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Eroica Fenice

Eventi nazionali

Finale di Sanremo 2018, vincono Meta e Moro

E si giunse alla serata finale di Sanremo 2018. Un’edizione del festival che più che per le canzoni verrà ricordata per i continui cambi d’abito di Michelle Hunziker e per la psicotica tendenza del conduttore e direttore artistico Claudio Baglioni a voler cantare ad ogni costo, imponendo alle nostre povere orecchie tutta la sua discografia. Ma bando alle ciance e diamo un’occhiata a come è stata questa serata finale. Una finale con ospiti musicali e un toccante monologo La finale di Sanremo si apre con Luca Barbarossa e con la sua Passame er sale , a cui poi seguono Ognuno ha il suo racconto di Red Canzian e Mai mai mai dei campani The Kolors. È già giunto il momento del primo ospite, Laura Pausini, che scende dalla mitica scalinata. Su quel palco, dove nel 1993 vinse come giovane proposta con La solitudine, la Pausini presenta il suo nuovo singolo Non è detto. Poi, sotto esortazione di Fiorello in collegamento telefonico, la cantante duetta con Baglioni (e ti pareva !) sulle note di Avrai, per poi esibirsi sulle note di Come se non fosse stato mai amore e concludendo l’esibizione tra i fan fuori al teatro Ariston. La gara ricomincia con gli Elio e le storie tese e la loro canzone-congedo Arrivedorci, un vero e proprio epitaffio alla carriera del gruppo milanese. La mancanza di un microfono non ferma Ron che, con la sua Almeno pensami, sembra quasi cantare accompagnato dalla presenza del compianto Lucio Dalla, che è anche l’autore della canzone. Antonella Clerici e i giovanissimi cantanti di “Sanremo Young” sono i secondi ospiti della serata, i quali si esibiscono sulle note di Penso positivo di Jovanotti. Da notare la scenografia della performance, quella di un cantiere con operai che lavorano: insomma, una palese allegoria del futuro da precariati e disoccupati che attende il gruppo di adolescenti una volta divenuti adulti. Dopo questa inutile ospitata tocca a Max Gazzé con la suggestiva La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, una storia d’amore mitologica con sfumature ovidiane, che l’accompagnamento d’arpa rende ancora più magica. È poi il turno di Annalisa con Il mondo prima di te anche se, più che sulla canzone, la nostra attenzione ricade sul vestito che sembra ricavato da dei sacchi di juta. Dopo l’ennesimo tentativo andato a male di Baglioni di risultare simpatico (si finge sosia di Marco Columbro, che ridere…), sale sul palco Renzo Rubino che “copia” l’idea dei ballerini anziani, che sono i nonni del cantante, a lo Stato Sociale. La nona performance è quella dei Decibel di Enrico Ruggeri e della loro Lettera dal Duca, il cui ritornello presenta le classiche due-tre frasi in inglese (perché l’inglese fa sempre rock, non scordiamocelo). Seguono Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico e i primi sbadigli: Imparare ad amarsi è la classica canzone piena di cliché e frasi fatte, su quanto è importante volersi bene. Se ne poteva fare a meno, in tutta sincerità. Eguale opinione vale anche per Eterno di Giovanni Caccamo: la tipica sanremese ballata d’amore […]

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Attualità

90special: gli anni ’90 (non) sono di nuovo tra noi

Se si legge “anni ’90“, qual è la prima cosa che viene in mente? Alcuni diranno le boyband, altri il Game Boy, altri ancora l’inchiesta di Tangentopoli e così via. Nel bene e nel male sono decenni che, noi che li abbiamo vissuti, ricordiamo con certo affetto. Eppure nessuna rete televisiva si è mai interessata nel volerli omaggiare con un programma relativo, fino al momento in cui Mediaset non ha dato vita a 90special .. .. e forse sarebbe stato meglio non farlo. 90special: il museo degli anni ’90 Alla conduzione del programma (che fin da subito ricalca un celebre pezzo dei Lunapop) troviamo la iena Nicola Savino, comandante di una macchina del tempo con a bordo chi in quei decenni era genitore, adolescente, bambino e chi invece era nato alla fine (da qui il sottotitolo “ma che ne sanno i 2000”). Partiamo subito dai pregi, davvero ben pochi. Di certo va riconosciuto il merito di aver cercato di far respirare a pieni polmoni l’aria degli anni ’90 in ogni singolo aspetto. Basti dare un’occhiata allo studio, addobbato con cimeli dell’epoca (le schede telefoniche, l’album di figurine dei calciatori, una foto di Raffaella Carrà ai tempi di Carramba che sorpresa! e quanto altro), nonché la presenza di simboli della TV italiana dell’epoca come il furgoncino di Stranamore, il microfono del Karaoke di Fiorello e le postazioni del celeberrimo quiz Tira e Molla condotto da Paolo Bonolis. Non mancano poi le esibizioni di cantanti dell’epoca, se si pensa agli Eiffel 65 che hanno riproposto la loro intramontabile hit Blue. Quanto detto fino ad ora potrebbe indurci a pensare che 90special risulti un’operazione di revival gradevole e carina, capace di toccare il cuore di quelli che hanno vissuto gli ultimi decenni del XX secolo. Ma così non è stato. Tra tediosi monologhi e triste ignoranza Il primo punto debole di 90special è rappresentato dagli ospiti. Ci si è dovuti sorbire quasi due ore di monologhi di Fiorello e di Jovanotti. Personaggi di certo rilevanti per i decenni trattati nel programma ma a cui si è preferito dare il ruolo di tappabuchi, mostrando così che gli autori, in fin dei conti, non avevano idee degne di nota. Il secondo punto, di sicuro il più grave ed intollerabile, è la presenza di ospiti per nulla attinenti al programma: Cristiano Malgioglio (simbolo della tendenza a voler inserire ad ogni costo il fenomeno del reality di turno, dato il suo evidente anacronismo) e il duo Benji & Fede che ha scimmiottato, pardon, cantato sulle note di 50 special dei Lunapop. Una vera delusione che sui social ha scatenato l’ira dei telespettatori, i quali hanno lamentato la mancanza di personaggi, oggetti, spot e di altro materiale che avrebbe reso il programma davvero interessante e godibile. Un’offesa agli anni ’90 e a chi c’era in quel periodo Il giudizio che va dato a 90 special non può che rasentare l’insufficienza. Sorvolando sulle poche apprezzabili trovate, il programma è lontano dall’ essere un omaggio a quegli anni. La sensazione è […]

