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Eroica Fenice

Recensioni

Al Nostos Teatro, Sogno di una notte di mezza estate

Dal 29 giugno al 1 luglio, dalle 19.30 alle 22.30, al Nostos Teatro Sogno di una notte di mezza estate, celeberrima commedia di Shakespeare, rivive nel magnifico scenario del Complesso Monumentale di San Francesco ad Aversa. Sicuramente la più famosa commedia di Shakespeare ha una trama complessa e ricca di colpi di scena che si presta a numerose interpretazioni filologiche e reinterpretazioni nel Mondo Moderno: tutto ha inizio ad Atene dove fervono i preparativi per le nozze di Teseo e Ippolita, ma esse non fanno che da sfondo alla coppia di innamorati veri protagonisti della vicenda, Ermia e Lisandro, vicenda in cui si andranno ad intrecciare le peripezie di altri innamorati, quali appunto Demetrio ed Elena. Metateatro, folklore, cultura classica frammista a leggende e personaggi propri piuttosto del mito celtico, scenari ed espedienti della letteratura di intrattenimento come la magia, il sogno, paesaggi fantastici e misteriosi: tutto questo fa mostra di sé in una sola opera, fa ridere e fa sognare, rimanere col fiato sospeso e sospirare per il romanticismo, tanti elementi che l’Autore ha saputo ben armonizzare sanciscono il successo di questa Commedia presso il pubblico di tutti i tempi. Si va a spasso con la storia e coi suoi interpreti per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro Niente quinte di cartone né tendaggi per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro: sapientemente i direttori artistici dell’opera scelgono di rappresentare in piacevoli serate di mezza estate la celeberrima commedia nel complesso monumentale della chiesa di San Francesco per la rassegna A spasso con la Storia 2018. Lo Spettatore va effettivamente a spasso con la storia e i suoi interpreti dal punto più alto del Monastero, alla sala circondata da finestroni dove un tempo si affacciavano le suore di clausura per guardare la Vita scorrere inesorabile ai loro piedi, al giardino del chiostro con la sua frescura e le piante secolari attraverso scale a chiocciola e terrazze bagnate dalla luce della Luna, per concludersi nella magnifica Chiesa Monumentale di San Francesco. Il connubio è ben riuscito: le luci soffuse sotto le ogive, gli archi bianchi, le luci della città che si affacciano dai finestroni, gli affreschi del secolo XIII, la pace e il silenzio dell’orto trasportano lo spettatore in un’atmosfera magica e lo cullano in un sogno come quello dei protagonisti. Questo riuscito espediente fa dello spettatore – un po’ spione – parte attiva della vicenda (d’altronde gli attori camminano accanto a lui e quasi lo sfiorano) e a sua volta lo spettatore si sente coinvolto e guarda con simpatia gli interpreti, tutti giovanissimi. Da Aversana consiglio vivamente lo spettacolo ai miei compaesani che lo troveranno molto godibile con una punta dell’orgoglio campanilista che viene dall’avere dei monumenti così belli e a tutti i tipi di pubblico, perché la rappresentazione sa mettere ben d’accordo l’amante del classico e del moderno. Nostos sogno  

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Voli Pindarici

Pubblicità Sammontana 2017: una analisi Filologica del testo

Cono Sammontana, ne abbiamo analizzato il testo con occhio filologico Buonasera la vostra Redattrice preferita vi dà il bentornato al tradizionale articolo estivo per la stagione 2017! Come ben sapete, affezionati Lettori, d’Estate sono tormentata dai tormentoni, ma sono anche Filologo e Critico Letterario per formazione e dunque la mia Natura mi chiama alla comprensione profonda del Testo, tanto più quando esso appare oscuro e di difficile interpretazione… Ebbene sto parlando del tradizionale spot del cono Sammontana, assurto al rango di nuovo tormentone, che da ben 3 edizioni ormai (e dico 3!) fa da sfondo alla nostra “Estate Italiana” di quando guardiamo Beautiful o Il Segreto (quando siamo giustamente a mare con le gambe in ammollo non lo sentiamo). Con l’analisi che mi accingo umilmente a fare ho la nobile intenzione di servire la Scienza e quanti come me quando passa questo spot vorrebbero lanciare il televisore dalla finestra. Cono Sammontana, il testo della pubblicità “Cara mia estate, gambe da rasare,     – * Io quattro esami, gli altri i selfie al mare. Assaggio tutto: il morbido,  il cremoso, pure la parmigiana…     – NOTA 1 … sarà il nervoso? Voglio un’anatra vegana.     – NOTA 2 Quattro di notte, è arrivato l’arrotino.    – NOTA 3 Ti piacciono i coni?  Cinque stelle al croccantino. Vado in bici come Don Taddeo  – NOTA 4 in pattino col pareo. Partiamo, non partiamo, se mi fai una ricarica prenotiamo. Tienimi stretta estate,  tienimi fra i fagiani.  – NOTA 5 Cinque stelle al croccantino… … tre amiche, i sette nani.  – NOTA 6 Cinque Stelle Sammontana, grazie a tutti per la vostra estate italiana.” Pubblicità Sammontana, il video *Innanzi tutto una premessa: ricordate il testo precedente? Diceva “Estate è DOVE accadono le cose” a tal proposito ho controllato al catasto delle città d’Italia e non c’è nessun comune, in nessuna provincia di nessuna regione, di nome “Estate”… spiacente di deludervi: non so dove possiate andare per far accadere queste… “cose”. – NOTA 1: si potrebbe obiettare che tale dicitura su cose “morbide” e “cremose” senza specificare quali esse siano potrebbe dare adito a fraintendimenti… ma mi limiterò a dare consigli salutari per la vostra digestione: cari Lettori, meglio evitare di mescolare cose “morbide” e “cremose” di incerta natura con la parmigiana, già pesante di per sé; meglio assaggiare la parmigiana (ché ne vale sempre la pena!) e armarsi di bicarbonato. – NOTA 2: “Anatra Vegana”: questa specie è di incerta definizione. Per documentarmi ho spulciato i cataloghi zoologici scientifici della biblioteca, ma, haime, nulla ho cavato fuori. Così ho ipotizzato 3 possibili soluzioni: a tale specie è molto rara e in via di estinzione b tale specie vive solo a Estate, questo luogo nebuloso e favoleggiante che non c’è sulle carte, ma alla seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino te lo trovi di fronte c tutte le anatre sono vegane, dato che non s’è mai vista un’anitra nutrirsi di hamburger, hot dog e lombo di manzo arrostito. – NOTA 3: l’arrotino non passa alle 4:00 di notte… se lo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Comicon 2017: un fenomeno culturale

