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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Rick and Morty, il nichilismo della fantascienza

Creata da Justin Roiland e Dan Harmon per Adult Swim, Rick and Morty occupa un posto non irrilevante tra le serie tv più strane e demenziali. La serie ha fatto il suo debutto nel 2013 e da noi è giunta nel 2016 sulla piattaforma on demand Netflix con le prime due stagioni, per poi vedere il debutto della terza ad inizio mese. Rick and Morty, sinossi Rick Sanchez è uno scienziato che vive assieme alla figlia Beth e alla sua famiglia. Emblema dello stereotipo dello scienziato pazzo (a cui si aggiunge una spiccata tendenza all’alcolismo), Rick inventa una marea di gadgets strani e compie continui viaggi nello spazio e in realtà parallele assieme al nipote Morty, quattordicenne impacciato e costretto a subire le vessazioni del nonno e degli altri membri della famiglia: la superficiale sorella maggiore Summer e il severo ma debole padre Jerry. A loro si aggiunge una galleria di personaggi altrettanto folli e stranianti: mostri, alieni ed esseri sovrannaturali con cui i due protagonisti principali si troveranno a fare i conti nel corso delle loro stralunate e bizzarre avventure. Assurdità in un caleidoscopio di citazioni L’universo di Rick and Morty è costellato da richiami di ogni sorta, provenienti soprattutto dal mondo del cinema. Impossibile, osservando il character design dei due protagonisti, non pensare  ad un richiamo a “Doc” Brown e Marty McFly di Ritorno al futuro. Gli stessi episodi richiamano al cinema di fantascienza e a quello di genere horror: da Inception a Jurassic Park, passando per Alien, Nightmare e David Croenberg. Ma la caratteristica peculiare che sta alla base della serie è la sua assurdità. Non c’è un episodio in cui ogni momento o situazione, all’apparenza tranquilli, non degenerano e giungono ai limiti più estremi della follia (citiamo soltanto l’uso di personaggi come i “Mister Miguardi o l’ultimo episodio della prima stagione, per farsene un’idea). Il tutto avviene chiamando in causa le leggi della fisica e della scienza, che faranno la gioia di qualche nerd. Rick And Morty, l’ “orrido” che piace Va sottolineata un’altra cosa. Sorvolando sul crescente fandom che ha costruito attorno a se, Rick and Morty non è una serie adatta a tutti. Infatti gli autori non ci pensano due volte nel concentrarsi su particolari macabri e disturbanti, che i soggetti più sensibili non digeriranno volentieri. Eppure questo è il caso di quei prodotti che hanno lo stesso effetto di una pietanza brutta a vedersi, ma dal sapore buono. Rick and Morty è una serie sicuramente “disgustosa” per l’uso di scene forti e violente (enfatizzate da uno stile di disegno nervoso e pieno di colori caldi), ma nonostante ciò la curiosità nel vederla non cala e ne vogliamo sempre di più, tanto che arriva a piacerci. Se non si tenesse conto di questo dettaglio, sarebbe scontato paragonare questa serie con un’altra che ha la fantascienza tra i suoi ingredienti principali: Futurama. Siamo però lontani anni luce dalle atmosfere poetiche e sentimentali del capolavoro di Matt Groening. In Rick and Morty le smancerie e i buoni sentimenti sono limitati […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Pompei al Madre, quando l’antico incontra il contemporaneo

Nella mattinata del 18 novembre è stata inaugurata, presso il museo di arte contemporanea donnaregina MADRE, la mostra Pompei al Madre. Come si può evincere già dal nome, si tratta di un progetto che unisce due mondi all’apparenza lontani e distanti. Da un lato la solennità e il rigorismo dell’arte antica, dall’altra l’innovazione e le sperimentazioni di quella contemporanea. La “macchina del tempo” di Pompei Alla cerimonia di apertura (alla quale hanno partecipato anche il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini e il presidente della regione Campania Vincenzo de Luca) sono intervenuti il direttore generale del museo MADRE Andrea Villani e il direttore generale del parco archeologico di Pompei Massimo Osanna. Durante l’intervento si è evidenziata proprio questa interconnessione tra l’antico e il contemporaneo. Non a caso Villani ha paragonato gli scavi di Pompei ad una “macchina del tempo”, poiché esprimono tanto il fermoimmagine di un vita fermatasi in un preciso istante quanto la possibilità di far comunicare quel mondo lontano con quello più vicino a noi. La mostra La mostra Pompei al Madre è divisa in due parti. La prima porta il titolo de Le collezioni e non è un caso. Qui, infatti, le opere già presenti nella collezione del MADRE comunicano con elementi del mondo romano. Lo dimostra l’interconnessione che si crea tra le tombe dei Lares e dei Penates (quelli che, nell’antica Roma, venivano identificati con gli spiriti del focolare domestico) e le Capuzzelle dell’artista tedesca Rebecca Horn, o anche quella tra la critica capitalistica e consumistica delle opere di Jeff Koons e i resti delle tabernae, gli spazi commerciali della domus. La seconda parte, situata al terzo piano del museo, è invece intitolata Materia archeologica. Sono qui raccolte testimonianze relative agli scavi di Pompei, che vanno dai giornali di scavo di fine ‘700 ed inizio ‘800 alle fotografie degli scavi stessi, fino ad arrivare ai disegni di Le Corbusier sulle caratteristiche biodinamiche della domus pompeiana e alla raccolta del materiale bibliografico relativo a Pompei (dai trattati di archeologia del XVIII secolo ad una copia in DVD di Live at Pompeii dei Pink Floyd). Segue poi una sala dedicata alla campagna vesuviana, allestita con varie vedute settecentesche del vulcano in eruzione settecentesche, fino ad arrivare al celeberrimo Vesuvius di Andy Warhol. La mostra culmina in un vero e proprio mortuario dove, ai calchi di alcuni corpi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. (tra cui anche il famoso “cane di Pompei”) si alternano opere come l’ufficio fossilizzato di Jimme Durham e l’installazione Terrae Motus di Nino Longobardi. Pompei al Madre: una Domus contemporanea riuscita Con il progetto Pompei al Madre si è riuscito a raggiungere l’equilibrio (a tratti impossibile) tra l’arte classica e l’arte contemporanea. Il vedere un mosaico o una statuetta di una domus pompeiana accostata a qualche installazione contemporanea potrebbe far storcere il naso ai puristi, ma non si può negare l’originalità dell’idea. Si può tranquillamente affermare che l’idea di “Domus contemporanea”, progettata e voluta da Andrea Villani, è più che mai riuscita. […]

