Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Teatro

I Corti della formica, i primi tre spettacoli in gara della XIV edizione

In scena al Teatro TRAM i primi tre corti teatrali in gara nel prestigioso festival di corti teatrali “I corti della Formica” Giovedì, 10 ottobre al teatro TRAM sono andati in scena i primi tre spettacoli in gara dell’ambito festival di corti teatrali, diretto da Gianmarco Cesario ,” I Corti della formica”. Il festival, oramai giunto alla sua quattordicesima edizione, rappresenta un appuntamento fisso per gli amanti del teatro di qualità ed è, altresì, una fucina di talenti, di giovani autori e artisti provenienti da tutta Italia, i quali ogni anno lo arricchiscono di qualità e di magia, una particolare aura magica che è proprio del teatro di qualità. I primi tre spettacoli in gara che hanno varcato la soglia del palcoscenico del TRAM sono stati, in ordine di apparizione, “Pop corn”, testo e regia di Nello Provenzano  con Roberto Ingenito e Laura Pagliara; “In-sanità” di Pietro Fusco con la regia e la interpretazione di Peppe Romano; infine, “Sulle note dell’inconscio”, testo e regia di Filippo Stasi con Anna Bocchino, Emanuele Iovino, Luigi Imperato e Nicola Tartarone. “Pop corn”, “In-sanità”, “le note dell’inconscio”, i primi tre spettacoli in gara Il primo spettacolo che ha anche aperto i battenti di questa nuova edizione de “I Corti della formica” è stato Pop-corn, uno spettacolo con testo e regia di Nello Provenzano. In questo corto teatrale un uomo e un donna rapiscono la scena per una ventina di minuti, rendendo palpabile e materializzando di fatto quello che è l’imbarazzo della timidezza del primo incontro. La scena diviene la sala di un cinema, l’uomo e la donna gli unici due spettatori. In una casuale situazione, più che ideale per tentare un approccio e anche qualcosa di più, la passione e l’erotismo zampillante si annidano sotto una carovana di coltre di timidezza, rendendo l’uomo ( interpretato straordinariamente da Roberto Ingenito) un coacervo di personalità e di maschere incollate timidamente sul suo viso e che al momento meno opportuno puntualmente si scollano facendo fuoriuscire scatti nervosi, istintivi e istantanei di verità e bestialità, i quali per via del pirandelliano “avvertimento del contrario” danno vita ad una esilarante, vivace e spontanea comicità. La donna ( interpretata da Laura Pagliara) risponde all’evidente imbarazzo e al continuo tradirsi dell’uomo con altrettanta rigidità e timidezza, ma lasciando trasparire un sotteso interesse pronto ad esplodere. Lo spettacolo dal testo incalzante e vivace si conclude con una totale esplosione dei sensi e della sensualità, quasi hardcore dell’uomo e della donna, che si lasciano ad un liberatorio amplesso indossando delle maschere, quella dell’uomo ragno e quella di un cavallo. Questo corto iniziale, giocando sul ruolo e sull’identità, mira a evidenziare quella che è l’esigenza dell’uomo nella società, cioè mascherarsi continuamente ponendo questo come conditio sine qua non  per adattamento nel sociale. Per questo, è solo attraverso quelle maschere che l’uomo e la donna riescono a far fuoriuscire la verità della loro passione. Ed è così, come nella vita di tutti i giorni, che noi riconoscendoci in una miriade di personalità imperfette, incarnandoci in molteplici […]

... continua la lettura
Comunicati stampa

Centro Teatro Spazio, presentazione della stagione teatrale 2019/2020

Riparte la nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio, il rinomato teatro di San Giorgio a Cremano fra tradizione e innovazione Giovedì, 3 ottobre ha avuto luogo al caffè letterario “Intra Moenia” la presentazione della nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio 2019/2020.  Ha moderato la conferenza stampa lo scrittore e drammaturgo  Antonio Mocciola.  Nell’atmosfera alquanto rétro del caffè letterario il direttore artistico del teatro, Vincenzo Borrelli, prima di introdurre la presentazione degli spettacoli, ha voluto sottolineare il ‘nocciolo’ della ragione del suo infaticabile lavoro teatrale.  L’energia preziosa, atavica e che si conserva al  Teatro di via San Giorgio Vecchio, scaturisce da una sorgente infinita di passione, amore ancestrale, ambizione di fare teatro tout court e con professionalità, che nasce da quel lontano 1988, l’anno in cui Vincenzo decise di strappare al logorio incessabile del tempo e della incuria quel palco su cui aveva mosso i suoi primi passi della sua carriera il grande Massimo Troisi. L’ infinito amore per il teatro ha retto sulle molteplici difficoltà, con i quali ogni piccolo teatro deve necessariamente fare i conti nei nostri tempi, e il tempo ha restituito a Vincenzo Borrelli in ogni caso le sue soddisfazioni. Il direttore artistico ci ha tenuto a informarci che l’Accademia teatrale UNO SPAZIO PER IL TEATRO, gestita dallo stesso Borrelli, è stato riconosciuta dalla Regione Campania come scuola di formazione professionale allo spettacolo e a breve anche centro di formazione per la Regione, una scuola che ogni anno forma con professionalità  molteplici giovani, guidandoli attivamente e con consapevolezza verso l’impervio percorso della carriera teatrale e aprendogli le porte dello straordinario e catartico mondo del teatro e dell’arte. Borrelli ci ha tenuto, altresì, anche a spendere due parole sul ruolo culturale che incessantemente svolgono i piccoli teatri, molte delle volte attraverso mille difficoltà. Infatti, è innegabile la straordinaria qualità degli spettacoli che sembra essere inversamente proporzionale al seguito del pubblico. Dunque, Il direttore coglie l’occasione per spendere due parole sui piccoli teatri, sulla urgenza di fare squadra, di cooperare affinché si possa far luce nei meandri di quei palcoscenici, i quali più delle volte rimangono nell’ombra di una ingombrante superficialità, allargando anche il proprio pubblico. Non occorre, come spesso succede, farsi guerra addirittura tra piccoli teatri, ma cercare di lottare con tutte le forze per far luccicare quel vitale diamante prezioso che è il teatro e far rifulgere  in tutta la sua vividezza la vera arte. Gli spettacoli della nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio Ad aprire le danze a questa nuova stagione teatrale sarà come sempre “O’ Curt” (11-12-13 ottobre), festival di corti teatrali che quest’anno farà parte dell’ambito premio Massimo Troisi. Successivamente, la stagione proseguirà  con: “Questa sera si recita a soggetto”, dall’1 al 17 novembre, per Uno Spazio per il Teatro produzioni, tratto da Luigi Pirandello con Vincenzo Borrelli e Rosaria De Cicco. Adattamento e Regia Vincenzo Borrelli. “Un comico da marciapiede”, spettacolo in programma il 24 novembre, di e con Nando Varriale che impone la sua presenza comica d’autore, sia per […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