Anche quest’anno Eroica Fenice ha seguito il Comicon, salone internazionale del fumetto per la sua XIX edizione, dedicata al fumetto e al suo rapporto con i media. Il Napoli Comicon, Fumetto & Media: il Web si svolge, come da consuetudine, alla Mostra d’Oltremare a Campi Flegrei dal 28 Aprile al 1 Maggio. Il Comicon è davvero un evento ricchissimo che combina fumetto, animazione, giochi da tavolo, gioco dal vivo e videogame; l’evento si organizza in sei padiglioni, l’Auditorium e aree all’aperto: il suggestivo Laghetto di Fasilides ospita Neverland, gioco di ruolo dal vivo; nei padiglioni, invece, si svolgono gli eventi, gare di giochi da tavolo (Padiglione 5) e di videogioco (Padiglione 6), si ammirano le mostre e si incontrano artisti che disegnano dal vivo, gli espositori  e i rivenditori; solo per quest’anno in occasione del trentennale di Dylan Dog un intero padiglione è stato dedicato all’Indagatore dell’incubo, il Dylan Dog Experience; non mancano la Ludoteca e l’Area Comicon Kids. il 30 Aprile alle 11:00 al Padiglione 1, nell’area dedicata, abbiamo assistito all’intervista al maestro Toyotaro, creatore del manga Dragon Ball, che, mentre rispondeva alle domande, realizzava in esclusiva per il Comicon un Goku inedito. Passeggiando per il Padiglione 1, nella sala L0renzo Bartoli, nella ZTA, Zona Totalmente Autoprodotta, sono ospitati gli stand degli editori autofinanziati (come Tenaga Comics, Upper Comics, Cargo, Douglas Edizioni, Collettivo Jesi) con gli autori intenti a disegnare; più avanti stand con raccoglitori di tavole originali (Comic Art Store, Tavoleoriginali.net) in vendita di vario tipo, ad esempio disegni di Taglietti, Prati, un Dylan Dog di Di Vincenzo e persino Topolino. Il pezzo più importante? Una tavola di Valentina dal valore di oltre 150€. Ancora nel Padiglione 1 ci siamo imbattuti nella Artist Alley: l’area dedicata ai disegnatori a lavoro, fumettisti del calibro di Pasquale Qualano, Marco Russo e Walter Trono erano ammirati dai loro fan mentre disegnavano e regalavano le tavole autografate. Nel Padiglione 2 abbiamo incontrato gli editori dei personaggi più amati: Astorina Comics, che stampa Diabolik, l‘Associazione Dylandogofili, Feudalesimo e Libertà, Magic Press Editore,  l’editore di Simple & Madama e Pillole di Jenus, Edizioni Dentiblù che stampa Sacro/Profano. Era presente anche la Scuola Italiana di Comix, che aveva una grossa parete di ardesia per le lezioni dal vivo. Estremamente interessante inoltre per i collezionisti l’area dedicata all’antiquariato del fumetto, dove si possono vendere e comprare numeri e trovare vere rarità o semplicemente il pezzo che manca alla collezione. Nell’adiacente Padiglione 3 erano ospitate le mostre, tra cui Roberto Recchioni, un asso nella rete ma è nel Padiglione 4, dedicato all’Associazione Asian Village, che si scatena la magia: è qui che si riunisce la maggior parte dei Cosplay e sembra di entrare in un mondo magico e coloratissimo tra personaggi che hanno perso la loro sembianza umana per acquisirne un’altra irreale ed eterea. Nella giornata del 30 Aprile estremamente suggestivo è stata sicuramente  la gara di Cosplay delle 14:00, con creazioni surreali e al contempo estremamente realistiche, alcune con scenari e parti semoventi, tutte curate nei minimi dettagli e anticipate da ore di preparazione, trucco e parrucco. Il Comicon, un fenomeno culturale Non c’è dubbio che il […]

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Voli Pindarici

“Ho ripreso a scrivere per Amore dell’Insegnamento”