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Cinema & Serie tv

“The other side of the wind”. Arriva l’ultimo film di Welles

A distanza di 40 anni The other side of the wind, l’incompiuto film girato da Orson Welles, sta per essere ultimato. Girato per gran parte degli anni’70, il film non è mai stato concluso ed è stato protagonista di una vicenda complessa che, a quanto pare, sembra aver trovato la propria conclusione. L’idea del film La sceneggiatura (ad opera di Oja Kadar e dello stesso Welles) ha al centro la storia di J.J. “Jake” Hannaford (John Huston), un regista prossimo alla fine della propria carriera che si ritrova a girare un film a basso costo (e intitolato proprio The other side of the wind) e che arriva ad innamorarsi dell’attore principale, John Dale (Bob Random). The other side of the wind si presenta come una pellicola diversa dal resto della filmografia wellesiana. Il regista di Citizen Kane e The Magnificent Ambersons affronta non solo la tematica dell’omosessualità, ma porta avanti anche una spietata critica contro le ferree logiche dello studio system hollywoodiano. La travagliata produzione di The other side of the wind Orson Welles girò il film tra il 1970 e il 1976, con diverse interruzioni a causa di mancanza di budget. Ciononostante, le riprese del film furono portate a termine. Prima di morire nel 1985, Welles riuscì a montare soltanto 45 minuti di The other side of the wind. Il testimone passò nelle mani dell’amico e regista Peter Bogdanovich, il quale tentò più volte di terminare la post-produzione del film (tentando addirittura di concluderla nel 2010 e di presentare il film al festival di Cannes di quell’anno). Ma le dispute legali per il possesso del materiale filmico tra Oja Kadar e Beatrice Welles, rispettivamente compagna e figlia del regista, hanno contribuito a ritardare la fine del progetto. A sorpresa, nel marzo 2017 Netflix ha acquistato i diritti sulla pellicola e l’ultima fatica di Welles potrà finalmente essere completata e fruita dai cinefili e dai curiosi. L’uscita (non si sa se in sala o direttamente in streaming), avverrà nel 2018. Il team dietro il “ritorno” di Orson Welles Al completamento di The other side of the Wind sono stati chiamati i collaboratori più stretti di Welles. Il già citato Bogdanovich, ma anche il produttore Frank Marshall, collaboratore anche di Spielberg. Al progetto collaboreranno anche il montatore Bob Murawski (collaboratore di Sam Raimi nella trilogia di Spiderman e di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker) e Scott Millan per quanto riguarda il sound-mixing (premio oscar per Apollo 13, Il Gladiatore, Ray e The Bourne Ultimatum). Frank Marshall si è dimostrato entusiasta riguardo all’idea di terminare l’incompiuta pellicola di Welles: «Grazie a Netflix, siamo stati in grado di assemblare un team di post-produzione incredibilmente talentuoso per affrontare la sfida emozionante e sconvolgente di completare l’ultimo film di Orson Welles. È stata un’esperienza straordinaria lavorare con lui 40 anni fa e sarà un onore contribuire a far vedere la sua visione finalmente sullo schermo». Si tratta di una grande occasione di poter rivedere in azione l’estro di uno dei registi fondamentali della storia del […]

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Libri

Slasher di Marco Greganti. Come funziona un horror?

Con il termine slasher (dal verbo “to slash”, che in italiano significa “affettare”, “squarciare”) si indica un sottogenere di film horror che segue uno canovaccio preciso: un gruppo di giovani protagonisti che cerca di fuggire da un assassino psicopatico. Dietro ad un sistema così semplice, in realtà si nasconde qualcosa di più profondo. È quello che Marco Greganti cerca di spiegare nel saggio Slasher: il genere, gli archetipi, le strutture, pubblicato da Nicola Pesce editore. Slasher, un viaggio nel regno dell’orrore e della paura In cinque capitoli, Slasher si propone di fornire al lettore (esperto o meno) i codici che permettono il funzionamento di uno dei sottogeneri del cinema horror più proficuo ed apprezzato. Partendo dalla Poetica di Aristotele e dalla concezione di arte come mimesis, cioè “imitazione”, Greganti passa in rassegna le caratteristiche peculiari che si ritrovano in ogni pellicola del genere: il viaggio compiuto dai protagonisti, lo spazio in cui si svolge la vicenda (o, come la chiama l’autore, “l’arena”), gli stereotipi fissi dei personaggi e, naturalmente, la fisionomia dell’assassino. Quello che però Slasher non tralascia è un dato fondamentale: che le storie dell’orrore non sono un fenomeno di puro spettacolo, ma che hanno radici profonde. Ecco allora i riferimenti al mito, alle fiabe dei fratelli Grimm e ai riti di iniziazione praticate dalle tribù australiane, nonché ampi riferimenti alla psicologia (Freud e Jung, in particolare). Il saggio è corredato di un ampio repertorio di immagini, naturalmente preso dalla filmografia horror più nota: Halloween di John Carpenter, A Nightmare on Elm street e Scream di Wes Craven, Alien di Ridley Scott, The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hopper. Non mancano ovviamente opere di registi italiani, come Reazione a Catena di Mario Bava, Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato e Suspiria di Dario Argento. L’orrore come esorcizzazione La lezione che Slasher ci trasmette è più di una. La prima è che dietro a qualcosa che viene considerato superficiale, come un film horror, c’è un apparato folkclorico, psicologico ed antropologico che si perde nella notte dei secoli e che viene riproposto in varie forme. I vari Freddy Krueger, Jason Voorhes ed Alien non sono che  evoluzioni dell’uomo nero, dell’orco o di Barbablù, che terrorizzavano l’immaginario delle generazioni precedenti la nostra. Da questa considerazione, se ne ricava la seconda. Che l’uomo ha bisogno di esorcizzare le proprie paure, ma anche i propri demoni e lo fa proprio attraverso i film horror. Non a caso, Greganti pone spesso l’accento su come lo spettatore arrivi a patteggiare più per l’assassino e ciò fa parte di quel processo di esorcizzazione dei nostri istinti più oscuri e cupi, proiettandoli nella figura del villain di turno. Ciro Gianluigi Barbato

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Attualità

Atto vandalico a Napoli, sfregiati i murales di Totò e Troisi.