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Attualità

Nati per leggere. La lettura al servizio dei più piccoli

Da quando esiste il mondo si conosce l’importanza del ruolo giocato dai genitori nell’educazione dei loro bambini. Un’educazione che, a causa di situazioni di disagio e di ambienti sfavorevoli, non è sempre possibile garantire.  Il programma Nati per Leggere Nato nel 1999 sulla scia del britannico Bookstart e dell’americano Reach out and read, il programma Nati per Leggere segue un obiettivo preciso: promuovere la lettura condivisa  in famiglia e ad alta voce, intesa come un momento che crea e rinforza lo sviluppo cognitivo del bambino,la relazione affettiva tra genitore e figlio e che è soprattutto capace anche di sviluppare tutti quei benefici psicofisici importanti nella fase dei “1000 giorni” (quella che va dai 0 ai 3 anni). Il programma è promosso dall’alleanza tra l’Associazione Culturale Pediatri ACP, l’Associazione Italiana Biblioteche AIB e il Centro per la Salute del Bambino onlus CSB. Esso vanta 600 progetti locali sparsi lungo la nostra penisola, a cui partecipano, migliaia e migliaia di volontari, vero motore del programma. Nati per Leggere in Campania In Campania il progetto giunge nel 2000 con la volontà di dare anche alla città di Napoli uno spazio di lettura funzionante, dal momento che la città non dispone di biblioteche per bambini. Dapprima presente al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli con il primo Punto Lettura della regione, dopo una lunga diatriba, Nati per Leggere Campania trova una nuova casa spostandosi nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Tiziana Cristiani, referente regionale di Nati per Leggere Campania, rivendica l’utilità sociale del programma e sottolinea l’importanza del legame empatico che si crea tra l’adulto che legge e il bambino, mostrando come anche i genitori stessi godano di enormi vantaggi dalla pratica della lettura di relazione. Pone l’accento, inoltre, sull’importanza della rivendicazione del “diritto alle storie” per tutte le bambine e tutti i bambini e, quindi, sull’importanza dell’esistenza di punti lettura in diverse aree della città: da Soccavo a San Giovanni a Teduccio, dalla Sanità a Piazza Ottocalli, passando per realtà complesse come il carcere di Secondigliano o quello minorile di Nisida – dove, ad esempio, i detenuti possono trascorrere qualche ora leggendo con i propri figli – Nati per Leggere Campania opera all’interno di una fitta rete di “alleanze educative” con le agenzie sociali del territorio, affinché i bambini possano godere di quante più numerose occasioni crescita. Leggere per diventare grandi (divertendosi) Per tutte queste ragioni, Nati per Leggere è quindi anche uno strumento di democrazia, qualcosa di utile e necessario per cercare di debellare condizioni di disagio e diseguaglianza sociale, per cercare di contrastare fenomeni di devianza e delinquenza di cui la Campania, troppo spesso, detiene il triste primato. Nessun bambino merita, infatti, l’esclusione dalle opportunità di crescita per via di una situazione sociale di partenza sfavorevole o di un contesto di vita più deprivante: al contrario, tutti i bambini hanno diritto ad essere protetti dallo svantaggio socio culturale e dalla troppo diffusa, ormai, povertà educativa: è questo il principio fondante di Nati per Leggere, che fa dell’universalità e della gratuità le parole-chiave […]

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Food

Paisà. Forno contadino tra innovazione e tradizione

Situato in via Chiaia 83, il Paisà è un vero e proprio forno contadino specializzato in pizze da asporto, e rappresenta un compromesso tra le continue innovazioni gastronomiche e il rispetto della tradizione. L’universo Paisà: un mondo antico in un contesto moderno L’idea del locale è di Ciro Ienco, il quale ha una missione precisa: dare alla pizza da asporto un’offerta “premium”, alla stregua di quella delle pizzerie tradizionali. Quest’offerta consiste nell’uso di farine integrali e a base di cereali vari (ceci, cuccuma) nelle preparazioni che, unite ad una lievitazione di 24 ore, danno come risultato un prodotto di qualità e altamente digeribile. Il tutto nel rispetto delle ricette tradizionali. Proprio la tradizione è uno dei punti forti del Paisà ed entrando nel locale lo si comprende subito: il bancone è in legno e ricorda la madia su cui le famiglie contadine impastavano il pane. Poi l’invitante profumo che esce fuori dalle cucine contribuisce a farci tornare indietro nel tempo, a richiamare alla mente i sapori della nostra infanzia. Un menù fresco e genuino La degustazione del 19 dicembre è stata un’occasione per entrare in contatto con la filosofia di Ciro Ienco. Le specialità del Paisà sono preparate con ingredienti freschi e genuini, la cui qualità si sente dal primo morso. Su tutti domina “’O Panzarotto”, quello che viene comunemente chiamato “crocchè di patate”. Oltre a quello classico il Paisà lo serve in altre varianti: con granella di pistacchi, con mandorle, con salsicce e friarielli e con spinaci. La caratteristica peculiare è l’uso di patate dell’Avezzano (senza fecola) e di fior di latte di Agerola. Per quanto riguarda le pizze, oltre alle tradizionali margherita e marinara la varietà di scelta è caratterizzata da una spiccata innovazione. La si comprende dalla pizza con caciocavallo e pere e da quella con crema di zucca e pistacchi preparate con farina, da quella con scarole e noci o con verza e salsiccia e da quella ortolana o con mousse di ceci e broccoli. Il tutto è accompagnato dal sapore dei vini delle cantine Alois e dalle melodie dei Mediterranean Duo (Carmine Scialla e Alessandro De Carolis) che hanno creato la colonna sonora perfetta per questo momento di riscoperta della genuinità, proponendo un repertorio di musica popolare. La formula vincente del Paisà Il Paisà ha dalla sua parte una tradizione che strizza l’occhio anche all’innovazione, venendo incontro alle esigenze di un mercato e di palati sempre più attenti alla qualità degli ingredienti. Ma la riscoperta di un prodotto che viene rielaborato rappresenta una nota di non poco conto in un mondo in cui il concetto di “street food” è spesso associato a prodotti trattati e ben lontani dall’essere sani. Paisà invece segue una filosofia semplice e vincente, che andrebbe adottata da molte aziende del settore: guardare con un occhio al passato e con l’altro rivolto al futuro.  