La prima volta che lo incontrai mi sembrò un gigante e non fu un’impressione: raggiunge e supera il metro e novanta, occupava tutto l’arco della porta, ma in realtà coi suoi quindici anni è sempre un ragazzo. Sua madre non era arrabbiata in fondo, era disperata: non voleva che perdesse un anno di scuola – il secondo – non vuole che lasci gli studi e che vada a lavorare con papi nell’impresa di manovalanza. Quando arrivò per incontrarmi tenne per tutto il tempo la testa in giù, e quei grandi occhi celesti, che non sono della sua famiglia, più volte mi parve che brillassero bagnati; “Se vuoi che io ti prenda ora, che manca cosi poco alla fine, dovrai ubbidirmi; farai tutto quello che ti dico ciecamente, io – se credi – sarò il tuo vangelo, io ti guiderò, tu mi seguirai e sarò il tuo Maestro e tu il mio allievo. Ti richiederò dei sacrifici e saranno grandi, ma sappi che nessun sacrificio va sprecato: non faccio mai promesse che non posso mantenere“. Per venire da me la prima volta aveva messo una giacca blu e una pochette nel suo taschino, un profumo famoso, e si era pettinato i capelli all’indietro come i divi degli anni ’50; mai una volta mi ha mancato di rispetto, mai una volta mi ha risposto male, mai mi ha contraddetto o mi ha disubidito, mai una volta che non sia stato educato, gentile, persino galante. Lavorava come un mulo: le 2 ore passavano e non chiedeva pause, non si interessava di sapere l’orario, e quando, nel momento in cui aveva finito, tirava su il capo dalla versione, si stupiva che gli girasse la testa perché non si era accorto che era da me da più di 3 ore senza che io lo avessi fermato. Ha una mente alata e non mi fa stancare, la sua logica va oltre le mie parole e il suo intuito non sbaglia quasi mai: recuperò in 3-4 lezioni il lavoro di mesi e mesi di scuola. Vedendo il tempo passare senza che tornasse, all’inizio sua madre mi telefonava per chiedermi se fosse ancora da me o per caso non fosse in giro con gli amici: “È qui, stai tranquilla” e mi veniva da sorridere perché in fondo non gli era pesato passare il pomeriggio a studiare; piuttosto rimaneva estasiato davanti a tutto quello di cui veniva a conoscenza, affamato di altre novità. Un giorno, trovato un mio libro di Greco, per diletto volle imparare a leggerlo. Un giorno che l’aspettavo non lo vidi arrivare; chiamai prima lui e poi sua madre: il ragazzo era a casa della nonna e non c’era stato modo di farlo alzare dal letto – mi disse – e potevo ritenermi libera; quel giorno imbracciai il vocabolario come facevo quando ero ragazza e andavo a scuola, mi avvolsi in uno scialle e andai a cercare per strada la casa della nonna. Quando arrivai, effettivamente dormiva profondamente sotto le coperte e fui io a tirarlo […]

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Interviste emergenti

Vincenzo Garofano: vissi d’Arte

  Vincenzo Garofano ha 27 anni e si è laureato col massimo dei voti presso la storica Accademia di Belle Arti di Napoli. Specializzato in Grafia d’Arte, ha tenuto una tesi in Litografia dal titolo BCN 12 Diari di viaggio in cui racconta della sua importante esperienza Erasmus in Spagna attraverso la scrittura privata del diario, gli appunti sulla litografia e le preziose possibilità che offre la tecnica di stampa, realizzando una cartella di litografie originali acquerellate che completano il discorso. Vincitore del concorso indetto dal Pio Monte della Misericordia, Sette opere per la Misericordia con l’opera Mise (i) ricordi – 2013, ha già al suo attivo diverse esperienze artistiche, per citarne alcune: Premio Nazionale delle Arti di Bari, con l’installazione Nello stesso buio; la prima mostra personale Diari, tenutasi presso la Casa della cultura, nel 2014 ad Aversa e infine Tradimenti diversi, nel 2014 presso il Complesso Monumentale di Santa Sofia a Salerno, con l’installazione Parole (s)velate. Intervista a Vincenzo Garofano  Cosa è per te l’Arte? L’Arte (rigorosamente in maiuscolo) per me è una possibilità: offre la possibilità di mettere in discussione le cose, la storia, i momenti, Noi. Personalmente, poi, fare Arte – che è diverso dal conoscerla – è un esigenza, è qualcosa che bussa da dentro e scalpita per uscire fuori.  È un pensiero fisso, riveste i miei atteggiamenti, è dunque un modo di essere e quindi non relegato soltanto al mondo delle immagini. È per me un impegno quotidiano, è mettersi in relazione. L’Arte è ovunque e non mi riferisco soltanto a quella dei musei; basta sapere guardare e accogliere ed è più vicina di quanto si possa pensare. Come nasce questo tuo stile particolare e perché? Il mio modo di fare Arte forse nasce con me, passa attraverso il mio percorso di studi, le cose che ho visto, le persone che ho incontrato, dal mio modo di pensare e sentire. Un lavoro nasce sempre dai momenti differenti che riguardano principalmente la mia persona, dalle diverse vicende e stati d’animo; penso ad esempio al progetto Diari, venuto fuori dopo l’esperienza di studio a Barcellona. Mi metto in ascolto di tutto e di tutti e poi, liberamente, sintetizzando il più possibile un concetto o un sentimento o entrambi, con estrema naturalezza vengono fuori dei lavori. A volte ho bisogno di dipingere oppure incidere, altre volte di cercare dei materiali diversi per dire delle cose; plexiglass, veli, spilli da cucito, led, oppure oggetti come ad esempio la gabbia utilizzata nell’installazione Nello stesso buio. Voglio sperimentare e quindi crescere nella mia ricerca artistica e per farlo mi avvalgo delle diverse tecniche a disposizione. Perché la gabbia? La gabbia, come dicevo prima, fa parte dell’installazione Nello stesso buio che ho realizzato nel 2011 e che successivamente è stata in mostra al Premio Nazionale delle Arti di Bari nel 2013. Il lavoro è composto da due tele nere, da due stampe digitali sovrapposte su cui sono stampate delle parole ed è sospesa una gabbia nera con la porticina aperta. Il lavoro parla della Shoah: la gabbia […]