L’atto vandalico che la scorsa notte ha colpito Napoli potrebbe essere bollato come uno dei tanti episodi di degrado che colpiscono continuamente la città. Ma in questo caso non ci si può ridurre ad una semplice etichetta, se il bersaglio di tale atto sono due figure emblematiche della cultura napoletana: Totò e Massimo Troisi. Sinossi dell’accaduto Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre i murales della stazione di Piazza Garibaldi , dedicati a Totò ed opera di Orticanoodles  e quelli della stazione di San Giorgio a Cremano dedicato a Massimo Troisi e Alighiero Noschese del duo “Rosk&Loste” sono stati il bersaglio di un vero e proprio raid simultaneo, che ha deturpato i volti degli artisti omaggiati con delle verniciate. I murales erano stati commissionati dall’ EAV, l’Ente Autonomo Volturno, e inaugurati il 3 ottobre. Il tempo di durare tre settimane per poi essere rovinati, distrutti e offesi da questo atto vigliacco e gratuito. Il presidente dell’EAV, Umberto De Gregorio, alla luce di quanto successo, ha definito la lotta al vandalismo come una vera e propria “guerra”. Ha poi lanciato un  appello ai cittadini: «Chiediamo a tutti i cittadini di aiutarci nella lotta al vandalismo e al nichilismo. Chiunque abbia notizie su questi incappucciati che si sono introdotti di notte nelle nostre stazioni […] può aiutarci a capire o rivolgersi alle forze dell’ordine. Le nostre telecamere li hanno ripresi, ci serve una mano per identificarli». L’ennesimo atto vandalico e l’ennesima (infruttuosa) indignazione L’atto vandalico non ha mancato di scatenare l’indignazione, tanto sul web quanto nella realtà, del popolo napoletano. Indignazione giusta e necessaria, ma non sufficiente per mettere a tacere per sempre gli autori di questo gesto scellerato e gratuito. Un gesto i cui autori danno un significato preciso: quello di tenere la città di Napoli in uno stato di degrado, negandole ogni possibilità di riscatto. Per questa “gente” Napoli deve continuare ad apparire, agli occhi esterni, come l’emblema del disordine, dell’anarchia e dello squallore. Non servono i controlli, non servono le campagne di sensibilizzazione e neanche l’educazione all’arte, alla cultura, alla storia e a quello che è “bello”. Serve il pugno di ferro contro chi, nonostante i divieti, continua a mostrare insofferenza verso l’educazione e il vivere civile.  

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Teatro

La banda degli onesti. Torna lo spettacolo di Scarpetta

Il giorno lunedì 23 ottobre si è tenuta, presso la sala conferenze del Teatro Augusteo di Napoli, la conferenza stampa de La banda degli onesti di Gaetano Liguori. Sono intervenuti, oltre al regista, anche gli attori Gianni Ferreri, Anna Falchi e Davide Ferri. La banda degli onesti. L’idea dello spettacolo Lo spettacolo fu ideato nel 1998 da Mario Scarpetta, pronipote di Eduardo, come parte di un progetto volto a portare sul palcoscenico tre film del principe della risata. Il 12 aprile di quell’anno fece il suo debutto al Teatro Totò proprio La banda degli onesti, con autorizzazione dei sceneggiatori Age e Scarpelli. Rispetto al film del 1956, la sceneggiatura teatrale di Scarpetta mostra alcune modifiche radicali, in modo da semplificare l’azione dello spettacolo. Vengono eliminate alcune parti e alcune situazioni e lo spazio dell’intreccio si riduce a due luoghi del film originale: la portineria e la tipografia. Il plot narrativo rimane comunque lo stesso: il portinaio Don Gennaro (Davide Ferri) e l’amico tipografo Don Ferdinando (Gianni Ferreri), con pochi soldi e tanti sogni, decidono di mettersi a stampare delle banconote false per venire incontro ai propri problemi economici. La conseguenza, come è facile prevedere, sarà una serie di equivoci tutti da ridere. La parola agli attori e al regista Il regista Gaetano Liguori si è definito entusiasta di dirigere questo progetto, tanto da introdurre lui stesso un elemento di novità all’interno di una sceneggiatura già ridotta di suo e che riguarda il lato scenografico. Il palco non sarà diviso in due, come nelle intenzioni di Mario Scarpetta, ma ci sarà un palco girevole che seguirà gli attori e che segnerà il passaggio da una scena all’altra. Gianni Ferreri, il quale ha collaborato con Scarpetta alla sceneggiatura fin dal primo momento, ha confessato di essere emozionato per questo evento che aprirà la stagione dell’Augusteo. Ha ricevuto un’ulteriore emozione quando ha saputo che avrebbe interpretato il ruolo del tipografo, che nel film era Peppino de Filippo. Anna Falchi interpreterà invece il ruolo della madre del portiere Antonio (interpretato da Daniele Ferri, in questo allestimento) e ha aggiunto, con un po’ di ironia, di essere passata dal ruolo di sex symbol a quello di madre. Ha inoltre confessato la propria passione per il teatro e come la commedia degli equivoci sia il genere che ha segnato il suo debutto proprio all’Augusteo. Ha anche evidenziato il fatto che non parlerà in napoletano ma in romagnolo, in coerenza con il fatto che nell’originaria rivisitazione teatrale il suo personaggio parlasse tedesco. Il cast dell’adattamento teatrale de La banda degli onesti comprende inoltre Enzo Esposito, Antonio Fiorillo, Franco Pica, Sasà Trapanese, Enzo Varone e Chiara Vitiello. Le musiche saranno del maestro Antonello Cascone, mentre i costumi saranno ideati da Maria Pennacchio. Lo spettacolo aprirà la stagione 2017/2018 del Teatro Augusteo il giorno 27 ottobre e rimarrà in cartellone fino al 5 novembre. Sarà un’occasione per ricordare due artisti come Totò e Mario Scarpetta, ma rappresenterà anche (si spera) il preludio per nuovi spettacoli che seguiranno la stessa scia […]

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Cinema & Serie tv

Stranger Things 2. Cosa dobbiamo aspettarci?