BaccalàRe, la cultura Michelin approda tra i piatti del popolo

BaccalàRe, torna l’evento food al lungomare Caracciolo Dal 3 al 6 ottobre ritorna  BaccalàRe, l’attesa kermesse culinaria, al lungomare Caracciolo tutta dedicata al baccalà. Nel corso della conferenza stampa, tenutasi mercoledì 25 settembre, si è discusso lungamente su questo singolare evento, ideato da Vincenzo Varriale e che ha siglato la sua terza edizione, sulla tradizione di questa pietanza, dall’uso estremamente popolare e sull’idea, assolutamente avveniristica, di miscelare tradizione e cultura popolare con l’eleganza, la raffinatezza e la qualità della cucina gourmet. Hanno preso parte alla conferenza stampa il giornalista e  noto gastronomo campano, Luciano Pignataro, il presidente della Bcc di Napoli, Amedeo Manzo e il vicesindaco di Napoli, Ernesto Panini. A moderare la conferenza stampa è stato l’ideatore di questo evento, Vincenzo Varriale, la mente di una kermesse culinaria che ha saputo unire la tradizione popolare all’impresa e alla cultura Michelin. Alla conferenza si è posto l’accento sulla straordinaria eclettismo di questo piatto, contravvenendo in particolare sul modo superficiale e asettico di trattare il cibo nel mondo odierno, in un mondo in cui  è andata via via smarrendo la sana abitudine e la conoscenza a saper riconoscere la freschezza dei cibi, attraverso quella manualità e praticità necessaria al popolo che rientra in un’ampia categoria che potremmo definire la cultura della conservazione del cibo; in particolare quella di sapere, in assenza della tecnologia di oggi, dei congelatori, dei frigoriferi, le pratiche necessarie per mantenere in maniera naturale più a lungo possibile la freschezza e la qualità degli alimenti. Ecco che sembra quasi scomparire la pratica dei sottolio oppure l’uso assolutamente vitale che aveva il sale nella conservazione. BaccalàRe, dunque, è un evento che si pone proprio in questa direzione. La kermesse ripristina un modo di concepire la cucina basato esclusivamente sulla qualità, accostando la cucina di alta qualità odierna ad un recupero originale di un piatto che ha lambito del tavole del popolo per più di 500 anni ( apparso in Europa negli anni della Controriforma), considerato da sempre un piatto povero. L’evento food costituisce una kermesse totalmente ecocompatibile e, allestito sul favoloso lungomare Caracciolo, inebrierà l’animo dei visitatori con i sapori unici del filetto del miglior baccalà in circolazione, il Gadus Morhua proveniente dai mari del Nord. Ecco che con gli originali “aperibaccalà” ( aperitivi di baccalà e champagne ) la tradizione trova uno sbocco nel quale poter rifulgere in tutta la sua vividezza, vestendo i panni moderni dei nuovi modi di intendere la cucina sotto il luccichio delle stelle e avvolto dal profumo eterno del mare di Napoli. 11 stelle Michelin: un evento che unisce tradizione e innovazione Ben 11 stelle Michelin allieteranno i palati dei visitatori a partire da Peppe Aversa del buco di Sorrento, Francesco Franzese di Casa del Nonno 13 Mercato San Severino, Paolo Gramaglia del President Pompei, Domenico Iavarone del Josè Restaurant della tenuta di Villa Guerra a Torre del Greco, Giuseppe Misuriello della Locanda Severino Caggiano, Gianluca D’Agostino di Veritas Napoli, Fabio Pesticcio de Il Papavero di Eboli, Pasquale Palamaro di Indaco Regina Isabella […]

... continua la lettura
Recensioni

‘A Rota, lo spettacolo teatrale tra humanitas e mito popolare

Martedì, 24 settembre è andato in scena all’interno del Chiostro di San Domenico Maggiore lo spettacolo ‘A Rota con Marianita Carfora e Ramona Tripodi, con testo e regia di Ramona Tripodi.  Lo spettacolo ha avuto luogo nel cortile del chiostro, a ridosso dei porticati, conferendo al luogo un’atmosfera a metà tra la dimensione ancestrale e onirica del mito popolare e la schiettezza tragicomica della commedia napoletana tipica dell’epos popolare. ‘A Rota, l’umanità e il mito popolare si fondono in scena Calate nella fase storica postbellica, in una Napoli dilaniata dai bombardamenti degli alleati e dai soprusi dei nazisti, è nel 1946 che le uniche due protagoniste in scena Telluccia ( interpretata da una straordinaria Marianita Carfora) e la errante Madonna dalle scarpette rotte (interpretata dalla stessa Ramona Tripodi) tessono l’ordito di una vicenda ambientata a ridosso del referendum del 2 giugno. Telluccia, impegnata a recuperare e ad accudire gli infanti abbandonati nella cosiddetta Rota, è allo stesso momento un’anima dilaniata dalle contingenze del fato del suo destino, subendo la atroce realtà dei pargoletti esposti nella Basilica dell’Annunziata, vittime della miseria della guerra, della fame più atroce, tra le macerie dei bombardamenti e il pianto lancinante dell’abbandono. Telluccia è per antonomasia la maschera che incarna in sé tutta quella humanitas che sgorga negli anfratti di una Napoli, pregna di cultura popolare. Il personaggio, disegnato magistralmente da Ramona Tripodi, ha una chiara vocazione filantropica e nasconde sotto il velo ombroso del suo animo una energia esilarante tutta napoletana, che si manifesta in vorticosi scatti tragicomici. Tuttavia, la sua profonda essenza di donna del popolo verace, tenace, colma di umanità raggiunge un’alchimia perfetta con l’incontro del mito, della religione e della leggenda popolare. Infatti, Telluccia ha mille perplessità, dubbi e paure sull’incerto futuro dei pargoletti esposti e con l’animo ferito da due guerre si abbandona in instancabili monologhi pieni di un dolore ancora fresco cercando un contatto con un’ al di là, in una dimensione alta e altra dove risiede la verità, chiedendosi continuamente quei “perché”, interrogando di continuo quelle statue silenziose, mute  sotto agli occhi algidi e forse un po’assopiti di un Gesù, che oramai è divenuto suo amico. Telluccia li interroga e si risponde; e sa anche che in quella cappella le si presenta quotidianamente un prodigioso miracolo: La Madonna dalle scarpette rotte, si muove, esce per strada, balla il tango e le parla come una confidente.  La Madonna errante consuma le scarpe poichè esce per strada con lo scopo di sfamare gli orfani e i poveri  ed è costretta a far ritorno nella cappella prima che Telluccia e i pargoli la possano scoprire. Le scarpette rotte della Madonna sono consunte e logore, consumate da quelle pietre scheggiate, pregne di cultura, dalla quale erompe il mito popolare vasto e infinito. Il dialogo incessante tra la Madonna e Telluccia, scandita dalle confessioni di Tellucicia, dalle sue angosce, dalla difficile vita terrena, dalla sua  premura materna sono il punto d’incontro tra un realismo spietato, innervato da una prorompente verve comica e un mito popolare striato […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Energy of city, il prezioso format espositivo di Lucio Salzano all’Intra Moenia