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Voli Pindarici

Van Gogh, Autoritratto

Sono malato mi dicoNO No: HO detto No: mi HANNO dettoTutti Quegli Altri Al Di Fuori Di Me o erano Quelli Dentro Di Me? mi dicono che fa male “Fa male!” Oh! Zitti! Che fa male l’ho già detto Io! Per favore! Adesso ci avete proprio scocciato! No: mi avete scocciato! E vediamo se fanno un po’ di silenzio e mi fanno lavorare in pace! … Com’è che dice quell’Imbrattatele Parigino? “Parbleau!” “E che te ne fai di tutte queste facce sempre uguali?” mi dicono Quelli di fuori;  che me ne faccio… è che poi se quell’altro non lo ritraggo si scontenta! E FANNO un gran chiasso… mica è facile metterli d’accordo TUTTI? A uno c’ho dovuto tagliare un orecchio per farlo star zitto! O forse… per non sentirlo…

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Interviste emergenti

Domenico Carrara, lo scrittore della pioggia

Domenico Carrara è nato nel 1987 ad Atripalda (Av), ha pubblicato la raccolta di poesie A riprendere le stelle (Il Filo, 2009), una di racconti Binario 8 (Photocity edizioni, 2012) e il romanzo C’è chi si lamenta della pioggia (Homo Scrivens, 2015). Ha partecipato alla realizzazione di diverse antologie e curato vari progetti, fra cui il blog Le altre vite, una raccolta di interviste che aveva come filo conduttore la percezione del nostro tempo. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo posto alcune domande. Quando cominci a scrivere e perché? Mi sono avvicinato alla scrittura abbastanza presto, intorno ai sedici anni. Buttavo giù parodie di canzoni per gioco, con degli amici: era prima di tutto un divertimento. Qualche tempo dopo m’invitarono a far parte di un gruppo punk-rock e così ho provato a elaborare testi ex novo, a limare delle idee che avevo appuntato senza uno scopo preciso. Man mano ho scoperto di riuscire ad esternare in quel modo anche riflessioni personali, pensieri che altrimenti sarebbero rimasti inespressi. C’è una produzione molto variegata: poesia, prosa, testi di canzoni, interviste… sei un autore poliedrico; in quale identità ti senti più a tuo agio? Attraverso la poesia e la canzone ho imparato ad apprezzare la bellezza della parola scritta, la sua musicalità, la costruzione tramite assonanze e richiami interni di strutture – che ci sono sempre, anche quando parliamo di verso libero. Questo è un aspetto che mi piace riscontrare da lettore e trasporre, con le dovute differenze, nella prosa. Trovo che il ritmo sia molto importante, che si possa render leggero qualunque contenuto con uno stile adatto; in questo senso sto cercando la mia voce e spero, pian piano, di arrivarci. Le interviste hanno fatto parte dello stesso processo, sono state un’occasione di confronto con persone molto diverse per convinzioni, dubbi, età, esperienze.  Alla base dei differenti lavori, tutto sommato, c’è sempre stato un forte bisogno di stabilire forme concrete di contatto e di connettere generi, ambiti distanti. Un po’ ho sperimentato e vorrei sperimentare ancora, senza specializzarmi in un genere preciso. Dov’è “casa”? Cos’è per te Napoli e cos’è l’Irpinia? Penso che casa, malgrado ci possa far sentire stretti, rimanga il posto da cui inizia il nostro viaggio: trovo inutile vergognarsi oppure inorgoglirsi, indipendentemente dalla scelta di restare o meno in un determinato luogo. L’Irpinia per me rappresenta questo, molte volte mi sono sentito inadatto a viverci eppure non ci sputerei mai sopra. Invece a Napoli ho trascorso gli anni più intensi, ho conosciuto persone che m’hanno insegnato tantissimo, prospettive totalmente diverse da quelle incontrate sino a quel momento. Non so dove andrò in futuro ma penso ci siano degli scorci, degli angoli precisi ai quali allacciamo dei ricordi e i migliori che ho, finora, si trovano lì. Cosa pensi dell’editoria oggi? Credo rispecchi perlopiù l’abitudine al consumo rapido. Premesso che per me la cultura non consiste soltanto in un’accumulazione di nozioni ma nell’avere un atteggiamento curioso, nello stare fra le cose e le persone, invece spesso vedo una ricerca di riscontro a tutti […]

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Fotostorie

Astolfo

Quando tutto il Resto finirà, noi rimarremo E balleremo la Canzone degli Infiniti Mondi.   Quando avrò Ali d’oro Lascerò il mio corpo disteso sulla nuda terra E tornerò nelle Alte Sfere. Avremo coscienza del Vuoto   e saranno vere tutte le Immagini:   le Mie. Del Vuoto sarai tu il Pieno   Tu, celeste e verde, tutto nero, Tu e i tuoi Vuoti, i tuoi Pieni, La fossetta sul tuo petto, dove si attaccano le scapole La vena dal colletto – nel quadrato sbottonato – che si vede e non si vede l’ossicino del tuo fianco, accanto all’ombelico… Ho cercato il mio cuore in lungo e in largo A pezzi sulla Luna Ho trovato un tuo bottone, la curva del tuo naso, Le care ginocchia, Le mani amate, Un sapore di frittata, Un’Alba tutta bianca…   Ho riempito un alambicco – vuoto – con scritto “Pianto“.  E quando tutto il resto finirà noi rimarremo E balleremo la canzone degli Infiniti Mondi. Astolfo – Eroica Fenice

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Fotostorie

Propémptikon

Fa’ che il tuo viaggio sia lungo, e non voltarti mai indietro. Punta al Sole, così che ti accechi ché quando chiuderai gli occhi ti sembrerà di avervi imprigionato stelle. Se ti sembrerà che ti abbia lasciato in un silenzio troppo grande Non chiamare. Abbandona le zavorre: ricorda che perdi solo se lasci qualcosa di prezioso. Vesti di cose leggere: tu hai già peso. Fatti accogliere, come un naufrago, ma non dimenticare mai da dove vieni. Ricorda che non ti confonderai mai abbastanza. Non illuderti che non ti trovino quei tuoi fantasmi, Non illuderti che dimenticherai Ma per quel giorno, probabilmente, avrai abbastanza rabbia per non amarli più. Propémptikon-Eroica Fenice