Oramai manca poco all’arrivo della seconda stagione di Stranger Things, la serie rivelazione di Netflix. Annunciata durante il Super Bowl del 7 febbraio, Stranger Things 2 arriverà sul servizio di streaming a pagamento il 27 ottobre. I fan della serie sono in trepidante attesa di conoscere le sorprese che i fratelli Duffer hanno in serbo per loro. Vediamo allora di cosa si potrebbe trattare, informando da subito che di seguito sono contenuti alcuni spoiler della prima stagione. Stranger Things 2: anticipazioni Stranger Things 2 sarà ambientato nel 1984, ad un anno di distanza dagli eventi della prima stagione. Come si evince anche dal trailer, sembra che Will Byers non troverà subito pace. Il sottosopra minaccia ed è nuovamente pronto a gettare nel caos la cittadina di Hawkins: sembra che Will sarà in un certo modo legato alle inquietanti manifestazioni che si troveranno davanti. Il piccolo protagonista vivrà una sorta di disturbo postraumatico, ma bisognerà capire se le visioni che avrà saranno solo un prodotto della sua mente o nasconderanno un fondo di verità. Nel trailer definitivo della seconda stagione, pubblicato pochi giorni fa, compare anche Eleven. Come si ricorderà, la ragazzina amica dei quattro piccoli protagonisti nell’ultimo episodio si era sacrificata trascinando con sé il “Demongorgone” nel sottosopra. Da come però si è visto nel sopracitato trailer Eleven potrebbe aver trovato un portale d’accesso per tornare nel nostro mondo, dato che la vediamo sperduta in boschetto innevato. Una questione su cui i fratelli Duffer hanno gettato un velo di mistero è la scomparsa di Barb, migliore amica di Nancy, una dei personaggi principali, ancora prigioniera del sottosopra. Non si sa se è ancora viva o definitivamente morta, ma a quanto sembra non dovrebbe comparire nella seconda stagione. Di contro, verranno introdotti tre nuovi personaggi: Max, una ragazzina un po’ maschiaccio e che sembra destinata ad unirsi al gruppo di Mike, Dustin, Will e Lucas.  Gli altri due sono il fratello di Max (non si conosce, però, il nome del personaggio) e Roman, un misterioso individuo segnato da un grave lutto. Sono stati resi ufficiali anche i titoli degli episodi, che saranno ben nove e che di sicuro staranno facendo spremere le meningi ai fan riguardo a cosa possano mai riferirsi. Pronti per tornare ad Hawkins? Alla luce di quanto detto i fratelli Duffer sembrano pronti ad offrirci una seconda stagione di Stranger Things (che, a quanto pare, arriverà fino alla quinta stagione) ricca sia di novità che di nodi da sciogliere. Per fortuna non ci sarà molto da attendere e presto potremmo fare il nostro ritorno nella misteriosa cittadina di Hawkins. Intanto, nell’attesa di scappare da mostri abominevoli e di intraprendere viaggi nel mondo parallelo del sottosopra, si potrà ingannare il tempo con un giochino sviluppato per Android ed iOS da Netflix e il team di sviluppo BonusXP che richiama le atmosfere anni ’80 tipiche della serie TV, tanto nella grafica quanto nel gameplay stesso.

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Attualità

Il Collegio. La scuola ai tempi della televisione

Ci chiediamo spesso fin dove il mezzo televisivo, nel suo lavoro di destrutturazione di ogni simbolo della società, del costume e della cultura, possa spingersi. Questa domanda se la sono fatta forse in molti quando, nel 2016, la RAI aveva annunciato un nuovo reality con protagonisti gli adolescenti. Non si tratta però di un reality qualsiasi, ma de Il Collegio. Il Collegio: struttura del format Ideato da Magnolia e giunto alla sua seconda edizione, Il Collegio si pone un compito all’apparenza impossibile. Prendere un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 19 anni, privarli di ogni comodità dei tempi odierni e sottoporli alla dura disciplina di un collegio italiano degli anni ’60. Il risultato che si ottiene è facilmente prevedibile. Fin dalla prima puntata i giovani studenti dovranno lasciare da parte i loro adorati smartphones, abiti, accessori di bellezza e ogni invenzione tecnologica e atteggiamento culturale post 1960, per fare i conti con gli strumenti e le ferree regole di un modello di scuola che i loro genitori hanno vissuto personalmente. E così, tra cucchiaiate di olio di fegato di merluzzo, pasti a base di interiora d’animali, episodi di indisciplina, manifestazioni di pura asinaggine da parte degli studenti, si consuma quello che viene più volte definito un “esperimento” che ha uno scopo ben preciso: preparare i ragazzi all’esame di terza media che quest’anno (in base agli spazi cronologici della trasmissione) coincide con quello del 1961. Una “missione” per nulla necessaria ed obsoleta Il pubblico sembra diviso riguardo a Il Collegio. Se una buona parte acclama il programma e ne loda l’intenzione educativa, votata a far imparare un po’ di sana educazione ai nostri indisciplinati adolescenti tutti “filtri ed ignoranza”, c’è chi tuttavia constata con amarezza l’ennesimo pugno in faccia subito dall’istituzione scolastica. Il programma ideato da Fabio Calvi (il regista televisivo che ci ha regalato programmi come il Grande Fratello), vorrebbe far passare come giusta l’idea che ai ragazzini bastino due urla nelle orecchie e la schiena dritta per acquisire disciplina. Allora, dagli eoni del tempo e dello spazio, togliamo i residui di naftalina a professori dallo sguardo glaciale, a sorveglianti inquisitori e il gioco è fatto. La verità è che così non si ottiene nulla, se non due risultati controproducenti. Il primo è che si alimenta sempre di più il nostalgico anacronismo di quella generazione dei nostri genitori, che si vantano di come ai loro tempi “si vivesse meglio” e che continuano a demonizzare ogni innovazione tecnologica che ha portato la terza rivoluzione industriale. Solo perché tuo figlio passa 24 ore al giorno, pasti e bisogni fisici compresi, con gli occhi incollati al tablet a vedere i video del suo youtuber preferito, non significa che tutta la tecnologia sia da condannare (perché non tutta viene usata necessariamente per scopo ludico). Il secondo risultato riguarda invece la nostra istituzione scolastica, già flagellata ed umiliata da tagli, riforme scellerate (l’ultima, l’alternanza “scuola-lavoro”) e metodi di educazione che distruggono anche il più nascosto residuo di amore per la sapienza insito nelle giovani menti. Con l’illusione della riproposta di un modello educativo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