Seduto tra i tavolini di un caffè letterario, volteggiano parole, sguardi, movimenti, abitudini, comportamenti. Tra densi sbuffi del vapore di un caffè fumante, tra le scoppiettanti bollicine di una bevanda gassata, tra gli aromi lancinanti del rum galleggiano pezzi indivisibili di energia pura che si raggomitolano in grumi di abbacinanti forze primigenie tra i baci, le liti, gli scherzi,  le vanità e vaneggiamenti di una combriccola di persone; e ancora si muovono tra le piante dei tavoli tra il viavai continuo, cambiando forma e intensità. E proprio tra le note del chiacchiericcio di gente di qualsiasi tipo, in mezzo agli sguardi casuali e fugaci di consumatori, che l’artista Lucio Salzano ha deciso di ambientare il suo Format espositivo “Energy of city”, in un vernissage più che originale che si è tenuto il 21 maggio alle ore 19 allo storico caffè letterario di piazza Bellini “Intra Moenia”. L’artista ha deciso di collocare i suoi quadri tra le stentoree pareti di due locali di due città che non a caso sono pregne di una grondante forza atavica. Infatti, oltre che alle pareti dell’ “Intra Moenia”, caffè letterario napoletano, Lucio Salzano ha esposto  la sua arte anche sulle mura del ristorante “Spaccanapoli” di Roma nel quartiere San Giovanni, tentando una commistione di energia che ha le cromature abbacinanti della storia e la materia solida e indistruttibile propria della stratificazione, dei vissuti di ogni genere, delle mura consunta dalle urla del passato. Il formati espositivo “Energy of city” è composto da una serie di opere che ha come scopo di catturare e restituire allo stesso memento una sensazione immediata di energia, nascosta in uno sguardo casuale che ha appena accarezzato una sfumatura di blu intenso. Ha lo scopo di raccogliere a sua volta, tra il volteggiare di una pennellata, quell’energia che è intarsiata nel  profumo del rossetto di una giovane, la quale ha per caso posato il chiarore concupiscente del suo sguardo su un rosso intenso della coda di una monade. La mostra, dunque, è da considerare fatta propriamente per la città. Fatta per le svariate forze primigenie che vi si fluiscono al loro interno. La mostra di Lucio Salzano è per la città, ma propriamente quella viva, quella che partecipa al gioco atomistico della disgregazione e dell’aggregazione, quella in divenire, una città in tutta la sua truculente forza brutale che di certo non può esprimersi nei salotti delle gallerie d’arte, in cui ciò che secondo l’autore avviene è solo una mera mercificazione dell’opera d’arte; un luogo al contrario mortifero dove la polvere putrida dei soldi riesce a spegnere la sacra vibrazione dell’animo artistico, riesce ad annichilire il riverbero ardente della fiamma dell’arte con l’algido e materialistico vento annichilente della moneta. Lucio Salzano, le opere in esposizione al caffè letterario “Intra Moenia” Le opere dell’artista Lucio Salzano esposte al caffè letterario “Intra Moenia” brillano di energia primigenia, catturano e tentano di trasportarti nella voragine dell’immaterialità, in una frattura tra il reale e uno spazio sognante, in cui trapelano lembi e stralci di figure multiformi […]

... continua la lettura
Recensioni

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero. “Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità. Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita. L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società. Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano […]

... continua la lettura
Recensioni

TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l’atroce morte del tiranno

Mercoledì, 13 marzo al Teatro Bellini è andato in scena TITO/GIULIO CESARE, due riscritture originali di due tragedie di Shakespeare, contenuti in due atti dello stesso spettacolo: il primo atto, “TITO” è una riscrittura della prima tragedia di Shakespeare “Tito Andronico” di Michele Santeramo e la regia di Gabriele Russo con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Antonio Russo, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino; il secondo atto “GIULIO CESARE. Uccidere il tiranno” è una riscrittura del “Giulio Cesare” di Shakespeare di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino. TITO/GIULIO CESARE, due riscritture che dialogano tra di loro fra parodia, metateatro e  rappresentazione della violenza Una fervido clima di tensione si annida tra gli anfratti del palcoscenico. Una faglia recide il tronco greve della tradizionale tragedia shakespeariana e segna una frattura da cui zampillano i bagliori di una contemporaneità che è nella sua essenza una reiterazione di meccanismi che sono rimasti indenni. Il potere arido, la tirannia, la violenza emergono dalle faglie del palco e sono costanti nelle due riscritture e negli adattamenti, seguendo meccanismi che sono rimasti inalterati. Gli spettacoli dei registi Daniele De Rosa e Gabriele Russo sono nella loro essenza profondamente attuali, anche ponendo in auge due classici shakespeariani. Colgono aspetti particolari dei meccanismi del potere e della violenza ad essa correlata, ponendo una lente d’ingrandimento che abbia uno spessore universalistico. Eradicano dalle svariate implicazioni di tipo prettamente drammatico, poetico, psicologico di William Shakespeare e delle sue canonizzate tragedie dei fenomeni che possono essere considerati universali e perpetui nella società, espandendoli come una enorme macchia d’olio con una regia mirata a infondere e dimostrare l’epifania di meccanismi che oggi più che mai sembrano interessarci di prima persona: il potere e le implicazioni più truculente che in esso si nascondono, la tirannia, l’autoreferenzialità, l’ossessione verso il carisma e l’apparenza, l’annichilimento della società. Non è un caso che il Tito di Russo sia un personaggio atipico, che abbia perso tutto l’orgoglio da condottiero del Tito Andronico shakespeariano e sia divenuto un uomo pigro, stanco, inetto che, dopo la  campagna contro i goti e dopo aver portato con sé i prigionieri, abbia voluto congedarsi dagli uffizi del potere, ignaro del popolo che lo avrebbe voluto imperatore, e ora vorrebbe solo starsene comodo su una poltrona a leggere e ad ascoltare musica leggera. Questo Tito non conserva nulla di ciò che caratterizza un condottiero romano: tutte le sue azioni e decisioni sono prese quasi controvoglia, senza una particolare ragione, ma solamente perché è costretto a esserlo per uno status quo ben impostato. Tito ha lo sguardo cinico, divorato dal tedio, tormentato dal senso di responsabilità che non sente nemmeno più suo. Difatti, Tito risulta essere un inetto, tanto da decidere di affidare le sorti dell’impero a Saturnino. Non risulta difficile, dunque intravedere in questo Tito l’uomo contemporaneo, annegato nel nichilismo. Tito è un condottiero […]