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Attualità

Biotestamento. Approvato il disegno di legge

La giornata del 14 dicembre 2017 avrà un valore simbolico per il nostro paese. Con 180 voti favorevoli e 71 contrari, il senato ha approvato il disegno di legge per il Biotestamento. Alla votazione erano presenti anche l’ex ministro degli affari esteri Emma Bonino, Mina Welby ed esponenti dell’associazione intitolata a Luca Coscioni. Cosa prevede il disegno di legge sul Biotestamento Punto cardine del testo è l’articolo 3, quello riguardante le disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Nessun trattamento potrà essere iniziato o proseguito senza il consenso della persona interessata e viene “promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato” e “nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari”. Le persone maggiorenni, inoltre, potranno esprimere le proprie preferenze in materia di scelte diagnostiche e trattamenti terapeutici. Questo significa che il medico dovrà rispettare la volontà del paziente di non procedere con le cure sanitarie. Per quanto riguarda i minori la scelta è affidata ai genitori o a chi esegue la responsabilità genitoriale. Una pagina rivoluzionaria per la nostra civiltà Il disegno di legge sul biotestamento è stato approvato grazie all’intesa tra PD e M5S. Roberto Fico ha sottolineato come tale proposta fosse un’idea del movimento di Beppe Grillo. Il radicale Mario Cappato ha definito quella odierna una «bella giornata parlamentare», mentre il premier Paolo Gentiloni ha parlato di una «scelta di civiltà». I voti contrari provengono dal centrodestra. Francesco Storace del Movimento Nazionale per la Sovranità, twitta: “Una legge per morire. Già c’era una legge per abortire. Attendiamo ora una legge per vivere e una per convincere a nascere“. Gaetano Quagliariello, capogruppo di Idea, vede nella legge la “via italiana all’eutanasia”, mentre Forza Italia si limita a lasciare la “libertà di coscienza”. La legge sul Biotestamento, oramai prossima all’approvazione da parte del presidente della repubblica Sergio Matarella, segna un punto di svolta. Dopo anni di lotte viene riconosciuto, all’essere umano, il diritto di scegliere di terminare la propria vita in modo dignitoso, senza dover sottostare ad inutili sofferenze volute (e ordinate) da poteri e dogmi intoccabili.  

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Attualità

“Far Web”, indagine sull’universo degli haters

Venerdì ha fatto il suo debutto, in seconda serata sulla terza rete RAI, Far Web. Condotto da Federico Ruffo il programma, attraverso lo schema del documentario, indaga sul lato più oscuro e pericoloso di internet: degli haters. Definizione di hater Il termine haters si potrebbe tradurre in italiano con l’espressione “coloro che odiano” (dal verbo inglese to hate, “odiare”). In parole povere, ci troviamo davanti a veri e propri odiatori seriali. L’hater non è un tipo ben definito: può essere giovane o vecchio, donna o uomo, con un basso o alto livello di istruzione, bianco o nero. L’unico minimo comune denominatore che li accomuna è l’odio. Questo odio viscerale è rivolto sopratttutto a personaggi di una certa fama: politici, cantanti, attori, youtubers, giornalisti e così via. A sostegno di questa loro teoria, gli haters si fanno portavoce di una verità intoccabile con il sostegno della protezione dello schermo del computer o del telefono. Far Web. A tu per tu con l’odio Far Web parte proprio da queste basi per stilare un’analisi lucida di questo fenomeno, preoccupante per il momento storico che stiamo vivendo. Nella prima puntata, intitolata In nome del popolo italiano, Federico Ruffo ha avuto modo di parlare con questi odiatori. Alcuni ci mettono la faccia, mentre altri preferiscono affidarsi alla sicurezza dell’anonimato. Il quadro che ne viene fuori è inquietante. Rigurgito di populismi, insulti nei confronti dei migranti e della presidente della camera Laura Boldrini (quest’ultima oggetto di una vera e propria campagna di insulti, complici anche le numerose bufale che la riguardano) e rimpianti verso il ventennio fascista. Interessanti gli interventi di chi ha voluto letteralmente metterci la faccia. Stiamo parlando dell’amministratore della pagina Facebook Sesso, droga e pastorizia (celebre per essere stata al centro di una polemica con Selvaggia Lucarelli) o di già citati pensionati sessantenni che non sembrano pentiti delle proprie azioni. C’è anche chi preferisce coprirsi il volto per non farsi riconoscere, come l’utente che si fa chiamare con il nickname de “ilgiustiziere”. Gli haters sono tra noi (e siamo noi) Non sarebbe necessario interrogarsi sull’utilità di un programma come Far Web. Sarebbe più utile riflettere sul fatto che gli haters che ci vengono presentati sono persone normali, come noi. Il sessantenne con la quinta elementare che insulta Laura Boldrini perché «ama più gli immigrati che gli italiani» e il trentenne con una laurea che insulta lo youtuber Favij perché guadagna tanti soldi facendo gameplay non sono tanto diversi. Sono persone che incontriamo al bar o a lavoro, magari anche brave persone nella vita reale e con cui abbiamo scambiato due chiacchiere. L‘hater, come si è detto, non ha una fisionomia precisa. Può essere di nazionalità, credo e idee diverse, ma è fedele ad una sola idea: quello di elevarsi al rango di vendicatore, angelo della morte virtuale che falcia coloro che meritano solo di ricevere in faccia tutta la sua bile, che siano traditori della patria, omosessuali, comunisti, vip, cantanti, attori. Tutti insulti fatti da chi il potere, nel mondo di carne, non […]