PizzaUnesco Contest 2017 e conferenza stampa

Il giorno 14 settembre si è tenuta, presso la sala del consiglio del commercio di Napoli, la conferenza stampa relativa al “PizzaUnesco Contest“. Moderata dal giornalista Luciano Pignaturo, si è trattata di un’occasione per fare il punto sulla situazione web della manifestazione, nonchè per presentare la giuria e gli sponsor aderenti all’iniziativa. PizzaUnesco Contest. Un successo tra innovazione e tradizione Francesca Marino, curatrice del sito mysocialrecipe che aderisce al contest, è rimasta entusiasta del progetto: “sono giunte un sacco di candidature da molti pizzaioli. Sono state registrate 393 pizze provenienti da 24 Paesi e preparate da 232 pizzaioli, tra cui 28 donne“. La dottoressa Marino ha insistito su questo punto, mostrando come quello del pizzaiolo “non è un mestiere esclusivamente maschile“. L’intervento si è poi concluso con l’importanza del ruolo giocato dai social come Instagram e con la comunicazione della data di premiazione, che sarà il 14 novembre. Interessante è stato anche l’intervento di Tommaso Esposito, giornalista enogastronomico e uno dei componenti della giuria che decreterà il vincitore. “La pizza è una pietanza popolare. Bisogna però notare come qui a Napoli si punti più sull’innovazione, mentre all’estero si cerchi più di rispettare la tradizione“. Oltre ad Esposito la giuria è composta da personalità quali il direttore delle guide dell’Espresso Enzo Vizzari, il nutrizionista Giorgio Calabrese e il foodblogger americano Scott Wiener. La parola agli sponsor La conferenza ha dato voce anche agli sponsor, che hanno manifestato la loro volontà di partecipare al “PizzaUnesco“. In primis le realtà locali, rappresentate dalle ditte della passata Fiammante e della farina Caputo. I responsabili delle due aziende hanno avuto modo di sottolineare non soltanto la genuinità dei loro prodotti, ma anche la purezza di un’economia che ha come motore i contadini e non i capitali di grandi aziende. Il contest ha anche  partner di grande rilievo, quali Ferrarelle e Parmigiano Reggiano. I due sponsor hanno aderito con grande entusiasmo, in particolare il secondo. Non a caso si è avuto modo di rammentare come proprio il Parmigiano venga spesso usato dai pizzaioli per esaltare i sapori della pizza. La gara alla pizza più “innovativa” è aperta Ora che le fasi di selezione si sono concluse, non resta che attendere il vincitore di questo contest e di certo alla giuria non aspetta un compito semplice. I tanti Paesi che hanno partecipato (per la maggiore gli USA e la Cina, se escludiamo l’Italia) e le tante varietà del nostro vanto alimentare renderanno ardua la scelta. Una cosa però è certa. La manifestazione PizzaUnesco è una grande occasione per tutti: per le aziende regionali, che potranno esportare i propri prodotti su scala nazionale e (perchè no?) intercontinentale, e per i pizzaioli, che potranno così farsi un nome. Ciro Gianluigi Barbato

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Attualità

Buondì Motta, analisi anti-empatica di uno spot

«Popolo dell’etere televisivo e della polemica dietro allo schermo, ascoltate! Una nuova minaccia incombe sulla nostra speme, su quelle pianticelle dalla radice ancora tenera che sono i nostri figli. Il nemico ha le ingannevoli fattezze di una merendina soffice e zuccherata e risponde al nome di… Buondì Motta!». Se si potesse immaginare un accorato appello di qualche fantomatica associazione a metà tra l’Inquisizione e il Moige, dedita alla salvaguardia del buon costume e della morale, questo suonerebbe più o meno così. I responsabili del marketing del gruppo Motta hanno infatti ideato uno spot che da molti giorni è ormai al centro di polemiche, ma anche di spassose parodie. Lo spot del Buondì Motta: una provocazione volontaria La sinossi dello spot (lo trovate qui) è questa: ci troviamo nel vasto giardino di una famiglia benestante, scintillante e con dei bei faccini. La madre sta allestendo un enorme tavolo per la colazione, quando irrompe la figlia a chiederle una merenda «che coniughi leggerezza e golosità!». La genitrice risponde che una merendina di quel genere non esiste e rafforza la propria tesi con una frase emblematica: «Possa un asteroide colpirmi, se esiste!». Allora, come il più degno dei deus ex machina, ecco che un asteroide schiaccia la mamma quasi allo scopo di punirla per l’”eresia” da lei espressa. In quello che è poi il seguito giunge il padre a chiedere informazioni sulla propria consorte, per poi replicare allo stesso modo alle parole della figlia e aggiunge: «Possa un asteroide un po’ più infuocato di questo colpirmi, se esiste!». Il risultato, inutile dirlo, è lo stesso. Analizzando lo spot a mente lucida e senza alcuno slancio emotivo, possiamo intuire quale sia il messaggio che vuole trasmettere. Non c’è soltanto l’obiettivo di spingere lo spettatore ad acquistare un determinato prodotto, ma c’è anche la volontà di provocare. In gran parte degli spot che passano sullo schermo televisivo e che promuovono un genere alimentare, troviamo sempre il ritratto della famiglia ideale: la madre bionda, sorridente e senza neanche una ruga sul viso; il papà alto, magro, in camicia e cravatta e pronto per andare in ufficio; i figli felici e contenti che abbracciano i loro genitori e così via. È quella che negli anni ’90 veniva definita la “famiglia della Mulino Bianco”. Il direttore creativo del marketing Motta, Alessandro Orlandi, ha cancellato questa immagine a tratti intoccabile con l’intrusione di un asteroide. Perchè l’asteroide rappresenta ciò che nessuno si aspetterebbe di vedere: è l’irreale nel reale, parafrasando Todorov, che riesce così a colpire nel profondo lo spettatore. Tra polemiche e apprezzamenti La pubblicità del Buondì ha quindi raggiunto l’obiettivo di far parlare di sé, come dimostra il polverone di polemiche che si è alzato nei scorsi giorni e ancora in corso sul palcoscenico dei social media. I commenti sono tra i più disparati: si va dai classici “Vergogna!” a frasi più articolate sintatticamente, del tipo: “Ma non pensate a un bambino che ha perso i genitori e che si trova davanti questo spot?” o anche: “Questo spot […]