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Voli Pindarici

La Strada

Era Novembre. Non avevo pranzato, come da abitudine, ed ero rimasta dov’ero, intenta, indifferente al Mondo, incapace di distogliermi, in pace. Arrivasti in un pomeriggio, quello, che volgeva a notte, e ti sedesti; dopo un po’ lasciai tutti i libri com’erano sul tavolo e ti raggiunsi, per stare con te. Una felicità immensa in quel vederti, la pace trasformata in pura gioia, improvvisamente la stanza parve rabbuiarsi; “Sta piovendo” mi accorsi, e te ne diedi avviso allarmata, mentre tu, come sempre, rimanesti calmo; guardasti fuori – ma solo per un attimo – e continuasti a parlare. Tu parlavi, io guardavo alla finestra; non tanto perché preoccupata per il temporale, quanto perché più di tanto non ero capace di rimanere a guardarti, gli occhi fissi in un altrove indefinito, rabbrividendo in una giacca di lana che in tutto pareva una veste da camera. Da quella posizione si dominava il cielo, il mare, la Città: urbi et orbi. Un fulmine schizzò su Santa Chiara; rabbrividii di nuovo. “Dovremmo scendere” ti proposi “sta volgendo al brutto“. Guardasti l’orologio – avevi sempre tutto sotto controllo: “È quasi ora di chiusura… scendiamo insieme! Poso questi” battei le mani e trotterellando cominciai a raccogliere tutte le mie cianfrusaglie. Mi intabbarrai letteralmente, mi fasciai più volte la testa nella sciarpa e me la calai fin sulla fronte. Io ho paura dei temporali. Da te pareva estate: avevi solo un impermeabile e un ombrello che, quando lo apristi, mi resi conto che era tutto sfasciato. “Ma vieni sotto il mio!” Protestai più volte, ma non volesti, perché pensasti che mi sarei bagnata, e sapevi che soffro di gola. “Ma tanto mi bagno uguale! Senti che vento!” Niente: continuasti imperterrito la tua discesa con il tuo impermeabile e quel relitto di ombrello accartocciato, mentre parlavamo di quisquilie di grammatica latina; scivolasti su un cartone inzuppato, io ti presi: se c’era un cartone scivoloso era matematico che sarebbe finito sotto il tuo piede, quindi lo prevedetti. Sembravi un grosso gatto bagnato e spettinato. C’era qualcosa di assolutamente comico in tutta quella scena, e infatti mi dicesti, una volta a casa e guardati i libri di grammatica, che era stato divertente. Avevo un vecchio telefono scassato, e tutti i tuoi messaggi sono rimasti là. .. non ho il coraggio di buttarlo via, ma nemmeno di rileggerli. C’era qualcosa di assolutamente comico nei miei jeans zuppi, nelle scarpe allagate che facevano Ciak Ciak e perdevano acqua come barche alla deriva, nella sciarpa che faceva le veci di uno jadore, nel tuo ombrello accartocciato, nei fiumi d’acqua che scendevano con noi per la salita, nelle mie espressioni atterrite ogni volta che cadeva un fulmine, nel latino gridato tra un tuono e l’altro con gli schizzi d’acqua sulla faccia, in bocca… c’era qualcosa di comico e… di idillico. “Che strada facciamo? ” mi chiedesti “Io faccio sempre la stessa: giro in questo vicolo e mi ritrovo a Mezzocannone“ “Io invece cambio sempre… Lo sai? C’è uno studio pubblicato che dice che le persone che fanno strade diverse ogni volta per tornare a casa sono più intelligenti e capaci di far fronte a tutti i problemi e […]

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Voli Pindarici

Estate: cosa succede quando le finestre sono aperte

Cari Amici La vostra Redazione Eroica non vi abbandona nemmeno d’Estate e per tradizione vi dedica, come l’anno scorso, un articolo prettamente estivo.  Chi ve lo dedica  però sono di nuovo io, quindi, se vi stavate chiedendo che fine avessero fatto la mia famiglia, mia zia, e tutti i fantastici inquilini del mio palazzo, la vostra curiosità sarà subito soddisfatta (stanno tutti bene). Questo articolo ha per oggetto ciò che succede quando arriva l’Estate e le finestre sono aperte: una porta sul Mondo si spalanca e sembra che tutto l’Universo e i suoi abitanti vogliano entrare pericolosamente nelle nostre case! Per esempio Chi a casa propria non ha Il Vecchio Di Fronte? Sì, lo so, sembra un film famoso, ma il cinema qui non c’entra niente… o quasi; quando viene l’Estate e magari è sera o prima mattina, può capitare che ci troviamo abbandonati a dormire o a spanciarci per il gran caldo, magari abbiamo il letto proprio accanto alla porta-finestra, e magari stiamo godendo di quella breve e desiderata brezza così rara e agognata, che sposta le tende e rinfresca la stanza: proprio in quel momento ci giriamo verso la fonte di quell’arietta, apriamo gli occhi e ci ritroviamo Il Vecchio Di Fronte, una figura composita, in parte ringhiera, in parte gobba, in parte binocolo, che si trova casualmente a uscire sul balcone, ad affacciarsi, e a guardarci mentre ci arrotoliamo discinti e scomposti tra un lenzuolo che cade a terra, una mutanda e una camicia da notte sollevata, tanto da confonderci e da non capire più se è il Vecchio che è a casa nostra, se siamo noi che stiamo dormendo in mezzo alla strada, o se non stiamo dormendo per caso proprio a casa del Vecchio. Si parlava, appunto di cinema… il caro signore si gode lo spettacolo dalla prima fila, anzi, dal palchetto d’onore! Una variante a Il Vecchio Di Fronte è L’Ufficio Del Commercialista o Lo Studio Degli Avvocati Rampanti che fanno la pausa fuori al balcone. Io le ho tutte e tre. Quindi in pieno Luglio giro con pantaloni e dormo con shorts; poi, quando Il Vecchio va in vacanza e L’Ufficio dei Rampanti chiude, tiro fuori le camicie da notte o mi prendo il lusso di denudarmi senza serrare porte, tende e parasole e tirare su il ponte levatoio. Passiamo all’aspetto acustico.  Vivo in una zona trafficata, frequentata da giovani, che girano in macchina, coi finestrini aperti (il finestrino è la variante della finestra) pur avendo l’aria condizionata accesa, perché devono chiamare le ragazze, le devono conquistare con una canzone… il problema è che le vogliono conquistare tutte con la stessa canzone! Così parte in loop El perdòn con Enrique Iglesias che stava abbuscando, lo stanno mattando, Nickola che si strugge, esto non glie gusta, il padre non approva la relazione, il corazon che non manca mai, che la noches tiene frìo, e io, che in pieno Luglio non tengo frìo, vorrei fare qualcosa per questo dilaniamento. Ancora, può capitare che io senta un grido rimbombare nel palazzo nelle ore più calde: […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Rigiochiamo alla scoperta della creatività