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Cinema & Serie tv

Rick and Morty, il nichilismo della fantascienza

Creata da Justin Roiland e Dan Harmon per Adult Swim, Rick and Morty occupa un posto non irrilevante tra le serie tv più strane e demenziali. La serie ha fatto il suo debutto nel 2013 e da noi è giunta nel 2016 sulla piattaforma on demand Netflix con le prime due stagioni, per poi vedere il debutto della terza ad inizio mese. Rick and Morty, sinossi Rick Sanchez è uno scienziato che vive assieme alla figlia Beth e alla sua famiglia. Emblema dello stereotipo dello scienziato pazzo (a cui si aggiunge una spiccata tendenza all’alcolismo), Rick inventa una marea di gadgets strani e compie continui viaggi nello spazio e in realtà parallele assieme al nipote Morty, quattordicenne impacciato e costretto a subire le vessazioni del nonno e degli altri membri della famiglia: la superficiale sorella maggiore Summer e il severo ma debole padre Jerry. A loro si aggiunge una galleria di personaggi altrettanto folli e stranianti: mostri, alieni ed esseri sovrannaturali con cui i due protagonisti principali si troveranno a fare i conti nel corso delle loro stralunate e bizzarre avventure. Assurdità in un caleidoscopio di citazioni L’universo di Rick and Morty è costellato da richiami di ogni sorta, provenienti soprattutto dal mondo del cinema. Impossibile, osservando il character design dei due protagonisti, non pensare  ad un richiamo a “Doc” Brown e Marty McFly di Ritorno al futuro. Gli stessi episodi richiamano al cinema di fantascienza e a quello di genere horror: da Inception a Jurassic Park, passando per Alien, Nightmare e David Croenberg. Ma la caratteristica peculiare che sta alla base della serie è la sua assurdità. Non c’è un episodio in cui ogni momento o situazione, all’apparenza tranquilli, non degenerano e giungono ai limiti più estremi della follia (citiamo soltanto l’uso di personaggi come i “Mister Miguardi o l’ultimo episodio della prima stagione, per farsene un’idea). Il tutto avviene chiamando in causa le leggi della fisica e della scienza, che faranno la gioia di qualche nerd. Rick And Morty, l’ “orrido” che piace Va sottolineata un’altra cosa. Sorvolando sul crescente fandom che ha costruito attorno a se, Rick and Morty non è una serie adatta a tutti. Infatti gli autori non ci pensano due volte nel concentrarsi su particolari macabri e disturbanti, che i soggetti più sensibili non digeriranno volentieri. Eppure questo è il caso di quei prodotti che hanno lo stesso effetto di una pietanza brutta a vedersi, ma dal sapore buono. Rick and Morty è una serie sicuramente “disgustosa” per l’uso di scene forti e violente (enfatizzate da uno stile di disegno nervoso e pieno di colori caldi), ma nonostante ciò la curiosità nel vederla non cala e ne vogliamo sempre di più, tanto che arriva a piacerci. Se non si tenesse conto di questo dettaglio, sarebbe scontato paragonare questa serie con un’altra che ha la fantascienza tra i suoi ingredienti principali: Futurama. Siamo però lontani anni luce dalle atmosfere poetiche e sentimentali del capolavoro di Matt Groening. In Rick and Morty le smancerie e i buoni sentimenti sono limitati […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Pompei al Madre, quando l’antico incontra il contemporaneo

Nella mattinata del 18 novembre è stata inaugurata, presso il museo di arte contemporanea donnaregina MADRE, la mostra Pompei al Madre. Come si può evincere già dal nome, si tratta di un progetto che unisce due mondi all’apparenza lontani e distanti. Da un lato la solennità e il rigorismo dell’arte antica, dall’altra l’innovazione e le sperimentazioni di quella contemporanea. La “macchina del tempo” di Pompei Alla cerimonia di apertura (alla quale hanno partecipato anche il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini e il presidente della regione Campania Vincenzo de Luca) sono intervenuti il direttore generale del museo MADRE Andrea Villani e il direttore generale del parco archeologico di Pompei Massimo Osanna. Durante l’intervento si è evidenziata proprio questa interconnessione tra l’antico e il contemporaneo. Non a caso Villani ha paragonato gli scavi di Pompei ad una “macchina del tempo”, poiché esprimono tanto il fermoimmagine di un vita fermatasi in un preciso istante quanto la possibilità di far comunicare quel mondo lontano con quello più vicino a noi. La mostra La mostra Pompei al Madre è divisa in due parti. La prima porta il titolo de Le collezioni e non è un caso. Qui, infatti, le opere già presenti nella collezione del MADRE comunicano con elementi del mondo romano. Lo dimostra l’interconnessione che si crea tra le tombe dei Lares e dei Penates (quelli che, nell’antica Roma, venivano identificati con gli spiriti del focolare domestico) e le Capuzzelle dell’artista tedesca Rebecca Horn, o anche quella tra la critica capitalistica e consumistica delle opere di Jeff Koons e i resti delle tabernae, gli spazi commerciali della domus. La seconda parte, situata al terzo piano del museo, è invece intitolata Materia archeologica. Sono qui raccolte testimonianze relative agli scavi di Pompei, che vanno dai giornali di scavo di fine ‘700 ed inizio ‘800 alle fotografie degli scavi stessi, fino ad arrivare ai disegni di Le Corbusier sulle caratteristiche biodinamiche della domus pompeiana e alla raccolta del materiale bibliografico relativo a Pompei (dai trattati di archeologia del XVIII secolo ad una copia in DVD di Live at Pompeii dei Pink Floyd). Segue poi una sala dedicata alla campagna vesuviana, allestita con varie vedute settecentesche del vulcano in eruzione settecentesche, fino ad arrivare al celeberrimo Vesuvius di Andy Warhol. La mostra culmina in un vero e proprio mortuario dove, ai calchi di alcuni corpi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. (tra cui anche il famoso “cane di Pompei”) si alternano opere come l’ufficio fossilizzato di Jimme Durham e l’installazione Terrae Motus di Nino Longobardi. Pompei al Madre: una Domus contemporanea riuscita Con il progetto Pompei al Madre si è riuscito a raggiungere l’equilibrio (a tratti impossibile) tra l’arte classica e l’arte contemporanea. Il vedere un mosaico o una statuetta di una domus pompeiana accostata a qualche installazione contemporanea potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma non si può negare l’originalità dell’idea. Si può tranquillamente affermare che l’idea di “Domus contemporanea”, progettata e voluta da Andrea Villani, è più che mai riuscita. […]

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Cinema & Serie tv

The other side of the wind. Arriva l’ultimo film di Welles

A distanza di 40 anni The other side of the wind, l’incompiuto film girato da Orson Welles, sta per essere ultimato. Girato per gran parte degli anni’70, il film non è mai stato concluso ed è stato protagonista di una vicenda complessa che, a quanto pare, sembra aver trovato la propria conclusione. L’idea del film “The other side of the wind” La sceneggiatura (ad opera di Oja Kadar e dello stesso Welles) ha al centro la storia di J.J. “Jake” Hannaford (John Huston), un regista prossimo alla fine della propria carriera che si ritrova a girare un film a basso costo (e intitolato proprio The other side of the wind) e che arriva ad innamorarsi dell’attore principale, John Dale (Bob Random). The other side of the wind si presenta come una pellicola diversa dal resto della filmografia wellesiana. Il regista di Citizen Kane e The Magnificent Ambersons affronta non solo la tematica dell’omosessualità, ma porta avanti anche una spietata critica contro le ferree logiche dello studio system hollywoodiano. La travagliata produzione di The other side of the wind Orson Welles girò il film tra il 1970 e il 1976, con diverse interruzioni a causa di mancanza di budget. Ciononostante, le riprese del film furono portate a termine. Prima di morire nel 1985, Welles riuscì a montare soltanto 45 minuti di The other side of the wind. Il testimone passò nelle mani dell’amico e regista Peter Bogdanovich, il quale tentò più volte di terminare la post-produzione del film (tentando addirittura di concluderla nel 2010 e di presentare il film al festival di Cannes di quell’anno). Ma le dispute legali per il possesso del materiale filmico tra Oja Kadar e Beatrice Welles, rispettivamente compagna e figlia del regista, hanno contribuito a ritardare la fine del progetto. A sorpresa, nel marzo 2017 Netflix ha acquistato i diritti sulla pellicola e l’ultima fatica di Welles potrà finalmente essere completata e fruita dai cinefili e dai curiosi. L’uscita (non si sa se in sala o direttamente in streaming), avverrà nel 2018. Il team dietro il “ritorno” di Orson Welles Al completamento di The other side of the Wind sono stati chiamati i collaboratori più stretti di Welles. Il già citato Bogdanovich, ma anche il produttore Frank Marshall, collaboratore anche di Spielberg. Al progetto collaboreranno anche il montatore Bob Murawski (collaboratore di Sam Raimi nella trilogia di Spiderman e di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker) e Scott Millan per quanto riguarda il sound-mixing (premio oscar per Apollo 13, Il Gladiatore, Ray e The Bourne Ultimatum). Frank Marshall si è dimostrato entusiasta riguardo all’idea di terminare l’incompiuta pellicola di Welles: «Grazie a Netflix, siamo stati in grado di assemblare un team di post-produzione incredibilmente talentuoso per affrontare la sfida emozionante e sconvolgente di completare l’ultimo film di Orson Welles. È stata un’esperienza straordinaria lavorare con lui 40 anni fa e sarà un onore contribuire a far vedere la sua visione finalmente sullo schermo». Si tratta di una grande occasione di poter rivedere in azione l’estro di uno […]

