, in una caverna che lambiva il regno di Ade, si identificavano per la diversa natura dei sogni che inviavano agli umani. Morfeo, “il modellatore”,  si contraddistingueva per la capacità di modellare in toto altre realtà, assumendo egli stesso la forma dei diversi esseri umani ai quali si manifestava, aiutato e circondato da folletti che erano di fatto dei veri e proprio sceneggiatori e costumisti della fantasia, intagliando la materia dei sogni in modo magico e fantastico; Fotebore, invece, denominato “lo spaventoso”, era prettamente il regista e attore degli incubi, vestendo i panni di mostri o bestie feroci; infine, Fantaso, “l’apparizione”, che era semplicemente colui che generava oggetti inanimati sognati dai mortali,  uno strato di fantasia pura, senza alcuna correlazione con la realtà e da cui deriva, non a caso, il sostantivo italiano “fantasia”. Morfeo, il Dio del sonno che è emblema di una diversa realtà Morfeo, dal greco μορϕή «forma», è per antonomasia il Dio polimorfico, che per definizione assumeva molteplici forme a seconda del motivo del sogno (ecco perché c’è l’associazione “Morfeo sonno”). Morfeo è un Dio multiforme che era pronto a far riconciliare durante la notte l’uomo con il […]

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Food

La pizzeria Imperatore lancia Wine Vs Pizza, una sfida tutta da gustare!

Giovedì 19 luglio la pizzeria Imperatore ha inaugurato l’evento “Wine Vs Pizza”, dando il via ad un match all’ultimo sangue tra deliziosi ingredienti e vini raffinati, una lotta tutta campana tra gusti eterogenei. Allo scoccare del gong un incontro di dionisiaco valore ha delineato dei ghirigori di gusti con vino alla mescita, che in un brio di sperimentazione, ha richiamato in una sola serata quella che è la maggiore tradizione culinaria ed enologica campana. Gli abbinamenti di gusto sono stati il tocco di raffinatezza della serata che non ha fatto sconti al palato, traducendo prelibati sapori in emozioni al sapore di terra e vicoli. Le pizze e le fritture, prodotti dalla pizzeria Imperatore, frutto di più di un secolo di tradizione nell’arte della pizza, pregni di ingredienti DOP, si sono miscelati a eccellenti vini di produttori campani, che sono scesi in campo a rappresentare le varie province. Le aziende protagoniste sono state Tenuta Cavalier Pepe pepe, che con un rosato DOC  di Taurasi  ha rappresentato l’Irpinia; per il Sannio, l’azienda Castelle di Castelvenere (BN), che ha presentato una originale Falanghina DOP; per il salernitano,l’azienda Casula Vinaria con un vino spumante Brut. “Wine Vs Pizza”: uno scontro di prelibati sapori alla Pizzeria Imperatore Ad aprire il sipario della sfida è stato il vino “Chiena” di Casula Vinaria, un vino spumante che è la somma di tre vini bianchi, tutte e tre diversi tra loro: il Fiano, la Falanghina e la Malvasia. Con il “Chiena” ad avvicendarsi è stato il fritto della tradizione, composto da crocché di patate, frittatina di maccheroni e ciurilli (fiori di zucca pastellati, ripieni di ricotta e mortadella classica in vescica Slow Food e granella di pistacchio di Bronte). Lo scontro di sapori in Wine Vs Pizza ha ottenuto il risultato sperato in questa prima fase della serata. I due cugini, Gennaro e Salvatore, proprietari della Pizzeria Imperatore, hanno presentato la fatidica sfida, delineando, anche con sprazzi di tecnicismo,  la sensazione ideale dell’interazione di gusto tra vino e cibo. Presupponendo la soggetività in materia di gusto, lo scopo di un buon vino è  quello di ripulire il palato in modo da spingere nuovamente ad un inebriante e soave morso di eccellenti sapori. Difatti, tra le bollicine dell’ ebbrezza del particolare vino spumante “Chiena” si sono rifugiati i sapori appetitosi delle fritture e da lì hanno spinto le nostre papille gustative a richiedere altri boati di paradisiaci sapori ed emozioni. La sfida è continuata con la margherita, composta da pomodoro Bio, fior di latte di Vico Equense, basilico e olio Imperatore. Il vino che è sceso in campo è stato il beneventano “Kydonia” dell’azienda Castelle di Castelvenere. La Falanghina dal colore oro è un richiamo di sapori tipici della Falanghina, inframmezzati da un venereo tocco mieloso, che conferisce al vino quella sapidità dolce che ricorda visioni della antica Magna Grecia. La margherita, che in tutto il suo prelibato sapore di eccellenti ingredienti (caratterizzata da una  perfetta consistenza della pasta, fino a raggiungere un perfetto equilibrio) è stata sovrastata dalla forza […]