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Libri

L’arte di essere fragili. Il Leopardi di Alessandro d’Avenia

È cosa nota che Giacomo Leopardi, maggiore poeta dell’ottocento italiano se non di tutta la nostra letteratura, non goda di simpatie tra studenti e professori. Questi ultimi, in particolare, si limitano a descriverlo come un giovane rovinato nel fisico e perennemente triste nell’animo, tutto concentrato nel suo mondo fatto di carte e di zelanti studi. Ma ci sono (per fortuna) anche professori che dimostrano il contrario. Alessandro d’Avenia è uno di questi e lo fa con la sua ultima fatica letteraria: L’arte di essere fragili. L’arte di essere fragili, a tu per tu con Leopardi Attraverso la struttura di un’immaginaria epistola indirizzata a Leopardi (e questo espediente si ricollega alla “Lettera ad un giovane del XX secolo“, l’opera pensata dallo stesso poeta e mai trascritta) L’arte di essere fragili cerca di presentare un’immagine alternativa di Leopardi, pur essendo vincolata alla biografia a tratti infelice del poeta di Recanati. Ciononostante, d’Avenia mostra come sia sbagliato giudicare le cose solo dalla loro superficie. Il suo è un Leopardi umano, sognatore, ribelle, a tratti anche ironico. Ci viene presentato anzitutto un giovane come quelli del nostro tempo, con tutti i suoi sogni e le sue speranze, insofferente alla rigidità dell’ambiente familiare e al clima sempliciotto del paesino di Recanati. È il Leopardi filtrato dalla sua esperienza di lettore, che lo accompagna fin dalla giovinezza. Leopardi alla ricerca della felicità Ma quello che più colpisce (e che suona come una provocazione) è il fatto che nelle sue poesie Leopardi abbia anelato alla felicità e questo lo rende molto simile agli adolescenti e ai giovani di oggi. Perché in fin dei conti Leopardi non era tanto diverso da noi. Anche lui cercava il proprio posto nel mondo, un motivo per essere vivo e per dare un senso al mondo. Ha cercato di farlo in ogni modo: i viaggi nella Roma tanto lontana dai fasti dell’antichità e nella Napoli popolare che gli ispirerà La ginestra. Gli amori per Silvia e per Fanny Targioni Tozzetti, l’amicizia con Ranieri e Pietro Giordani, la disperata lotta contro chi osteggiava i suoi scritti tanto lontani dal gusto romantico e progressista dei suoi contemporanei. E la sua poesia più famosa, L’infinito, non può forse essere la degna rappresentazione del suo animo? Quella siepe che “il guardo esclude“, può non rappresentare gli ostacoli che ognuno di noi si ritrova a dover superare per raggiungere la tanto agognata felicità? L’arte di essere fragili va quindi inteso non come un romanzo o (peggio ancora) un saggio sulla figura del recanatese più noto al mondo. Il libro di d’Avenia andrebbe considerato un dialogo tra l’autore e uno dei “maestri” che l’hanno formato, quasi alla stregua di quello tra Dante e Virgilio nella Commedia. Ma qui non ci troviamo davanti ad un viaggio il quale necessità di una purificazione per raggiungere la bellezza dell’assoluto. Anzi, qui è proprio la nostra “debolezza” ad essere un elemento costante per raggiungere il nostro angolo di felicità, quella fragilità citata anche nel titolo. Fragilità intesa come accettazione di mostrarci al prossimo […]

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Attualità

Complottista, ovvero: “guida alla diffusione delle bugie”

Dite la verità, conoscete pure voi l’amico o il parente che crede di vivere in un mondo dove tutto è già prestabilito, dove ogni attentato e ogni manovra presa del governo siano frutto di un contorto e complesso complotto. Tutti noi, volenti o nolenti, abbiamo a che fare con lui: il complottista. Definizione di “Complottista” Il dizionario Treccani definisce il complottista come colui “che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti“.  In parole povere, si tratta di un individuo che vive la vita come un film di fantascienza, con sfumature da thriller dispotico. Ogni cosa che sappiamo è falsa. Ecco alcuni esempi: –   L’allunaggio del 1969 non è mai avvenuto ed è stato girato in studio da Stanley Kubrick. –   Il nostro pianeta non è una sfera, bensì un disco piatto (la teoria del “terrapiattismo”). –   L’attentato alle torri gemelle dell’ 11 settembre se lo sono inflitti gli stessi USA. –   Alcuni alieni noti come “rettiliani” vivono in mezzo noi e si sono inseriti nel mondo della politica e dello spettacolo. –   Le canzoni rock e pop contengono messaggi massonico/satanisti, volti a corrompere la gioventù. Il calderone del complottista, come si evince, è in continua ebolizione: a questa zuppa di enciclopedismo alternativo si aggiungono ogni giorno ingredienti sempre nuovi, senza però alterarne l’inspido sapore. Il meccanismo complottista .. Il lavoro effettuato dal complottista segue un credo basilare: Rinnegate e dimenticate ogni cosa con cui i giornali e le università, sotto il controllo delle demoniache “lobby”, vi   imbottiscono la mente ogni giorno. La verità sulla scienza, sulla storia e sulla politica è nelle mani di pochi eletti, privi di titoli accademici  che si sono istruiti rifiutando le vie considerate “ufficiali” del sapere. Ora vi starete chiedendo: “Ma se chi crede nei complotti rifiuta gli insegnamenti di quelle istituzioni che considera nemiche, in che modo si informa?”. La risposta è semplice: con internet. Vi è mai capitato di trovare sulla home di Facebook, scorrendo tra i vari post, un link ad un articolo di giornale o ad un video di You Tube con titoli in maiuscolo come “ECCO COME SE LA SPASSANO I PROFUGHI” oppure “WALT DISNEY ERA ANTISEMITA!!”? Ecco, la maggior parte di quelle notizie sono in realtà false. Queste notizie, dette “bufale” (o “fake news“), vengono prese da siti che con il giornalismo hanno ben poco a che fare (come “Il fatto quotidaino” o “Il giomale”) e senza neanche verificare le fonti, il complottista le condivide. Ne deriva così una meccanismo di reazione a catena. L’utente che legge quella notizia e non si degna di verificarne la veridicità la condivide sulla sua bacheca e a sua volta un altro utente la legge e la condivide sulla sua di bacheca e così via. .. e le sue conseguenze Il meccanismo descritto è dannatamente efficace, se il suo scopo principale è soprattutto quello di infondere inutilmente paura e terrore psicologico, di cui ne approfittano alcuni personaggi per affermare le proprie tesi […]

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Attualità

Tullio Pironti, 80 anni di libri e di cultura

Piazza Dante è un luogo dove la cultura si respira a pieni polmoni, complici la statua del sommo poeta che domina al centro, il liceo-ginnasio Vittorio Emanuele e le tante librerie che si possono trovare. Proprio una di queste librerie, la libreria Pironti, il giorno 10 giugno 2017 ha compiuto 80 anni. Ma la stessa veneranda età è stata raggiunta dal suo proprietario: Tullio Pironti. Tullio Pironti, una vita per i libri Nato nel 1932, Tullio Pironti eredita la libreria dal padre e dal nonno. La sua attività editoriale inizia nel 1972, quando pubblica il libro-inchiesta di Domenico Carratelli La lunga notte del Fedayn. In seguito fa conoscere ai lettori italiani autori stranieri del calibro di Don deLillo, Raymond Carver, Bret Easton Ellis e il premio Nobel Naghib Mahfuz. Altrettanto importante è il contributo del signor Pironti di aver portato alla ribalta due autori italiani: Giuseppe Marazzo, autore de Il camorrista (da cui il regista Giuseppe Tornatore ha ricavato un lungometraggio nel 1986) e Fernanda Pivano, della quale pubblica la raccolta di saggi sulla letteratura nordamericana dal titolo Dopo Hemigway. Oltre ad essere editore, Tullio Peronti ha avuto un passato come pugile e questa parte della sua vita è stata narrata nell’autobiografia Libri e cazzotti. Un compleanno particolare Per coronare gli 80 anni di un’attività che ha visto al proprio centro l’amore per la carta stampata, il signor Pironti ha deciso di festeggiare in modo particolare. Ha infatti regalato 1000 dei suoi libri ai lettori che si sono ritrovati sotto la sua storica libreria a piazza Dante. Un regalo che testimonia ancora di più la passione per la cultura e che inevitabilmente richiama ad un tempo antico, quando le librerie erano ancora piene di bibliofili e curiosi. Un tempo lontano dal tecno-centrismo odierno, dove anche l’attività di comprare e leggere libri si è ridotta ad un processo meccanico, svuotato delle emozioni che lo sfogliare di un libro può regalare. Non si può che rinnovare gli auguri a Tullio Peronti e alla sua libreria. Per altri 80 e più anni di diffusione di cultura e sapere. Ciro Gianluigi Barbato      