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Libri

Slasher di Marco Greganti. Come funziona un horror?

Con il termine slasher (dal verbo “to slash”, che in italiano significa “affettare”, “squarciare”) si indica un sottogenere di film horror che segue uno canovaccio preciso: un gruppo di giovani protagonisti che cerca di fuggire da un assassino psicopatico. Dietro ad un sistema così semplice, in realtà si nasconde qualcosa di più profondo. È quello che Marco Greganti cerca di spiegare nel saggio Slasher: il genere, gli archetipi, le strutture, pubblicato da Nicola Pesce editore. Slasher, un viaggio nel regno dell’orrore e della paura In cinque capitoli, Slasher si propone di fornire al lettore (esperto o meno) i codici che permettono il funzionamento di uno dei sottogeneri del cinema horror più proficuo ed apprezzato. Partendo dalla Poetica di Aristotele e dalla concezione di arte come mimesis, cioè “imitazione”, Greganti passa in rassegna le caratteristiche peculiari che si ritrovano in ogni pellicola del genere: il viaggio compiuto dai protagonisti, lo spazio in cui si svolge la vicenda (o, come la chiama l’autore, “l’arena”), gli stereotipi fissi dei personaggi e, naturalmente, la fisionomia dell’assassino. Quello che però Slasher non tralascia è un dato fondamentale: che le storie dell’orrore non sono un fenomeno di puro spettacolo, ma che hanno radici profonde. Ecco allora i riferimenti al mito, alle fiabe dei fratelli Grimm e ai riti di iniziazione praticate dalle tribù australiane, nonché ampi riferimenti alla psicologia (Freud e Jung, in particolare). Il saggio è corredato di un ampio repertorio di immagini, naturalmente preso dalla filmografia horror più nota: Halloween di John Carpenter, A Nightmare on Elm street e Scream di Wes Craven, Alien di Ridley Scott, The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hopper. Non mancano ovviamente opere di registi italiani, come Reazione a Catena di Mario Bava, Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato e Suspiria di Dario Argento. L’orrore come esorcizzazione La lezione che Slasher ci trasmette è più di una. La prima è che dietro a qualcosa che viene considerato superficiale, come un film horror, c’è un apparato folkclorico, psicologico ed antropologico che si perde nella notte dei secoli e che viene riproposto in varie forme. I vari Freddy Krueger, Jason Voorhes ed Alien non sono che  evoluzioni dell’uomo nero, dell’orco o di Barbablù, che terrorizzavano l’immaginario delle generazioni precedenti la nostra. Da questa considerazione, se ne ricava la seconda. Che l’uomo ha bisogno di esorcizzare le proprie paure, ma anche i propri demoni e lo fa proprio attraverso i film horror. Non a caso, Greganti pone spesso l’accento su come lo spettatore arrivi a patteggiare più per l’assassino e ciò fa parte di quel processo di esorcizzazione dei nostri istinti più oscuri e cupi, proiettandoli nella figura del villain di turno. Ciro Gianluigi Barbato

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Attualità

Atto vandalico a Napoli, sfregiati i murales di Totò e Troisi.

L’atto vandalico che la scorsa notte ha colpito Napoli potrebbe essere bollato come uno dei tanti episodi di degrado che colpiscono continuamente la città. Ma in questo caso non ci si può ridurre ad una semplice etichetta, se il bersaglio di tale atto sono due figure emblematiche della cultura napoletana: Totò e Massimo Troisi. Sinossi dell’accaduto Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre i murales della stazione di Piazza Garibaldi , dedicati a Totò ed opera di Orticanoodles  e quelli della stazione di San Giorgio a Cremano dedicato a Massimo Troisi e Alighiero Noschese del duo “Rosk&Loste” sono stati il bersaglio di un vero e proprio raid simultaneo, che ha deturpato i volti degli artisti omaggiati con delle verniciate. I murales erano stati commissionati dall’ EAV, l’Ente Autonomo Volturno, e inaugurati il 3 ottobre. Il tempo di durare tre settimane per poi essere rovinati, distrutti e offesi da questo atto vigliacco e gratuito. Il presidente dell’EAV, Umberto De Gregorio, alla luce di quanto successo, ha definito la lotta al vandalismo come una vera e propria “guerra”. Ha poi lanciato un  appello ai cittadini: «Chiediamo a tutti i cittadini di aiutarci nella lotta al vandalismo e al nichilismo. Chiunque abbia notizie su questi incappucciati che si sono introdotti di notte nelle nostre stazioni […] può aiutarci a capire o rivolgersi alle forze dell’ordine. Le nostre telecamere li hanno ripresi, ci serve una mano per identificarli». L’ennesimo atto vandalico e l’ennesima (infruttuosa) indignazione L’atto vandalico non ha mancato di scatenare l’indignazione, tanto sul web quanto nella realtà, del popolo napoletano. Indignazione giusta e necessaria, ma non sufficiente per mettere a tacere per sempre gli autori di questo gesto scellerato e gratuito. Un gesto i cui autori danno un significato preciso: quello di tenere la città di Napoli in uno stato di degrado, negandole ogni possibilità di riscatto. Per questa “gente” Napoli deve continuare ad apparire, agli occhi esterni, come l’emblema del disordine, dell’anarchia e dello squallore. Non servono i controlli, non servono le campagne di sensibilizzazione e neanche l’educazione all’arte, alla cultura, alla storia e a quello che è “bello”. Serve il pugno di ferro contro chi, nonostante i divieti, continua a mostrare insofferenza verso l’educazione e il vivere civile.  