... continua la lettura
Teatro

Rock City Nights di Valerio Bruner, tra musica e esistenza

Sabato 9 marzo al teatro ZTN è andato in scena “Rock City Nights“, uno spettacolo del cantautore Valerio Bruner, con la regia e l’adattamento di Angela Rosa D’Auria, con Valerio Bruner, Antonio Torino e Chiara Vitiello; le scene e i costumi sono stati curati da  Federica Rubino, artwork Vincenzo Coppola. Lo spettacolo ha il sapore delle terra bruciata della terra del West ed è un connubio tra musica e spaccati di esistenza tipicamente americani: nello specifico, le storie di una serial killer, di una prostituta e di una cantante in declino – interpretati dall’attrice Chiara Vitiello, affiancata da Antonio Torino – sono state cadenzate dalle melodie folk americane della voce e della chitarra di Bruner, le quali hanno saputo estirpare i grumi della passione e del dolore, della gioia e della morte a storie così apparentemente diverse tra loro, ma accomunate dalle ferite, gli stridori e i luccichii dell’esistenza. Rock City Nights di Valerio Bruner, sul palco l’esistenza umana che ha il fragore di un fiume in piena La musica di Valerio Bruner riempie la platea dello ZTN di sonorità folk americane. Scandisce le storie con le sue note che hanno il sapore delle lande texane. Il cantautore fa da colonna sonora e riesce a evocare emozioni che, in un connubio di narrazione e musica, creano un intreccio inestricabile di pathos. Tre sono le storie narrate: una coppia di serial killer che scorrazzano per le highway americane in cerca di prede, quella di una prostituta colma di rimorsi e dal passato ingombrante  e quella di una cantante in declino, senza più un briciolo di ispirazione per la musica. Ciò che accomuna queste storie è una brusca interruzione delle proprie esistenze. Vi è una rottura, un cambiamento repentino che è contraddistinto dalla figura del fiume. La vita delle protagoniste è in balia del tempo che non restituisce nulla di ciò che è stato, ma ci pone di fronte ad un vuoto. Proprio il vuoto che contraddistingue le tre storie: in tutti e tre i casi è il fiume a porre il limite. Il fiume che divora e scorre fluente, senza esitazione, così si è in balia della vita, in modo altrettanto fragoroso. La vita lascia sedimenti, proprio come il fiume che scava e rimpingua di sale il mare nel suo estuario. La vita ti scava, tende a scavare nell’anima umana, come se fosse l’alveo di un fiume. Ciò che rimane è il fagotto del passato e una via in penombra, a tratti completamente tenebrosa che segna il futuro e che noi siamo costretti a percorrere. Dunque, questo spettacolo è una testimonianza dell’esistenza in senso universale. L’esistenza umana che non ha punti di riferimento ed è in costante divenire. Le ultime parole dello spettacolo con cui chiosa Valerio Bruner ci fanno riflettere e comprendere che la vita coincide con quei vuoti, che ognuno riempie in modo diverso. Quei vuoti che tutti noi siamo chiamati a dipingere nel modo più simile possibile a quei colori sfumati, torbidi di cui è tinto il nostro […]

... continua la lettura
Teatro

Cartoline da casa mia, di Antonio Mocciola: un corpo nudo in una scatola di mattoni

Il 22, 23 e 24 febbraio è andato in scena al Nouveau Théâtre de Poche “Cartoline da casa mia” di Antonio Mocciola, prodotto dalla Alessandro Vitiello Home Gallery con Bruno Petrosino e la regia di Marco Prato. Ad accaparrarsi la scena è un solo attore, un formidabile Bruno Petrosino che si cala nella parte di Fosco, un ventiseienne disadattato, il quale ha deciso spontaneamente di esiliarsi nella sua stanzetta, permeando le pareti difensive di ogni suo segreto interiore, navigando nel mondo all’interno della sua zattera carrozzata e comunicando con esso attraverso il ponte della penna e della carta scritta. Il Fosco di Antonio Mocciola è un cosiddetto “Hikikomori“(parola proveniente dal giapponese che vuol dire letteralmente “stare in disparte, isolarsi”), vive recluso nella sua stanza e aberra ogni contatto con l’esterno. Cartoline da casa mia di Antonio Mocciola, il linguaggio del corpo come superba verità ancestrale Un urlo sbattuto in faccia nell’ipogeo di una platea. Fosco urla, si libera delle vestigia morali. Fosco è solo: le sue parole scorrono tra le le incavature emaciate di un basso ventre scarno, peccaminosamente ossuto. Rifulge nella platea la tracotanza della nudità più impudica come ossa spolpate dalle cartilagini. Fosco è nudo nella bambagia del suo nido ed è un dardo infuocato scagliato nell’iride dello spettatore, che è costretto alla resa della pudicizia ed è avvolto dalla superbia del corpo nudo, dalle scintille di peli occulti, dai segreti della creazione materna, la quale zampilla come una sorgente diafana. Fosco vive nella sua stanza da ormai due anni. Un giorno di maggio ha deciso di esiliarsi in una scatola di pareti di mattoni e cemento. Ha issato la bandiera bianca della resa nei confronti di una società miope, ma con la quale dialoga, non come un eremita ritirato totalmente dalla società peccaminosa, ma come un uomo che ha come vesti le pareti di una stanza e ha come voce delle cartoline zeppe di lettere, alle quali è affidato il compito di una comunicazione senza  finzione  e con i grumi di sangue caldo dei versi della poesia. Fosco non vuole contaminarsi, non lo vuole più. Il testo di Antonio Mocciola è un inno alla verità. Lo scrittore pizzica le corde più ancestrali dell’animo di un personaggio e la relazione con l’altro si traduce nella mente di Fosco come qualcosa di estraneo, alieno, finto. Fosco  è stato fin troppo costretto a vestire la sua reale identità di abiti non consoni, troppo stretti e dunque destinati perennemente a strapparsi e a mostrare le nudità di una personalità non accettata. Il corpo lo ha sempre tradito. Si scioglieva costantemente sotto il fuoco ardente delle domande imbarazzanti dei suoi familiari; si amalgamava in un coacervo di imbarazzo: colava sudore come cera di una candela, guadi di sudore che sapevano di una verità improponibile. Fosco era una candela dalla fiamma languida che una mattina di maggio ha spento di irradiare la sua fioca luce e si è congelata nelle tenebre dell’oscuro bozzolo della stanza. Fosco ha scelto di venire fuori in tutta […]