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Musica

James Senese, 50 anni di musica senza tempo

“…’e l’ammore nun tene tiempo ‘o tiempo si tu”. Così canta James Senese, che alla età di 73 anni compie i 50 anni di carriera musicale, passati in una folata di vento, seminando emozioni e germogli di poesia napoletana in tutto il panorama musicale italiano. Il leone del sax del neapolitan power non ha fatto sconti di emozioni nella sua carriera e quest’anno ci ha regalato un doppio cd live, “Aspettano ‘O tiempo”, nel quale ha cercato di carpire con maggiore forza quel suo tempo, che inesorabilmente sfugge fra le mani, regalandolo a noi ascoltatori, a suon di sax ed emozioni senza tempo. Venerdì 25 maggio le porte del PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, si sono spalancate, accogliendo, tra le reverenze artistiche, la presentazione del nuovo disco di Senese “Aspettane ‘o tiempo”, che contiene tutti i suoi grandi successi, registrati durante il tour invernale 2017. Oltre a ciò, nel disco sono presenti anche due inediti, lo strumentale “Route 66” e “LL’America”, quest’ultimo scritto appositamente per lui da Edoardo Bennato, e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint ‘o core”. L’artista di Miano ha voluto ringraziare dopo la presentazione tutti i suoi amici musicisti e la stampa  con un aperitivo all’IQOS Embassy a via Gaetano Filangieri, deliziando i palati con assaggi a base di pesce e raffinati vini bianchi e rossi. James Senese, la colonna portante del Neapolitan Power Nella sala della presentazione al PAN si sono alternate le voci degli amici musicisti di Senese, tra cui Enzo Avitabile, Enzo Gragnianiello, Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo, dei Napoli Centrale e quella del giornalista, fan dei Napoli centrale e dell’artista, Federcio Vacalebre, che ha ricordato l’importanza della musica di James nel panorama della musica napoletana moderna. È stato proprio il giornalista ad aprire le danze, elaborando una disamina della carriera dell’artista e della sua importanza per la creazione di quel movimento culturale tutto napoletano denominato “Neapolitan Power“, lungamente affermatosi più in là con Pino Daniele. I suoni rinnovatori del blues e del jazz, provenienti da oltreoceano, hanno gettato le fondamenta della nascita di questo nuovo sound di “energia napoletana”, che in una mistura alchemica si sono fusi con la musica tradizionale e popolare napoletana, esalando fumi di energia pura, una miscela esplosiva che è stata certamente un’affinità elettiva. James Senese, con un linguaggio di una semplicità estrema, ha raccontato a tutti i presenti del suo attaccamento alle radici napoletane, grazie alle quali ha preso corpo la passione per una musica che naviga nel suo sangue,  trasportata da un dialetto che è una bomba fatta di carne ed esperienza, che sputa fuori schegge di parole che si incarnano diritte nella pelle di chi ascolta. Quella di James è una musica nera che ha trovato corpo nelle viscere di città dalla tradizione musicale millenaria, è la vita di una persona speciale che il cielo ha deciso di donare a Napoli, ridipingendo una storia tragica in potenza creativa e artistica. James, un figlio della guerra, ci […]

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Eventi/Mostre/Convegni

BaccalàRe, torna lo street event sul lungomare Caracciolo

Sabato 19 maggio il sindaco Luigi De Magistris ha tagliato il nastro di inaugurazione di BaccalàRe 2018, dando inizio alla seconda edizione dello street event. Il taglio ha sancito l’apertura di una kermesse che fin dall’inizio si è presentata come un’esplosione di magia e di eleganza, una perfetta sinergia tra il profumo delicato della brezza del mare e un incantevole allestimento di tavoli e piatti variegati dallo stile decisamente gourmet nell’area Lounge Bar. Uno stile raffinato per un’estetica della cucina, unita a sapori prelibati, sono state le chiavi imprescindibili di una kermesse suggellata dallo splendido panorama notturno del golfo di Napoli, che con le sue luci ha armonizzato un’atmosfera di una moderna festa in riva al mare con i gusti soavi ed eterogenei del baccalà preparato in vari modi, caratterizzato da una fresca potenza tradizionale. L’evento si protrarrà fino a domenica 27 maggio con apertura dalle ore 12 fino alle 24, con l’obiettivo da parte degli organizzatori di raggiungere le 400.000 presenze. BaccalàRe, uno sguardo moderno per una nuova concezione dell’arte della cucina e per un nuovo modello di impresa Lo street event BaccalàRe ha l’onore di ospitare importanti chef stellati, tra cui gli chef Luciano Villanidi “Acquapetra “, Peppe Misuriello della “Locanda Severino”, Luigi Salomone di “Piazzetta Milu” e Salvatore Bianco de “Il comandante”, che si esibiscono in uno showcooking, nel quale il baccalà è il protagonista in tutta la sua leggerezza e il suo sapore prelibato. Nella area privata invece, si  svolgono degustazioni di piatti gourmet e vini bianchi e rossi a mescita del Consorzio Vini Vesuviani, in cui il baccalà è il cuore pulsante del gusto. I piatti sono imbanditi su una tavola ai lati dell’area Lounge Bar e sono serviti come aperibaccalà in prodotti di posateria esclusivamente ecocompatibili. Sono allestiti su un tavolo assortimenti tra i più disparati che incoronano il baccalà come una specialità tra le più poliedriche ed eclettiche: all’interno di vaschette dall’aspetto minimalista, ci sono degustazioni di tubettoni con baccalà, piselli e stracciata di bufala; baccalà scottato con scapece di verdure e nocciole tostate; parmigiana di baccalà; baccalà alla napoletana; zuppa di cozze con baccalà; filetto di baccalà su crema piselli con ribes e mentuccia; baccalà con pomodorini e peperoncini verdi; baccalà in olio cottura con crema di patate al limone, puntarelle e camomilla. Non poteva mancare, in questo scambio di novità e tradizione, anche la mitica pizza fritta, che Sorbillo con un tocco di sperimentazione ha deciso di modificare, unendo i classici ingredienti, cioè sugo di pomodoro e ricotta, con quello del baccalà. L’area Lounge Bar si presenta agli occhi dei visitatori come un piccolo rettangolo di eleganza, inebriato dall’odore del mare, circondato da suoni, sapori, emozioni che trascendono la sola arte della cucina. I deliziosi piatti gourmet, le commistioni di sapori mediterranei, una miscela di gusti freschi e raffinati regalano uno stato di  ebbrezza al gusto: l’anima di una cucina povera, che viene ripensata come cucina dal tenore artistico, si amalgama perfettamente alle performance di body art che si svolgono ai lati dello spiazzo, […]

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