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Teatro

La banda degli onesti. Torna lo spettacolo di Scarpetta

Il giorno lunedì 23 ottobre si è tenuta, presso la sala conferenze del Teatro Augusteo di Napoli, la conferenza stampa de La banda degli onesti di Gaetano Liguori. Sono intervenuti, oltre al regista, anche gli attori Gianni Ferreri, Anna Falchi e Davide Ferri. La banda degli onesti. L’idea dello spettacolo Lo spettacolo fu ideato nel 1998 da Mario Scarpetta, pronipote di Eduardo, come parte di un progetto volto a portare sul palcoscenico tre film del principe della risata. Il 12 aprile di quell’anno fece il suo debutto al Teatro Totò proprio La banda degli onesti, con autorizzazione dei sceneggiatori Age e Scarpelli. Rispetto al film del 1956, la sceneggiatura teatrale di Scarpetta mostra alcune modifiche radicali, in modo da semplificare l’azione dello spettacolo. Vengono eliminate alcune parti e alcune situazioni e lo spazio dell’intreccio si riduce a due luoghi del film originale: la portineria e la tipografia. Il plot narrativo rimane comunque lo stesso: il portinaio Don Gennaro (Davide Ferri) e l’amico tipografo Don Ferdinando (Gianni Ferreri), con pochi soldi e tanti sogni, decidono di mettersi a stampare delle banconote false per venire incontro ai propri problemi economici. La conseguenza, come è facile prevedere, sarà una serie di equivoci tutti da ridere. La parola agli attori e al regista Il regista Gaetano Liguori si è definito entusiasta di dirigere questo progetto, tanto da introdurre lui stesso un elemento di novità all’interno di una sceneggiatura già ridotta di suo e che riguarda il lato scenografico. Il palco non sarà diviso in due, come nelle intenzioni di Mario Scarpetta, ma ci sarà un palco girevole che seguirà gli attori e che segnerà il passaggio da una scena all’altra. Gianni Ferreri, il quale ha collaborato con Scarpetta alla sceneggiatura fin dal primo momento, ha confessato di essere emozionato per questo evento che aprirà la stagione dell’Augusteo. Ha ricevuto un’ulteriore emozione quando ha saputo che avrebbe interpretato il ruolo del tipografo, che nel film era Peppino de Filippo. Anna Falchi interpreterà invece il ruolo della madre del portiere Antonio (interpretato da Daniele Ferri, in questo allestimento) e ha aggiunto, con un po’ di ironia, di essere passata dal ruolo di sex symbol a quello di madre. Ha inoltre confessato la propria passione per il teatro e come la commedia degli equivoci sia il genere che ha segnato il suo debutto proprio all’Augusteo. Ha anche evidenziato il fatto che non parlerà in napoletano ma in romagnolo, in coerenza con il fatto che nell’originaria rivisitazione teatrale il suo personaggio parlasse tedesco. Il cast dell’adattamento teatrale de La banda degli onesti comprende inoltre Enzo Esposito, Antonio Fiorillo, Franco Pica, Sasà Trapanese, Enzo Varone e Chiara Vitiello. Le musiche saranno del maestro Antonello Cascone, mentre i costumi saranno ideati da Maria Pennacchio. Lo spettacolo aprirà la stagione 2017/2018 del Teatro Augusteo il giorno 27 ottobre e rimarrà in cartellone fino al 5 novembre. Sarà un’occasione per ricordare due artisti come Totò e Mario Scarpetta, ma rappresenterà anche (si spera) il preludio per nuovi spettacoli che seguiranno la stessa scia […]

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Cinema & Serie tv

Stranger Things 2. Cosa dobbiamo aspettarci?

Oramai manca poco all’arrivo della seconda stagione di Stranger Things, la serie rivelazione di Netflix. Annunciata durante il Super Bowl del 7 febbraio, Stranger Things 2 arriverà sul servizio di streaming a pagamento il 27 ottobre. I fan della serie sono in trepidante attesa di conoscere le sorprese che i fratelli Duffer hanno in serbo per loro. Vediamo allora di cosa si potrebbe trattare, informando da subito che di seguito sono contenuti alcuni spoiler della prima stagione. Stranger Things 2: anticipazioni Stranger Things 2 sarà ambientato nel 1984, ad un anno di distanza dagli eventi della prima stagione. Come si evince anche dal trailer, sembra che Will Byers non troverà subito pace. Il sottosopra minaccia ed è nuovamente pronto a gettare nel caos la cittadina di Hawkins: sembra che Will sarà in un certo modo legato alle inquietanti manifestazioni che si troveranno davanti. Il piccolo protagonista vivrà una sorta di disturbo postraumatico, ma bisognerà capire se le visioni che avrà saranno solo un prodotto della sua mente o nasconderanno un fondo di verità. Nel trailer definitivo della seconda stagione, pubblicato pochi giorni fa, compare anche Eleven. Come si ricorderà, la ragazzina amica dei quattro piccoli protagonisti nell’ultimo episodio si era sacrificata trascinando con sé il “Demongorgone” nel sottosopra. Da come però si è visto nel sopracitato trailer Eleven potrebbe aver trovato un portale d’accesso per tornare nel nostro mondo, dato che la vediamo sperduta in boschetto innevato. Una questione su cui i fratelli Duffer hanno gettato un velo di mistero è la scomparsa di Barb, migliore amica di Nancy, una dei personaggi principali, ancora prigioniera del sottosopra. Non si sa se è ancora viva o definitivamente morta, ma a quanto sembra non dovrebbe comparire nella seconda stagione. Di contro, verranno introdotti tre nuovi personaggi: Max, una ragazzina un po’ maschiaccio e che sembra destinata ad unirsi al gruppo di Mike, Dustin, Will e Lucas.  Gli altri due sono il fratello di Max (non si conosce, però, il nome del personaggio) e Roman, un misterioso individuo segnato da un grave lutto. Sono stati resi ufficiali anche i titoli degli episodi, che saranno ben nove e che di sicuro staranno facendo spremere le meningi ai fan riguardo a cosa possano mai riferirsi. Pronti per tornare ad Hawkins? Alla luce di quanto detto i fratelli Duffer sembrano pronti ad offrirci una seconda stagione di Stranger Things (che, a quanto pare, arriverà fino alla quinta stagione) ricca sia di novità che di nodi da sciogliere. Per fortuna non ci sarà molto da attendere e presto potremmo fare il nostro ritorno nella misteriosa cittadina di Hawkins. Intanto, nell’attesa di scappare da mostri abominevoli e di intraprendere viaggi nel mondo parallelo del sottosopra, si potrà ingannare il tempo con un giochino sviluppato per Android ed iOS da Netflix e il team di sviluppo BonusXP che richiama le atmosfere anni ’80 tipiche della serie TV, tanto nella grafica quanto nel gameplay stesso.