Sono le ore 10:00 alla scuola media G. Pascoli di Torre Annunziata il Caffè Letterario Nuove Voci propone un progetto culturale che volge lo sguardo ai ragazzi. Rigiochiamo. Si comincia dall’Auditorium della scuola; mentre scrivo mi dà letteralmente la sveglia Andrea Palmieri, presidente del Caffè Letterario, infatti, improvvisamente squilla uno jingle di apertura e…mi portano via la sedia! “Oggi ci incontriamo e sorridiamo. Per recuperare qualcosa che si è perso: la manualità ma in primis il sorriso” e così, mi ritrovo seduta per terra, a gambe incrociate, in mezzo a ragazzine urlanti ma disciplinati. Troppi tablets, troppa playstation: “Chi ha il telefono in tasca?”. Tutti, tranne me. Troppa multimedialità, la sfida è: non toccare il cellulare fino alle 18:00. Il presidente si presenta come un perfetto Peter Pan un po’ cresciuto che è in perfetta sintonia con i ragazzi svegli ed ironici al punto giusto. C’è improvvisamente un po’ di disordine quando entra nell’auditorium una nuova classe di studenti. Cosa impariamo stamattina? Semplice: che la parola “amici” su Facebook troppo spesso non corrisponde alla relazione “amico”. È arrivato il momento di giocare con le parole, la carta e i burattini: alle 11:30 si dà il via ai diversi laboratori. La professoressa Paola Ariano cominciava negli anni ’80 alla Pascoli proprio un’esperienza di Teatro Sperimentale con i suoi allievi, Roberta De Domenico, sua allieva, stamattina ha trasmesso quella passione e le sue conoscenze ai ragazzi grazie ad una graziosa valigia dalla quale escono meravigliosi ritagli di cartoncini colorati. Patrizia Grimaldi organizza, invece, un tavolo di lavoro per lavorare con la carta e suoi simili, infatti, bisogna comporre dei gufetti ricavati dalla plastica molto simile a quella dei tappetini del mouse grazie al ritaglio perfetto (che si ottiene grazie ad uno strumento molto semplice, la big shot), si ritagliano ancora i vari componenti e si fissano tutti con la colla a caldo. Il laboratorio di inglese è proposto da Ellice e Beth perchè anche con le parole è possibile divertirsi. La risposta dei ragazzi è stata eccezionale, numerose sono state le idee che sono arrivate spontanee e numerose. Nel pomeriggio la manifestazione Rigiochiamo si è spostata nella villa comunale unica per scoprire e provare numerosi giochi del passato e del presente, come il gioco dell’oca a dimensione umana, bigliardini, hockey da tavolo, trampoli, e carrelli su rotaia, oltre a tanto altro. I ragazzi presenti hanno così avuto l’occasione di imparare che il divertimento non per forza deriva dai videogiochi, ma anche qualche ora all’aperto può essere più che interessante. All’interno della manifestazione rientra anche lo spettacolo messo in scena dagli alunni della scuola media “G.Pascoli”: “Non siamo diversi: io e te contro il femminicidio, il bullismo e l’omofobia”, un invito alla cittadinanza a riflettere e a intervenire su queste tematiche delicate. Nel vicino Lido Eldorado si è svolto il seminario “Il tiro alla fune” tra genitori e figli: come sopravvivere alla loro adolescenza, incontro di alcuni genitori con la Dottoressa Serena Amura, psicoterapeuta, per discutere delle problematiche legate all’adolescenza e su come superarle. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Paolo Apolito: Ritmi di festa al Mo.dì