... continua la lettura
Teatro

La scortecata, due pulzelle nel cuore dei sogni

Martedì, 29 gennaio è andato in scena al Teatro Bellini lo spettacolo “La scortecata”, con testo e regia di Emma Dante e con gli attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Lo spettacolo, liberamente tratto dal racconto “La vecchia scortecata” de “Lo cunto de li cunti“ di Giovan Battista Basile, inscena due sorelle che, oramai vecchie e decrepite, tentano di sedurre un re con un inganno. Il finale dello spettacolo farà da perno al senso di uno spettacolo che risulta essere strutturato su due piani, uno narrativo e  l’altro metanarrativo. “La scortecata”, lo scontro della realtà con il sogno Sulla scena scarna, le tavole del palco, due attori, due sedie, un baule e un castello fiabesco in miniatura albeggiano su un orizzonte oscuro. I dialoghi drappeggiano lo spazio scenico con lembi di parole di un dialetto arcaico,  fiondano nella platea in un rete di lessemi napoletani del ‘600, spargendo il sangue caldo di una lingua, grumi di sillabe colme di un tempo millenario. Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola scavano nel ventre di una lingua, traendo fuori un dialetto vivido,  gestualità popolari, rendendo carne viva una scena composta dal minimo indispensabile. Nello spettacolo “La scortecata” di Emma Dante, gli attori sono gli unici ad essere sul palcoscenico, incarnando i ruoli di due vecchie zitelle, Carolina e Rusinella. Sviscerando dal repertorio di Basile “lo trattenimiento decimo della iornata primma”, cioè il racconto “La vecchia scortecata”, la regista  utilizza il dialetto arcaico come un boato di vitalità, uno scoppio di schegge di parole che tempestano la scena  di una reboante tempesta di vita. I due attori, impersonando le due vecchie sorelle, in un cambio continuo di registro linguistico, tendono le redini di un linguaggio vivo, plasmandolo ad un linguaggio corporeo più profondo, creando un connubio truculento che apre faglie profonde nel substrato ricettivo dello spettacolo, liberando da un lato energie e scatti di profonda ilarità e comicità, dall’altro una tensione più prettamente tragica, quasi violenta che nasce proprio da un brusco bypass di registro linguistico, che tende a enfatizzare le storture orripilanti della vecchiaia. Il racconto è tratto liberamente dall’opera di Giovan Battista Basile “Lo cunto de li cunti ovvero trattenimiento de peccerille” o “Pentamerone”. L’autrice cambia il racconto, eliminando il lieto fine. Sulla scena i due attori personificano entrambe le sorelle, non ponendo dei punti di riferimento allo spettatore. Cambiano continuamente ruolo, creando la scena adatta al racconto. Al principio lo spettacolo apre con le due vecchie intente a leccarsi il  mignolo. Devono prepararsi per mostrarlo al re che tanto aveva apprezzato il canto e la voce di una delle due sorelle. Ora il re è intenzionato a incontrare di persona quella dolce fanciulla, ma le donne lo gabbano dicendo di voler mostrare, per ora, solo il mignolo della mano da dentro la serratura della porta del loro stambugio. Una di loro riuscirà a passare una notte nell’alcova regia, ma l’inganno verrà scoperto e la vecchia buttata dalla finestra. Rimarrà incastrata su di un ramo e trasformata da una fata in una bella […]

... continua la lettura
Teatro

“Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando”, ridere della miseria umana

Venerdì, 25 gennaio al teatro ZTN è andato in scena lo spettacolo “Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando”, scritto e diretto da Maurizio D. Capuano, con gli attori Rosa Andreone, Antonio Cilvelli, Emanuele Di Simone, Luigi Esposito, Arianna Festa, Emanuele Iovino, Alessandro Mastroserio, Gennaro Monforte, Enza Palumbo, Kevin Stanzione; i costumi, le bambole e le scenografie sono ad opera di Rosa Andreone; i forni crematori sulla scena, invece, sono stati realizzati da Gennaro Mondorte.  Lo spettacolo ridipinge in una ottica diversa quella orrenda pagina della nostra storia che è stata l’esistenza dei Sonderkommandos, internati dei campi di concentramento che avevano il compito di raccogliere i cadaveri dalle camere a gas e trasportarli nei forni crematori. Lo spettacolo è una riconversione di una tragedia così immane in una Piece circense, nella quale sono l’ironia e la comicità clownesca a vestire i panni di una storia così tragica, assurgendo ad un  compito catartico e vivificante, attraverso il sorriso. “Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando”, Una esplosione di ironia catartica e miseria umana Uno strato di cenere ricopre l’intero piano scenico, si sedimenta perfino sulle sedie della platea, polvere di ossa di cadaveri, inermi, immobili come  bambole di pezza. La morte si condensa in uno spazio circense, si intaglia nel rosso sbavato di un trucco.  Il tanfo dei cadaveri diviene il profumo di polvere di uno stambugio, il profumo di fragili stelle di carta cinerea, il profumo di teatro tra i solchi tristi delle crepe del trucco di un clown.  Il terrore dell’olocausto risuona tra i cadenzati passi truculenti, volteggia in pianti di lamentazioni  forzate . Lo spazio scenico diviene un circo; i corvi del sonderkommando, clown da strapazzo; i forni crematori divengono voraci macchine sputa cenere, che fagocitano cadaveri di bambole di pezza, restituendoli in uno sputo di coriandoli grigiastri. “I Corvi neri del Sonderkommando” è tutto questo: uno spettacolo circense, gesti bizzarri di clown, un movimento continuo di pagliacci buoni e cattivi, tra ironia e inquietudine, in una condizione di assoluta disperazione affogata in un’ironia caustica, che trangugia le pareti del teatro, rispecchiandosi nei sorrisi degli spettatori, ridisegnando l’orrore in un pastiche di riso e amarezza, di consapevolezza di un orrore attraverso una risata catartica. Ceneri – I Corvi neri del Sonderkommando, catarsi e ironia La catarsi attraverso l’ironia: ecco il leitmotif che trasborda agli occhi e all’udito di ogni spettatore presente allo ZTN. I trucchi clowneschi, impastati come calce viva sui visi degli attori, un po’ sbavati, asimmetrici, quasi a simboleggiare una assoluta ironia che  scioglie il rosso del tinta labbra sotto il bruciante calore orripilante dei forni crematori in una colata di sangue innocente, definiscono la scena in un continuo sbeffeggiarsi, non prendersi sul serio, sfottersi delle proprie diversità, imbrogliare il  Kapo delle ss, pagliaccio perfido e perverso, delle proprie incomprensioni, delle sue truculente urla da strapazzo, ridere del Blockfuhrer, del suo sorriso meccanico che gusta un lecca-lecca da bambino discolo. I corvi neri, pagliacci Sonderkommando, difatti sono consapevoli della loro duplice condizione miserabile: accollarsi il fardello della […]