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Cinema & Serie tv

Thirteen reasons why, quando l’adolescenza fa male

Thirteen reasons why (il titolo italiano è Tredici) è divenuto, a pochi giorni dalla messa in onda su Netflix, un caso emblematico e discusso. Ideata da Brian Yorkey e basta sul romanzo di Jay Asher 13 questa serie televisiva risulta essere un teen drama con sfumature thriller, con lo scopo di mostrare il lato oscuro dell’adolescenza. Tutto inizia con il suicidio di Hannah Baker (Katherine Langford), una studentessa vittima di pregiudizi la quale, prima di porre fine alla propria vita, decide di registrare su sette cassette i tredici motivi che l’hanno spinta a prendere una decisione così estrema. Un giorno Clay (Dylan Minnette), amico di Hannah, ritrova le cassette dentro una scatola posta davanti alla porta di casa sua. Il ragazzo inizia ad ascoltarle e andando sempre più avanti scopre una storia inquietante e cupa, dove sono coinvolti dei ragazzi che più o meno conosce e che, indirettamente o meno, hanno contribuito al suicidio di Hannah. L’adolescenza, nuda e cruda La sensazione che si ha quando si finisce di vedere Thirteen reasons why è quella di pensare che fosse anche giunta l’ora che venisse ideata e girata una serie per adolescenti come questa. Infatti, a differenza di tante altre produzioni che rientrano nel genere del teen drama, questa è sicuramente quella che più di tante altre mostra il caotico inferno interiore dell’adolescenza e delle sua ombre più opprimenti: il bullismo e la depressione. Attraverso una struttura narrativa che si regge sull’alternanza tra flashback legati ai ricordi di Hannah e al presente vissuto da Clay, tali tematiche vengono affrontate senza alcun abbellimento, né alcuna patina di moralismo. L’intenzione di Tredici è soltanto quella di mostrare una realtà difficile, come quella della vita del liceo, in tutta la sua durezza e crudeltà. Tutta la drammatica vicenda di Hannah e di coloro che hanno contribuito a renderla tale arriva dritta ai nostri occhi, come un pugno in faccia. Grazie anche a delle prove attoriali eccelse, che rasentano la spontaneità e che hanno quel poco di pathos sufficiente affinché non scada nello stereotipo, lo spettatore si immerge in questa vera e propria discesa negli inferi da cui è impossibile risalire a “riveder le stelle”. L’universo in cui si articola la vicenda sembra dominato dalla legge dell’omertà, dall’inesistenza di umanità e di rispetto verso il prossimo e che sono i germi del bullismo. Un problema a cui neanche le istituzioni scolastiche riescono a far fronte, limitandosi all’istituzione di una patetica campagna di prevenzione dei suicidi quando oramai il danno è fatto. È il concetto dell’ “elefante nella stanza“: un problema ben evidente a tutti, ma a cui nessuno pone rimedio. Perché gli adolescenti (e non) dovrebbero guardare Thirteen reasons why Sarebbero tanti i motivi per cui bisognerebbe consigliare la visione di Thirteen reasons why ad un pubblico non solo di adolescenti, ma di ogni fascia d’età. Il messaggio che una serie come questa vuole lanciare è che il bullismo può avere tante facce: ha quella del ragazzo rispettabile, dell’atleta idolatrato, della ragazza tranquilla e socievole con tutti, dei genitori che ignorano o infondono nei propri figli troppe aspettative e doveri. […]

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Cinema & Serie tv

Stranger things: la resurrezione degli anni ’80

Prodotta dai fratelli Matt e Ross Duffer per Netflix, Stranger Things è una serie tv che ha fatto la gioia dei nostalgici degli anni ’80, ma anche degli appassionati di paranormale e fantascienza. Il successo che ha ottenuto nell’estate scorsa (da noi è giunta il 15 luglio 2016) ha ricompensato la fiducia che molti spettatori hanno riposto nella piattaforma on demand, che ovviamente è stata ben ripagata con un ottimo prodotto. Sinossi della trama. La vita della tranquilla cittadina di Hawkins, nello stato dell’Indiana, viene interrotta dalla  scomparsa di un ragazzino di nome Will (Noah Schnapp). Sulle sue tracce si mettono gli amici Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo) e Lucas (Caleb McLaughlin). Questi credono che la scomparsa dell’amico sia legata ad eventi soprannaturali e impossibili da comprendere con il solo raziocinio. La vicenda diventa sempre più intricata quando i ragazzini si imbattono in Eleven (Millie Bobbie Brown), una loro coetanea dotata di poteri telecinetici e fuggita dal laboratorio di Hawkins. A ciò si aggiunge la presenza di una mostruosa creatura, anch’essa fuggita dal laboratorio e che sembra tormentare Joyce (Wyona Ryder) e Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente la madre e il fratello maggiore di Will. Stranger Things, ovvero “operazione nostalgia” Il merito principale che si può attribuire alla serie dei fratelli Duffer è senza dubbio l’uso spropositato del “fattore nostalgia”. Stranger Things è una serie in cui si respirano e si vivono davvero gli anni ’80: dai titoli di testa che aprono ogni singolo episodio, all’uso delle luci e della fotografia, fino alle citazioni al cinema fantascientifico ed horror (A Nightmare on Elm Street, Stand by me, La Casa, E.T.), alle canzoni rock e disco di quegli anni -che si affiancano a composizioni originali ad opera del compositore Kyle Dixon- fino alla presenza di elementi come i Walkie-Talkie o il gioco da tavolo Dungeons and Dragons. Non c’è una sola scena in cui l’odore e il sapore di quegli anni non vengano ricostruiti attraverso una cura maniacale dei dettagli, quasi filologica. Un solo punto, tante sfaccettature. L’altra interessante particolarità di Stranger Things è rappresentata dall’atmosfera perturbante e surreale che si respira in ogni singolo episodio e il modo sempre diverso in cui questa venga filtrata dai vari personaggi. Vi è il lato ingenuo dell’infanzia, rappresentato dai piccoli nerds Mike, Dustin e Lucas che vedono la ricerca dell’amico scomparso come la proiezione di una trama degna di Tolkien, condita con elementi scientifici quali le realtà parallele. A questo si alterna il dramma vissuto dalla madre Joyce e dal fratello Jonathan (Charlie Heaton), in cui il sopracitato elemento perturbante si insidia con prepotenza, nonché la vicenda di Hopper (David Harbour), lo sceriffo a cui viene affidata la ricerca del piccolo Will e tormentato da una ferita legata al contesto familiare. La vicenda di Eleven va ad infittire ulteriormente l’atmosfera misteriosa della serie, in quanto la sua storia sembra collegata all’inquietante vicenda del “Progetto MKUltra“, un programma di manipolazione mentale voluto dalla CIA e di cui la ragazzina sembra essere una delle tante vittime. Conclusioni Stranger Things è un prodotto […]