Paolo Apolito, professore di Antropologia all’Università Roma Tre, interviene alla Bam nell’ambito del Mo.dì con il suo ultimo lavoro, “Ritmi di festa“. “Non voglio che il mio libro rimanga in una libreria: vado a domicilio, a casa dei miei alunni, nelle chiese. Non voglio rimanere chiuso in una torre d’avorio, voglio che le mie parole girino: così mi sono inventato un monologo teatrale”. Il professor Apolito ci conduce in un viaggio attraverso il ritmo delle canzoni  e delle parole. Se Inglesi e Tedeschi della Grande Guerra cantano insieme cori natalizi nel giorno della Vigilia, guardando le stelle in cielo e fanno festa, come fanno, poi, in schiere opposte, a uccidersi ancora? In un lager nazista viene inflitta una punizione: la vittima è in ginocchio, tutti gli altri reclusi devono guardare; ma nel cerchio di quegli uomini divenuti simili a fantasmi serpeggia l’inno nazionale francese, forte, contro le vergate, contro la tirannia, un canto che fa paura e dà la forza di sopportare le frustate, di sopravvivere. Tutto è ritmo. Persino il nostro corpo anche se non ce ne accorgiamo e non ci importa; amiamo, piuttosto, quello degli altri e ci sincronizziamo con loro per andare insieme concordi per godere dell’armonia. Nessuno degli animali lo fa. Quando due popoli si incontrano per la prima volta fanno festa –pensiamo a Cristoforo Colombo e ai suoi Indios-, ma come è possibile se non conoscono i ritmi gli uni degli altri? Magellano imitò gli Indios che danzavano al suo sbarco, e fu così che si approcciarono. Insomma, è possibile ritrovarsi a festeggiare insieme ai nemici dato che non possiamo fare a meno di sincronizzarci con il ritmo degli altri: i confini tra i corpi si infrangono, l’Io va via e c’è soltanto il Noi. Nel suo monologo sull’importanza del ritmo, Paolo Apolito dimostra anche doti di veggente quando  riescie ad individuare due persone innamorate sedute tra il pubblico, solo dal modo in cui si comportavano in maniera simmetrica e dal modo in cui respiravano, a ritmo. Uno spettacolo in cui un accademico ha presentato, senza risultare mai didascalico, le sue conoscenze con una gran forza espressiva, tenendo la scena in maniera perfettamente teatrale. E così, Paolo Apolito è riuscito nel suo intento: ha dato al suo libro la parola e il ritmo. -Paolo Apolito: Ritmi di festa al Mo.dì-

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Voli Pindarici

Mio Nonno e Io: una piccola storia

Mio nonno ha 94 anni, 95 a Dicembre, il 5. Oggi sono stata a trovarlo in ospedale; lunedì aveva delle fibrillazioni, quindi per un po’ è stato in rianimazione. Dopo averlo chiamato, il suo cardiologo, alle ore 18:00, gli aveva detto che si doveva ricoverare, ma lui, che ha la ‘coccia’ tosta, si è impuntato, e per convincerlo e portarlo si sono fatte le 23:30 (riferirà, parlando con me, di “essersi mosso in fretta e furia, di aver lasciato tutto, alla chiamata“… uno strano modo di intendere la celerità!) La verità è che l’ospedale è un concetto che mio nonno non considera, perché in 94 lunghi anni non c’è mai stato! Mai un’appendicite, mai un problema, mai una malattia… non ha mai preso un’influenza, o il raffreddore, una tracheite… non soffre di osteoporosi, nè di diabete, non ha il colesterolo alto, il cuore pompa perfettamente, la pressione è sempre sotto la minima: 60/100 al massimo! Eppure mangia conditissimo e salatissimo: mangia col sale a tavola… Il suo compagno di stanza, che poteva avere l’età di mio padre, ha detto che aveva aggiunto il sale persino sul formaggio che gli avevano portato! “E per secondo cosa hai mangiato?” mi ha risposto che c’era una cosa… una fetta di qualche cadavere, che lui aveva buttato subito… E in più non beve: sul comodino c’erano tutte e 4 le bottiglie d’acqua dei pasti. Perché non beve? Perché l’acqua gli fa peso! “L’acqua non è digeribile“, dice, solo quella di Scauri è leggera. Non a caso alla casa a Scauri passa la maggior parte dell’anno, e quando viene l’estate, sulla spiaggia, si mette nell’ultima fila di ombreolloni, anche se è libera la prima, perché deve sudare per “rilasciare tutta l’umidità dell’inverno“. Forse per come sta in salute male non fa. Oggi mi raccontava nuovamente come si è temprato: durante la guerra, quando era in Grecia, sui monti, restava per ore sdraiato nella neve col mitra puntato; quando tornò a casa, dopo essere stato prigioniero, dormiva sul pavimento… nel letto si sentiva scomodo, non ci sapeva più stare. L’ho trovato benissimo: un colorito splendido, degli occhi limpidi, seduto a tavolino a mangiare la mela fettina per fettina come se stesse agli Champ Elisé, i capelli solo un po’ scombinati; glieli stavo ravviando con le mani. Non va dal barbiere da quando sono stata io il suo barbiere: il giorno di Pasqua gli ho tagliato capelli, sopracciglia, basette e barba. Poi mi sono spaventata, perché è molto puntiglioso su queste cose… invece si è guardato allo specchio ed era tutto entusiasta. Meno male, se no mi avrebbe severamente redarguito. Era il più elegante del reparto: indossava un bellissimo pigiama fatto a camicia con colletto e bottoni, di un bel cotone misto lana a lisca di pesce bianco e azzurro e per vestaglia aveva una finissima giacca da camera rosso sangue con cordino a cimasa e rifiniture in oro. Mi sono messa nelle sue orecchie per vederla indossata, e ridendo se l’è messa. “Nonno, sembri Napoleone“. Ai compagni di stanza ha […]

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Voli Pindarici

Pasqua: prepariamo la nostra tavola al meglio!