... continua la lettura
Teatro

“A che servono questi quattrini”, Giuseppe Miale Di Mauro rilegge Armando Curcio

Venerdì 18 gennaio al teatro Sannazaro è andato in scena “A che servono questi quattrini”, adattamento della omonima commedia di Armando Curcio del 1940 con Pietro De Silva e Francesco Procopio e per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro. La commedia è un’esilarante rivisitazione in chiave contemporanea, nella quale a far da padrone è una riflessione sul ruolo della ricchezza e del denaro. In una società come quella odierna è proprio l’apparenza, che in un guazzabuglio di sovvertimenti di ruoli e di valori in decadenza, perfino un banale imbroglio può risultare risolutivo. “A che servono questi quattrini” di Giuseppe Miale Di Mauro, uno specchio alla contemporaneità Il teatro è il luogo d’eccellenza nel quale è possibile trasportare la realtà, con tutte le sue problematiche, in tutte le sue forme. La sublimazione nasce da contatto diretto con il pubblico, da un rapporto uno ad uno, non mediato, attraverso il quale è possibile profondere parole, sotto forma di dialoghi e monologhi, è inoltrarsi nel ventre a botte di emozioni oppure accendere una riflessione. Lo spettacolo “A che servono questi quattrini”, inscenato sul prestigioso palco  del Sannazaro, ha fatto in modo di divertire, ma ha anche sollecitato una riflessione sulla contemporaneità, presentando un adattamento che ha lasciato un buon spazio all’immaginazione e nel quale ognuno di noi ha potuto riconoscere una particolare situazione, un particolare modo di approcciarsi con il mondo; interesse, promesse, demagogia, arruffoni mascherati da signori. La trama di questa versione con la regia di Giuseppe Miale Di Mauro si discosta dall’originale commedia di Armando Curcio e dalla famosa e omonima trasposizione cinematografica del 1942 con la regia di Esodo Pratelli e con l’interpretazione di Eduardo e Peppino De Filippo. Il marchese Eduardo Parascandolo diviene il professore, che, con un astuto stratagemma, convince il povero Vincenzino Esposito a licenziarsi dal suo lavoro di impiegato comunale per insediarsi nelle fila del suo partito e sposare la  filosofia della ostilità al denaro, alla ricchezza e al lavoro. Per il professore il lavoro e il denaro sono  castighi e rendono gli uomini schiavi della ingordigia. Bisogna prendere esempio dai grandi filosofi greci, come Socrate e Diogene, che oziavano e speculavano, filosofeggiando sull’esistenza, senza avere il bisogno di possedere e di sporcarsi le mani. La povera sorella di Vincenzino, Carmela, tuttavia è costretta a far fronte  agli ingenti debiti che ha dovuto accollarsi per far fronte alla situazione e poter tirare avanti. Vincenzino e Carmela vivono nella stessa casa e l’unico  stipendio era quello da impiegato comunale di Vincenzino. Ora sono costretti a far fronte a diverse vessazioni, tra le quali la minaccia di sfratto, le continue visite e sollecitazione dello strozzino e guappo Renato De Simone  e i debiti contratti perfino con i negozi di alimentari. La situazione, lungi dall’essere buona, sarà completamente ribaltata da una improvviso deus ex machina, una lettera che contiene un rendiconto di un lascito di una eredità di un lontano parente, che ha deciso di lasciare la sua eredità ai cugini, spartendola in parti uguali. Tra questi cugini vi […]

... continua la lettura
Teatro

E pecchè, pecchè, pecchè? Pulcinella in Purgatorio al Teatro San Ferdinando

Giovedì, 17 gennaio al Teatro San Ferdinando è andato in scena lo spettacolo “E Pecchè, E Pecchè, E Pecchè. Pulcinella in purgatorio” con la drammaturgia di Linda Dalisi e l’ideazione e la regia di Andrea De Rosa. A calpestare le tavole del palcoscenico gli attori pulcinella Massimo Andrei, Maurizio Azzurro, Rosario Giglio, Marco Palumbo e Isacco Venturini, che in un tripudio di gesti spasmodici, ripetitivi, di una recitazione forsennata, caustica hanno congelato la scena in un purgatorio di continui ritorni mimici e gestuali, roteando intorno ad un perno umano, una donna immobile,  silenziosa e misteriosa in modo inquietante,  interpretata dall’attrice Anna Coppola, intenta a perpetuare una speranza di un futuro arrivo, sotto la luce languida dei riflettori a rischiarare l’opacità nascosta sotto al velo dell’esistenza. “E Pecché? E Pecché E Pecché” – Pulcinella in Purgatorio: l’intera esistenza in scena Il silenzio è predominante, il silenzio è inframmezzato da gemiti, da movimenti corporei regolari, da calpestii e scricchiolii fradici di insensatezza. Il silenzio erompe tra gli interstizi della platea, borbotta tra i suoi ghirigori labirintici, serpeggia carezzando anime di spettatori in sintonia, smuove respiri ansimanti di figure mascherate e flutti di polvere di sabbia, innalza odori mistici, nubi catartiche smosse dal tonfo del senso. Davanti agli occhi unanimi della platea il palcoscenico è un Purgatorio, un luogo distopico, preso forma tra le frattaglie dell’esistenza umana. È incasellato in un mondo onirico, incastrato a metà tra un fulgido paradiso salvifico e il mondo terrestre, dove vi si scorge la polpa torbida di una bruma che obnubila il senso, giganteggia il dubbio umano verso l’esistenza. Questo è lo spazio claustrofobico in cui si muovono, in ciclici movimenti regolari, ritmici, lenti, teatrali, i quattro pulcinelli dello spettacolo “Pulcinella in Purgatorio”, che ruotano intorno ad un passaggio bloccato, in una drammaturgia sciamanica, cercando di carpire un segnale, cercando di ascoltare ed evocare voci di salvezza, striscianti tra l’ipogeo di un fondo sabbioso. Tuttavia, è il quinto pulcinella a stemperare le calcificate figure sovrumane, ad asciugare un clima mistico ed enigmatico con un umorismo tutto umano. Sbuca tra la platea, chiede indicazioni, sprofonda anch’esso nell’ade di un’attesa, profondamente spaesato. Il pulcinella in Purgatorio interroga continuamente gli altri, chiede dove è finito, se per caso è morto, dove è possibile trovare del cibo per mangiare. I dialoghi risultano esilaranti, di un’ilarità e comicità tutta napoletana. Il quinto pulcinella sbeffeggia gli altri, non si dà la pace, non riesce ad acquietarsi in una condizione di eterna attesa, ma anche incrostata in un perenne e ossessiva ricerca del senso, vidimata e accomunata da una domanda: ” E perché? “. Vi è sopra al palco, imperniata tra le schegge pungenti delle tavole, scantonata tra la pelle raschiosa del fondo sabbioso, l’intera esistenza umana, torchiata dall’insensatezza. Il regista in uno sforzo catartico crea una materia scenica che è emblema dell’esistenza. Marchiando a fuoco sugli occhi diafani del pubblico, attraverso la luce dei riflettori, crea delle figure emblematiche, motori atavici dell’uomo, incarnandole in personaggi umani quali la legge, il dogma, la morte, l’umorismo, […]