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Attualità

Il Collegio. La scuola ai tempi della televisione

Ci chiediamo spesso fin dove il mezzo televisivo, nel suo lavoro di destrutturazione di ogni simbolo della società, del costume e della cultura, possa spingersi. Questa domanda se la sono fatta forse in molti quando, nel 2016, la RAI aveva annunciato un nuovo reality con protagonisti gli adolescenti. Non si tratta però di un reality qualsiasi, ma de Il Collegio. Il Collegio: struttura del format Ideato da Magnolia e giunto alla sua seconda edizione, Il Collegio si pone un compito all’apparenza impossibile. Prendere un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 19 anni, privarli di ogni comodità dei tempi odierni e sottoporli alla dura disciplina di un collegio italiano degli anni ’60. Il risultato che si ottiene è facilmente prevedibile. Fin dalla prima puntata i giovani studenti dovranno lasciare da parte i loro adorati smartphones, abiti, accessori di bellezza e ogni invenzione tecnologica e atteggiamento culturale post 1960, per fare i conti con gli strumenti e le ferree regole di un modello di scuola che i loro genitori hanno vissuto personalmente. E così, tra cucchiaiate di olio di fegato di merluzzo, pasti a base di interiora d’animali, episodi di indisciplina, manifestazioni di pura asinaggine da parte degli studenti, si consuma quello che viene più volte definito un “esperimento” che ha uno scopo ben preciso: preparare i ragazzi all’esame di terza media che quest’anno (in base agli spazi cronologici della trasmissione) coincide con quello del 1961. Una “missione” per nulla necessaria ed obsoleta Il pubblico sembra diviso riguardo a Il Collegio. Se una buona parte acclama il programma e ne loda l’intenzione educativa, votata a far imparare un po’ di sana educazione ai nostri indisciplinati adolescenti tutti “filtri ed ignoranza”, c’è chi tuttavia constata con amarezza l’ennesimo pugno in faccia subito dall’istituzione scolastica. Il programma ideato da Fabio Calvi (il regista televisivo che ci ha regalato programmi come il Grande Fratello), vorrebbe far passare come giusta l’idea che ai ragazzini bastino due urla nelle orecchie e la schiena dritta per acquisire disciplina. Allora, dagli eoni del tempo e dello spazio, togliamo i residui di naftalina a professori dallo sguardo glaciale, a sorveglianti inquisitori e il gioco è fatto. La verità è che così non si ottiene nulla, se non due risultati controproducenti. Il primo è che si alimenta sempre di più il nostalgico anacronismo di quella generazione dei nostri genitori, che si vantano di come ai loro tempi “si vivesse meglio” e che continuano a demonizzare ogni innovazione tecnologica che ha portato la terza rivoluzione industriale. Solo perché tuo figlio passa 24 ore al giorno, pasti e bisogni fisici compresi, con gli occhi incollati al tablet a vedere i video del suo youtuber preferito, non significa che tutta la tecnologia sia da condannare (perché non tutta viene usata necessariamente per scopo ludico). Il secondo risultato riguarda invece la nostra istituzione scolastica, già flagellata ed umiliata da tagli, riforme scellerate (l’ultima, l’alternanza “scuola-lavoro”) e metodi di educazione che distruggono anche il più nascosto residuo di amore per la sapienza insito nelle giovani menti. Con l’illusione della riproposta di un modello educativo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

PizzaUnesco Contest 2017 e conferenza stampa

Il giorno 14 settembre si è tenuta, presso la sala del consiglio del commercio di Napoli, la conferenza stampa relativa al “PizzaUnesco Contest“. Moderata dal giornalista Luciano Pignaturo, si è trattata di un’occasione per fare il punto sulla situazione web della manifestazione, nonchè per presentare la giuria e gli sponsor aderenti all’iniziativa. PizzaUnesco Contest. Un successo tra innovazione e tradizione Francesca Marino, curatrice del sito mysocialrecipe che aderisce al contest, è rimasta entusiasta del progetto: “sono giunte un sacco di candidature da molti pizzaioli. Sono state registrate 393 pizze provenienti da 24 Paesi e preparate da 232 pizzaioli, tra cui 28 donne“. La dottoressa Marino ha insistito su questo punto, mostrando come quello del pizzaiolo “non è un mestiere esclusivamente maschile“. L’intervento si è poi concluso con l’importanza del ruolo giocato dai social come Instagram e con la comunicazione della data di premiazione, che sarà il 14 novembre. Interessante è stato anche l’intervento di Tommaso Esposito, giornalista enogastronomico e uno dei componenti della giuria che decreterà il vincitore. “La pizza è una pietanza popolare. Bisogna però notare come qui a Napoli si punti più sull’innovazione, mentre all’estero si cerchi più di rispettare la tradizione“. Oltre ad Esposito la giuria è composta da personalità quali il direttore delle guide dell’Espresso Enzo Vizzari, il nutrizionista Giorgio Calabrese e il foodblogger americano Scott Wiener. La parola agli sponsor La conferenza ha dato voce anche agli sponsor, che hanno manifestato la loro volontà di partecipare al “PizzaUnesco“. In primis le realtà locali, rappresentate dalle ditte della passata Fiammante e della farina Caputo. I responsabili delle due aziende hanno avuto modo di sottolineare non soltanto la genuinità dei loro prodotti, ma anche la purezza di un’economia che ha come motore i contadini e non i capitali di grandi aziende. Il contest ha anche  partner di grande rilievo, quali Ferrarelle e Parmigiano Reggiano. I due sponsor hanno aderito con grande entusiasmo, in particolare il secondo. Non a caso si è avuto modo di rammentare come proprio il Parmigiano venga spesso usato dai pizzaioli per esaltare i sapori della pizza. La gara alla pizza più “innovativa” è aperta Ora che le fasi di selezione si sono concluse, non resta che attendere il vincitore di questo contest e di certo alla giuria non aspetta un compito semplice. I tanti Paesi che hanno partecipato (per la maggiore gli USA e la Cina, se escludiamo l’Italia) e le tante varietà del nostro vanto alimentare renderanno ardua la scelta. Una cosa però è certa. La manifestazione PizzaUnesco è una grande occasione per tutti: per le aziende regionali, che potranno esportare i propri prodotti su scala nazionale e (perchè no?) intercontinentale, e per i pizzaioli, che potranno così farsi un nome. Ciro Gianluigi Barbato