Salve care Amiche! Ben trovate con lo speciale di Pasqua “Come preparare la Nostra Tavola pasquale al meglio” con Carla!  Tutte le riviste più quotate, da quelle dell’uncinetto a quelle di Caccia e Pesca, hanno il loro opuscolo/inserto da mille pagine/suppostone cartaceo, pensato e preparato da un anno prima, su come decorare al meglio la Nostra Festività e stupire tutti gli invitati, e proprio noi che siamo la Fenice che rinasce dalle sue ceneri non potevamo non dedicare un occhio particolare all’argomento! Cominciamo! Allora: se fossi una di queste nuove figure inventate dal dio Marketing e chiamate “art decor” – in italiano “inguacchiatrici”, “imperchiacchiatrici”, “arravogliatrici e mbruoglj” – vi direi “Per una cosa semplice e sobria, ma di grande eleganza, prendete lo specchio del 1600 appeso storto sulla console della nonna con la cornice barocca, e poggiatelo sulla tavola: sarà la nostra tovaglia! Così, mentre masticate, potrete vedervi le tonsille, e la luce si moltiplicherà all’infinito insieme al numero dei vostri denti!“ oppure “Dobbiamo vestire la Nostra Tavola! E allora perché non scegliere l’abito da sposa che teniamo ad ammuffire inutilmente nell’armadio? Ottimo per i tavolini circolari, la coda va infilata e allargata sul piano, mentre nel corsetto inseriremo un’anfora, così che si tenga in piedi giusto al centro del Nostro Tavolo, vestendo anche il vaso, in cui metteremo i fiori!“ o anche “Il nero è così colorato, così festoso! Un classico che non muore mai, elegante come nient’altro! Perché non appoggiare sul desco anche un tauto? Da abbinare con fiori freschi – crisantemi, orchidee falenopsis viola, garofani – e ceri pasquali circolari” e ancora “Ma andiamo sul classico: una bella Madonna dell’Arco a centro tavola” o – quanto fa radical chic essere vegani! – “Cosa c’è di più pasquale di tanti coniglietti zompettanti sulla tovaglia (n. b. io ho un coniglio vivo, vegeto e in ottima salute, tranquilli Vegani!)? Non dimenticate di metter loro fiocchetti colorati e di fargli il bidet!” ..e invece – che peccato! – avete un’umile Carla Menale che di art decor, wedding planner, personal shopper non capisce niente, ma vi consiglia: Nel caso di tavola a spigoli i padroni di casa vanno a capo tavola; l’ospite più importante (il più anziano, come il Galateo ci insegna) siederà alla destra della padrona di casa, e così tutti gli altri, seguendo questa regola, a scalare per età, a destra del padrone di casa, a sinistra della padrona e così via; se avete preso la cristalleria buona assicuratevi di averla lavata la sera prima per togliere le ragnatele; se volete fiori, siano veri e dal profumo non troppo intenso, in modo che non sembri che avete imbalsamato l’agnello (quello finto, ecologico, il maiale travestito); limitate l’uso di posate e stoviglie usa e getta per contenere l’inquinamento; se amate la biancheria ricamata che sia quella in tessuto naturale e in pizzo vero (niente passamaneria, che è kitsch, e niente sintetico, che con le candele prende fuoco; fate campare le povere ricamatrici!) e infine… Per le emergenze: in questi casi, come a Natale, è sempre consigliabile […]

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Teatro

Le Troiane alla Galleria Toledo

Per una Classicista andare a teatro a vedere Le Troiane di Euripide è un’esperienza particolare. Euripide lo immaginò come un continuum di monologhi, un canto a più voci delle donne eroine vittimizzate dopo la Guerra di Troia: Ecuba, anziana e saggia, vedova moglie di Priamo, le vengono uccisi il marito e i figli; Andromaca, giovane madre, anche a lei vengono assassinati il marito Ettore, dal grande Achille nel glorioso e celebre scontro corpo a corpo, e poi trascinato nella polvere, legato dietro la biga del Vincitore, che corre intorno alle Nove Mura; da quelle stesse mura, quando i Greci fanno breccia con il cavallo di legno, le viene scaraventato giù il figlio neonato, Astianatte; poi, come aveva predetto al marito, in modo quasi profetico, è presa e fatta schiava, per soddisfare le voglie dello stesso uomo che le ha portato tanta sventura; Elena, castigo e rovina di Troia; e poi la povera Cassandra – va in sposa ad Agamennone – figlia di Priamo, la più disgraziata, che ha gridato, gridato, vaticinando, sempre cosciente mentre vedeva la sciagura avvicinarsi, e nessuno le ha dato ascolto. É uno strazio continuo queste Troiane, uno strazio di lutti terribili e tragedie macabre, ma vestito di un’immensa dignità, anche nel lamento, che non è mai patetico. Trovare sul palco una donna, Sara Bertelà, che, in scarpe da ginnastica sotto la tunica (!), da sola, ingoia tutte queste sciagure per fondere le anime di tutte queste donne è stata una sorpresa. Per tutto il tempo parla circondata da microfoni-armi, che moltiplicano la sua voce nella polifonia eroica di tutte le donne che ha dentro, e la minacciano di continuo, come le ferite che i personaggi si portano addosso. Apprezzabilissima come scenografia, senza dubbio: scarna e tragica, sorprendente e di grande impatto emotivo. A Sara le scarpe servono per ballare, e i fazzoletti che tiene legati al legio per soffiarsi il naso dopo aver pianto: per districare la possessione delle quattro donne che ha in corpo compie un processo metaletterario, e così, negli intermezzi, spiega cosa, con quest’opera, vogliono dimostrare. In pratica nel 1970 Henri Labotin trovò, sperimentando su dei topolini, quattro tipi umani, a seconda del comportamento adottato davanti all’inevitabile: quello che fugge, quello che accetta, quello che si inibisce e quello che lotta. La sfida, in questo spettacolo, è stata nel ritrovare in queste quattro eroine questi quattro caratteri psicologici, e dimostrare, per l’ennesima volta, che la tragedia classica non potrà mai morire. Le Troiane Le Troiane alla Galleria Toledo

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