... continua la lettura
Teatro

“Creditori”, una “tragicommedia costi-benefici” di contabilità sentimentale

Venerdì, 11 dicembre è andato in scena al Piccolo Bellini la prima dello spettacolo Creditori, adattamento della tragicommedia del 1888 di August Strindberg di Orlando Cinque e Fiorenzo Madonna, con Orlando Cinque, Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa e per la regia di Orlando Cinque. Il dramma borghese mette in scena il cortocircuito di una storia sentimentale di stampo introspettivo, rischiarendo in modo prettamente naturalistico e scientifico il fenomeno di una deflagrazione di un rapporto sentimentale, ridotto a un linguaggio di mera contabilità sentimentale e giochi di potere, tipica dei rapporti interpersonali di una certa classe borghese. “Creditori” di Orlando Cinque, la dissezione di un amore come carne trinciata Un quarto di bue appare sullo sfondo del palcoscenico, intagliato a forma di  busto femmineo, segnato da rigagnoli ardenti di un rosso cruento della carne viva che convergono nella regione pelvica fino a mostrare le viscere impudiche di una donna, strappata dalla pelle polverosa della finzione, mostrando le croste della contraddizione di un’anima. È la carne di Tekla, una donna prorompente, concupiscente, scolpita tra i nodi, nella carne dal marito Adolf, quasi a volerne mostrare i dissapori di un rapporto sentimentale, minato da una miriade di dubbi come dardi infuocati, pronti a bruciare le pareti fragili di  una utopica serenità. È una scultura truculenta, scolpita nella carne nuda, quasi a voler addentare e sfilacciare quelli fibre muscolari, vivisezionandole e mostrando, in uno spietato e infimo realismo, lo scontro di lame affilate di forze irrazionali, pronte a intaccare le radici di anime affini e marchiando a fuoco la carne nuda di un rapporto sentimentale con la filigrana del realismo. Questo è Creditori: è la messa in scena di una spietata dietrologia di elementi realistici, che si nascondono dietro le recondite strade di una storia d’amore. Si potrebbe dire che tutto ciò nasce dalle fallite esperienze amorose di Strindberg, che nelle sue esperienze esistenziali ha cercato di esorcizzare, in una sorta riflessione autobiografica, un istinto di rabbia o di vendetta in un verecondo cinismo  da ateo dell’amore, come sentimento positivo e conciliante. Nella maestosa recitazione di Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa, nell’adattamento di Orlando Cinque (che veste anche i panni di Gustav) e nella regia dello stesso Orlando Cinque, tutto ciò che auspicava Strindberg ha preso forma. La sobrietà della scena, la predominanza ai dialoghi e alla recitazione hanno spiattellato in grembo agli spettatori un’orda di tensione, le parole recitate e crude hanno avuto il sapore amaro della disillusione, tutto il teatro si è rinchiuso in una bolla bluastra che ha spazzato via le speranze di consolazione e le fantasticherie amorose. Adolf è il marito di Tekla. Sono una fresca coppia e, malgrado abbiano una buona intesa sessuale, il marito è colto da dubbi sulla sua relazione, scorge gli albori di una imminente crisi. Qui subentra in scena il personaggio cardine, cioè Gustav, nuovo amico di Adolf, ma che in realtà è un vecchio fidanzato di Tekla, rancoroso, vendicativo, manipolatore. Gustav subentra nella psiche di Adolf, tramando un piano vorticoso, […]

... continua la lettura
Food

‘a Figlia d”o Marenaro presenta il calendario 2019 tra storia, radici e futuro

Lunedì 17 dicembre ha avuto luogo, nella “Sala Caruso” dello storico Hotel Vesuvio di via Partenope, la presentazione della mostra fotografica del calendario 2019 de ‘a Figlia d”o Marenaro”, firmata dalla fotografa Lucia Dovere, all’interno di un  progetto grafico ideato e realizzato dal designer Davide Mattei. Le fotografie sono incentrate sulla figura prorompente e audace di Assunta Pacifico, imprenditrice e fondatrice del famoso ristorante di via Foria, ‘a Figlia d”o Marenaro. Fotografie che emanano la fierezza e la tenacia di una donna che, partendo dal basso, è divenuta una delle imprenditrici più autorevoli e carismatiche della ristorazione napoletana: praticamente un miracolo dell’imprenditoria femminile tutta napoletana. Il ricavato delle vendite del calendario sarà devoluto interamente alla Fondazione Santobono Pausilipon onlus. ‘a Figlia d”o Marenaro, la regina della zuppa di cozze Gli scatti artistici ad una donna, la fierezza raggiante di una mamma imprenditrice dalla forza leonina, una figura che si staglia nella selva delle difficoltà della vita, fotografie che profumano di successo, così fiere a buon diritto che riflettono la luce raggiante del raggiungimento di un mito urbano. L’ambientazione di questa fantastica storia non può che essere Napoli, una città, che tra le mille voci gioviali e languide, fa risentire lo scricchiolio di una storia stratificata, di strade ricolme di bellezza, che sa anche racchiudere in uno scrigno di un’ostrica o nella conchiglia di una cozza, tutto il sapore vivo di una tradizione culinaria millenaria. La storia di Assunta Pacifico, ‘a Figlia d”o Marenaro, è intarsiata tra le vene marmoree dell’arte della cucina napoletana. La sua figura che riaffiora forte in uno sfondo scuro, sul palco del teatro Bellini, uno dei set fotografici più importanti di questo calendario, è sul piedistallo dell’arte culinaria. Una venere,  una divinità della zuppa di cozze, che emerge dai capelli dorati con uno sguardo severo, fiero, vincente, di chi ha affrontato gli angiporti oscuri delle difficoltà più svariate uscendone a testa alta, con un disegno sul volto, che emerge tra le cromature degli occhi, che ricorda il suo passato, la storia di una bambina e poi donna, figlia d’arte, che già in tenera fu iniziata alle asperità del lavoro, tra polpi annaspati e incrostature di cozze. Assunta Pacifico è la figlia di Papucc’ ‘o Marenaro e Maria l’Acquaiola. All’età di 7 anni imparò a fare la zuppa di cozze, tra i banchi della cucina del ristorante ‘a puteca, aperto nel 1955 a Porta Capuana dal padre Raffaele Pacifico. Puliva i frutti di mare in piedi su una cassa di legno di Peroni per sopperire alle mancanze fisiche della giovane età. Più in là, crescendo, recuperò l’altezza adatta per guardare dall’altro in basso una pentola che bolle, ma ciò che ribolliva ardentemente era il suo sangue, mischiato a quella atavica passione della cucina, instillata fin da giovanissima e facente parte del suo corredo genetico. Questa è la storia che Assunta Pacifico ci tiene costantemente ad anteporre come un memorandum, prima di ogni altra cosa, anche prima cogliere i frutti meritati del successo. La fierezza di queste sue umili […]