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Cinema & Serie tv

Vikings, la storia tra serialità e spettacolarità

Prodotta per History Canada da Michael Hirst ( The Tudors e i lungometraggi Elisabeth e Elisabeth: The Golden Age), Vikings è senza dubbio una serie tv particolare. Si tratta di un prodotto seriale di stampo storico che riesce in un’impresa ardua per il proprio genere: unire una narrazione coinvolgente e mai banale ad una ricostruzione storica e culturale nei minimi dettagli. Sinossi della trama La serie, ambientata tra il IX e il X secolo d.C., è incentrata sulle gesta di Ragnar Loðbrók (Travis Fimmel), leggendario re e guerriero vichingo della Scandinavia di cui si parla principalmente nelle leggende del popolo danese. Spinto da una forte sete di conoscenza, Ragnar attraversa le acque del Mare del Nord con un seguito di guerrieri e giunge a saccheggiare le terre inglesi. Al successo per l’impresa si oppone l’ostilità del conte Haraldson (Gabriel Bryne), il tradizionalista governatore che male accoglie le idee rivoluzionarie del giovane protagonista. Ma questo evento segnerà per Ragnar solo l’inizio della sua ascesa al potere. Vikings, una serie di incontri e scontri Andando oltre il tessuto della trama, cosa è che rende Vikings una serie da seguire, anche per chi di storia non è appassionato? Senza dubbio è la propria impostazione. Vikings non persegue l’ambizione di essere una narrazione annalistica della storia del popolo vichingo, quanto piuttosto un prodotto che sappia unire la ricostruzione storica a tematiche che non si esauriscono nel contesto storico della serie stessa. Lo si evince dal comportamento stesso di Ragnar: un uomo certamente caratterizzato da un’indole guerriera e predatoria, ma anche da una sete di conoscenza che lo contraddistingue dai suoi stessi simili. Lo si capisce dal suo rapporto con Atelsthan (George Blagden), un prete portato come schiavo che diventa fedele amico del protagonista: è l’emblema dell’incontro tra la furia naturale dei riti pagani nordici (riprodotti in tutta la loro solenne fedeltà) e l’apparente serenità della religione cristiana. L’incontro tra questi due mondi tanto diversi e che si sentono attratti l’uno dall’altro è una tematica che inevitabilmente  rispecchia i tempi attuali, dove l’incontro e scontro tra diversità religiose, linguistiche e culturali sembra essere all’ordine del giorno. Allo stesso modo una tematica attuale è quella del potere. In Vikings si muovono personaggi ed entità politiche diverse, ma tutte accomunate da una voglia incessante di prevalere sulle altre. La mancanza di una distinzione tra protagonisti e antagonisti ci porta a non patteggiare mai soltanto per un singolo personaggio. Piuttosto siamo spinti a interrogarci sulla moralità delle azioni dei singoli personaggi e su quanto possano essere considerate giuste o meno, pur di accaparrarsi quel potere a cui tanto ambiscono. Tra furia violenta e solenne folklore Giunta oramai alla quarta stagione, Vikings è un prodotto che non delude le aspettative tanto di chi cerca la fedeltà della ricostruzione storica quanto quelle di chi è in cerca dell’intrattenimento puro. Alla profondità dei dialoghi nella loro ottica romanzata, si alternano montaggi frenetici nelle scene di combattimento e riprese dal sapore documentaristico durante i riti e sacrifici per Odino e gli dei nordici. La violenza non manca di certo, ma non è […]

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Attualità

Yolocaust, la memoria non deve essere sconsacrata

Nel quartiere di Mitte, a Berlino, si trova il Memoriale dell’Olocausto. Inaugurato nel 2005, consiste in un’enorme distesa di tremila blocchi di calcestruzzo con l’obiettivo di ricordare il genocidio subito dal popolo ebreo. Tuttavia, le migliaia di turisti e visitatori hanno la malsana abitudine di scattarsi delle fotografie con gli enormi blocchi che fanno da sfondo, senza sapere qual è il loro scopo reale. Per questa ragione Shahak Sahpira, scrittore israeliano, ha denunciato questa discutibile tendenza attraverso un sito: Yolocaust. Come funziona Yolocaust Il nome “Yolocaust” è l’unione della parola “holocaust” e di YOLO, un acronimo per la frase “You only live once” (in italiano: “si vive una volta sola”) e che, nel linguaggio dei social network, viene inserito come hashtag sotto fotografie considerate allegre e divertenti. Shakah Shapira ha così raccolto e pubblicato dodici fotografie (attualmente il numero si è ridotto a tre) di alcuni utenti ritratti in pose ridicole o in autoscatti all’interno del memoriale. All’apparenza sembra che l’artista abbia lasciato le fotografie intatte. Se però si passa il cursore del mouse su una di queste fotografie si attiva un fotomontaggio dove, in luogo del memoriale, i soggetti rappresentati si ritrovano a vivere “virtualmente” gli orrori del genocidio. Così un prestigiatore si ritrova all’interno di una fossa comune, una coppia si scatta un selfie con accanto un ebreo deportato e ridotto quasi ad uno scheletro e così via. Perchè la memoria non venga più dissacrata Shahak Shapira spiega chiaramente il fine ultimo del suo progetto: «Il Memoriale non è lì per gli ebrei o per le vittime del nazismo. È un monito morale per le future generazioni. Queste immagini dimostrano quanto facilmente si possano dimenticare le tragedie del passato». Di certo si tratta di un’operazione molto discutibile, ma se a pochi giorni dalla sua apertura il sito ha raggiunto un gran numero di visualizzazioni significa che l’obiettivo di Yolocaust si è concretizzato. Quello di rammentare alle giovani generazioni che la storia non è racchiusa nel proprio passato, ma ammaestra le future generazioni a costruire nel presente un mondo in cui certe atrocità non possano più ripetersi. Ciro Gianluigi Barbato

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