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Attualità

Pubblicità Buondì Motta, analisi anti-empatica di uno spot

«Popolo dell’etere televisivo e della polemica dietro allo schermo, ascoltate! Una nuova minaccia incombe sulla nostra speme, su quelle pianticelle dalla radice ancora tenera che sono i nostri figli. Il nemico ha le ingannevoli fattezze di una merendina soffice e zuccherata e risponde al nome di… Buondì Motta!». Se si potesse immaginare un accorato appello di qualche fantomatica associazione a metà tra l’Inquisizione e il Moige, dedita alla salvaguardia del buon costume e della morale, questo suonerebbe più o meno così. I responsabili del marketing del gruppo Motta hanno infatti ideato uno spot che da molti giorni è ormai al centro di polemiche, ma anche di spassose parodie. Lo spot del Buondì Motta: una provocazione volontaria La sinossi dello spot (lo trovate qui) è questa: ci troviamo nel vasto giardino di una famiglia benestante, scintillante e con dei bei faccini. La madre sta allestendo un enorme tavolo per la colazione, quando irrompe la figlia a chiederle una merenda «che coniughi leggerezza e golosità!». La genitrice risponde che una merendina di quel genere non esiste e rafforza la propria tesi con una frase emblematica: «Possa un asteroide colpirmi, se esiste!». Allora, come il più degno dei deus ex machina, ecco che un asteroide schiaccia la mamma quasi allo scopo di punirla per l’”eresia” da lei espressa. In quello che è poi il seguito giunge il padre a chiedere informazioni sulla propria consorte, per poi replicare allo stesso modo alle parole della figlia e aggiunge: «Possa un asteroide un po’ più infuocato di questo colpirmi, se esiste!». Il risultato, inutile dirlo, è lo stesso. Analizzando lo spot a mente lucida e senza alcuno slancio emotivo, possiamo intuire quale sia il messaggio che vuole trasmettere. Non c’è soltanto l’obiettivo di spingere lo spettatore ad acquistare un determinato prodotto, ma c’è anche la volontà di provocare. In gran parte degli spot che passano sullo schermo televisivo e che promuovono un genere alimentare, troviamo sempre il ritratto della famiglia ideale: la madre bionda, sorridente e senza neanche una ruga sul viso; il papà alto, magro, in camicia e cravatta e pronto per andare in ufficio; i figli felici e contenti che abbracciano i loro genitori e così via. È quella che negli anni ’90 veniva definita la “famiglia della Mulino Bianco”. Il direttore creativo del marketing Motta, Alessandro Orlandi, ha cancellato questa immagine a tratti intoccabile con l’intrusione di un asteroide. Perchè l’asteroide rappresenta ciò che nessuno si aspetterebbe di vedere: è l’irreale nel reale, parafrasando Todorov, che riesce così a colpire nel profondo lo spettatore. Tra polemiche e apprezzamenti La pubblicità del Buondì ha quindi raggiunto l’obiettivo di far parlare di sé, come dimostra il polverone di polemiche che si è alzato nei scorsi giorni e ancora in corso sul palcoscenico dei social media. I commenti sono tra i più disparati: si va dai classici “Vergogna!” a frasi più articolate sintatticamente, del tipo: “Ma non pensate a un bambino che ha perso i genitori e che si trova davanti questo spot?” o anche: “Questo spot […]

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Libri

L’arte di essere fragili. Il Leopardi di Alessandro d’Avenia

È cosa nota che Giacomo Leopardi, maggiore poeta dell’ottocento italiano se non di tutta la nostra letteratura, non goda di simpatie tra studenti e professori. Questi ultimi, in particolare, si limitano a descriverlo come un giovane rovinato nel fisico e perennemente triste nell’animo, tutto concentrato nel suo mondo fatto di carte e di zelanti studi. Ma ci sono (per fortuna) anche professori che dimostrano il contrario. Alessandro d’Avenia è uno di questi e lo fa con la sua ultima fatica letteraria: L’arte di essere fragili. L’arte di essere fragili, Alessandro d’Avenia a tu per tu con Leopardi Attraverso la struttura di un’immaginaria epistola indirizzata a Leopardi (e questo espediente si ricollega alla “Lettera ad un giovane del XX secolo“, l’opera pensata dallo stesso poeta e mai trascritta) L’arte di essere fragili cerca di presentare un’immagine alternativa di Leopardi, pur essendo vincolata alla biografia a tratti infelice del poeta di Recanati. Ciononostante, d’Avenia mostra come sia sbagliato giudicare le cose solo dalla loro superficie. Il suo è un Leopardi umano, sognatore, ribelle, a tratti anche ironico. Ci viene presentato anzitutto un giovane come quelli del nostro tempo, con tutti i suoi sogni e le sue speranze, insofferente alla rigidità dell’ambiente familiare e al clima sempliciotto del paesino di Recanati. È il Leopardi filtrato dalla sua esperienza di lettore, che lo accompagna fin dalla giovinezza. Leopardi alla ricerca della felicità Ma quello che più colpisce (e che suona come una provocazione) è il fatto che nelle sue poesie Leopardi abbia anelato alla felicità e questo lo rende molto simile agli adolescenti e ai giovani di oggi. Perché in fin dei conti Leopardi non era tanto diverso da noi. Anche lui cercava il proprio posto nel mondo, un motivo per essere vivo e per dare un senso al mondo. Ha cercato di farlo in ogni modo: i viaggi nella Roma tanto lontana dai fasti dell’antichità e nella Napoli popolare che gli ispirerà La ginestra. Gli amori per Silvia e per Fanny Targioni Tozzetti, l’amicizia con Ranieri e Pietro Giordani, la disperata lotta contro chi osteggiava i suoi scritti tanto lontani dal gusto romantico e progressista dei suoi contemporanei. E la sua poesia più famosa, L’infinito, non può forse essere la degna rappresentazione del suo animo? Quella siepe che “il guardo esclude“, può non rappresentare gli ostacoli che ognuno di noi si ritrova a dover superare per raggiungere la tanto agognata felicità? L’arte di essere fragili va quindi inteso non come un romanzo o (peggio ancora) un saggio sulla figura del recanatese più noto al mondo. Il libro di d’Avenia andrebbe considerato un dialogo tra l’autore e uno dei “maestri” che l’hanno formato, quasi alla stregua di quello tra Dante e Virgilio nella Commedia. Ma qui non ci troviamo davanti ad un viaggio il quale necessità di una purificazione per raggiungere la bellezza dell’assoluto. Anzi, qui è proprio la nostra “debolezza” ad essere un elemento costante per raggiungere il nostro angolo di felicità, quella fragilità citata anche nel titolo. Fragilità intesa come accettazione di mostrarci […]

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