... continua la lettura
Musica

Francesco Di Bella, un diavolo rock in dub style al Sannazaro

Si è tenuto mercoledì, 12 dicembre il concerto per la presentazione del nuovo album “O’ Diavolo” del cantautore napoletano Francesco Di Bella al Teatro Sannazaro. Il cantautore ha tenuto sotto scacco emotivamente il pubblico per un’ora e mezza, nella quale non si è potuto fare a meno di ballare e sciogliersi in un tripudio di ritmo e sonorità incalzanti. È stata l’occasione giusta per presentare, tra l’altro, i nuovi componenti della band: Salvatore Rainone alla batteria e Roberto Porzio alle tastiere. In scaletta anche i vecchi brani, tratti da “Ballads Café” del 2014 e “Nuova Gianturco” del 2016, che hanno avuto una forma diversa. Il nuovo album di Francesco Di Bella “O’ Diavolo” Il suono tagliente di una chitarra, un ballo tribale cadenzato, lo scoppio fulgido di luci rosse offuscate, in un’amalgama di atmosfere ancestrali, una maschera a sancire l’apertura di uno spettacolo al cospetto di Ade e i movimenti scomposti di un ragazzo che si appresta a condividere la sua catabasi in un clima di tragedia euripidea. È la tappa napoletana del “O’ Diavolo” tour al teatro Sannazaro del cantautore napoletano Francesco Di Bella che ha presentato il suo ultimo album “O’ Diavolo”. Il cantautore è salito sul palco con una maschera, ha dato vita ad una danza irregolare, rapito da un suono ritmico, ha sancito l’epifania di una nuova sonorità, un lavoro divergente rispetto ai suoi ultimi due album. I suoni affilati e secchi della chitarra hanno spezzettato l’atmosfera, hanno preso forma divenendo i caratteri di un manifesto di una nuova sonorità, una sonorità pungente, ma allo stesso tempo malinconica, anche un certo ritorno al vecchio sound dei 24 Grana. Il singolo ” O’ Diavolo”, il brano che apre l’album, ha aperto il sipario. Si sono manifestate, già dai primi battiti della cassa, emozioni velenose, grumi di emozioni che si sono fuse immediatamente in toni rabbiosi, in un messaggio chiaro: «O Diavolo sona, o’ diavolo canta, ‘o diavolo piace a tutte quanta». Ecco la tornada del brano che ci ricorda una presenza, senza tempo che scorrazza tra noi mortali. Il diavolo è emblema di questo ultimo lavoro di Francesco Di Bella. Il diavolo porta con sé la zavorra del piacere, la dona a coloro che vogliono fare di ciò una virtù. Ti invita ai suoi banchetti prelibati, si fonde nei meandri della esistenza di ognuno di noi divenendo fumo dolciastro, che ottenebra i cuori e l’amore e distilla odio, competizione, denaro, piacere nei beni materiali. Su ciò il cantautore vuole porre l’accento: sulla contemporaneità, sull’annichilimento dell’epoca contemporanea. Lungi dall’essere solamente figura negativa, il diavolo ha costantemente rappresentato nelle nostre esistenze anche il piacere sano della vita, incarnandosi, tuttavia, divenendo il corpo di tutto ciò che è piacere. In questo lavoro Di Bella, però ce lo presenta come la materializzazione di un certo nichilismo e dell’edonismo consumistico. Il diavolo striscia, è in una costante frizione con la nostra anima, crea solchi indelebili: non si può rinunciare al piacere dell’amore, della musica, dell’erotismo, ma il cantante ci ammonisce, bandisce un certo […]

... continua la lettura
Teatro

Stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio

Giovedì, 11 ottobre, si è tenuta al caffè letterario Intra Moenia la presentazione della stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio di San Giorgio a Cremano, uno storico palco solcato dai primi passi, indelebili nella tradizione del teatro napoletano, del grande Massimo Troisi, insieme a Lello Arena, Enzo Decaro e tanti altri attori che, tra le pareti del teatro di via San Giorgio Vecchio 31, intrise di un forte spirito teatrale, in un clima di grande fermento culturale, hanno varcato per la prima volta le soglie del palcoscenico. Noi di eroica eravamo presenti alla presentazione della stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio e vogliamo raccontarvela. Stagione teatrale 2018/2019 del Centro Teatro Spazio: l’atmosfera L’aria, a volte, riesce ad addensarsi, a catturare particelle di immaginazione e arte, guarnendo con guadi aeriformi un’atmosfera, colma di magia scenica, di calore fervido della tradizione, dell’ebbrezza della catabasi della sperimentazione. L’aria, a volte, riesce a scalfire tracce tra le pareti con ricordi di parole recitate, di emozioni dal sangue storico. Quest’aria si condensa in uno spazio scenico, travalica la calce annerita di un sottoscala, crea gocce di acqua diafana che riflettono le maschere della tradizione, si congela in un piccolo teatro di provincia e riesce a incastonarsi tra le crepedel palco, conservando la magia del teatro, concentrandola tutta al “Centro Teatro Spazio“, un teatro storico che ha vissuto e rivive tra gli interstizi delle viscere della tradizione e del teatro contemporaneo e di sperimentazione. Sotto un mantello corposo di polvere negli anni ottanta, il “Centro Teatro Spazio” aveva concluso la sua attività. Aveva concluso le sue energie di suggestioni popolari della commedia dell’arte e le ingenti iniezioni di vitamine di prosa dialettale, aveva smesso di nutrirsi dei recitativi in quel dialetto prorompente, attuale. Dopo che la maschera di Massimo Troisi si era imposta in tutta Italia, il teatro era morto. Era in stato di decomposizione, sbudellato dall’incuria in una pozza di polvere, nella quale sguazzavano i topi, che  rodendo il legno consunto del palco e la plastica dei vecchi seggiolini di un vecchio cinema di San Giorgio (lì stipati ), giocavano a rincorrersi tra i burattini di Renato Barbieri, famoso burattinaio che aveva mantenuto il luogo come una sorta di scrigno prezioso di orpelli atavici, e lo usava come deposito per le sue creature, un deposito dove aveva conservato anche macigni di affetto, per l’amore per il teatro. Da lì è partita la sfida. Nel 1988 il drammaturgo, l’attore e regista Vincenzo Borrelli  ha deciso di far riemerge quel prezioso relitto, sprofondato nell’oblio: ha voluto scrostarlo dai sedimenti dell’inattività, oliare quegli ingranaggi ormai ossidati dall’indifferenza e dell’inoperosità; ha dato una definitiva scrollata alla polvere e alla foschia dell’abbandono, risollevando  quel corpo, fatto di tavole del piano scenico e dell’odore caldo della platea, riprendendo l’attività teatrale, sostituendo l’aria pesante dell’umidità alla fragranza eterea dell’arte, quell’arte teatrale che negli anni si era nascosta nell’oscurità del sottopalco e che ora poteva riemergere, in tutta la sua lucentezza. Dapprima Vincenzo Borrelli, insieme al padre Ernesto e al fratello […]

... continua la lettura