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Eroica Fenice

Attualità

Francesco Lettieri per Piano City Napoli

Appena una settimana fa si è concluso il secondo appuntamento con la rassegna Piano City Napoli, una kermesse raffinata che nasce a Berlino e che nell’ottobre 2013 è approdata nella nostra città. Tre giorni nei quali Napoli è stata abbracciata dalla musica e ovunque sono stati organizzati concerti ed eventi dedicati al pianoforte, protagonista assoluto della manifestazione. I numeri parlano chiaro per quest’iniziativa che lo scorso hanno ha registrato un numero di adesioni altissimo: 250 pianisti per un totale di oltre 150 esibizioni, senza contare il gran numero di visitatori. Il 5, 6 e 7 dicembre i salotti partenopei, le piazze, i centri di cultura, ma anche i luoghi di culto, sono stati aperti a studenti, appassionati e professionisti. Uno di questi si chiama Francesco Lettieri, 23 anni e già una discreta esperienza alle spalle, benché la strada di un musicista sia sempre in divenire. Francesco comincia molto presto lo studio del pianoforte, intraprendendo un percorso di formazione che non ha tardato a dare i suoi frutti anche a livello nazionale e, recentemente, europeo. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo disco “La tua felicità” e il suo rapporto col teatro si va intensificando, avendo curato la parte musicale di diversi spettacoli. Per lui è stata la seconda partecipazione a Piano City Napoli e nella suggestiva e intima Parrocchia del S.S. Salvatore di Piazza Tafuri ci ha regalato alcuni dei suoi brani più belli quali “Einaudi e Bollani in discoteca”, “Primavera”, “Le jour d’avant” (arrivata in nomination come miglior colonna sonora al 48° Film Festival di Roma) e “Sulle ali di un gabbiano”, sua prima prima composizione scritta all’età di 15 anni. Ciò che affascina in lui è un particolare modo, si potrebbe quasi dire fisico, di vivere l’esecuzione. È evidente il trasporto col quale il suo corpo riflette l’intensità del momento. Il brano è interiorizzato e trasmesso al pubblico in maniera sentita. Ogni volta che si china verso il pianoforte, quasi sfiorandolo, come un moderno Orfeo sembra accarezzare il proprio strumento perché emetta i suoni più dolci. Non era solo ad esibirsi: insieme a lui sua sorella, Giulia Lettieri, partecipe di un percorso artistico comune (Lett’s Duo) che vede come compagni di viaggio il pianoforte per Francesco ed il microfono per lei. Giulia, infatti, coltiva il talento per il canto e allo stesso tempo è meravigliosa interprete delle canzoni scritte da suo fratello. In diversi brani, la sua voce dolce e serafica si fonde assieme a quella più grave e profonda di Francesco, che non si tira indietro nella parte canora, la quale si aggiunge alla sua abilità di pianista e dà completezza alla sua identità musicale. Francesco Lettieri per Piano City Napoli

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Culturalmente

Mario la donna dei Mari Neri

Domenica 30 novembre al Centro Teatro Spazio di San Giorgio a Cremano è andato in scena Mario la donna dei Mari Neri, per la regia di Vincenzo Borrelli, con Cristina Ammendola, Federica Totaro, Giulia Minervino, Martina Giardulli, Amalia Sannino, e Simone Somma. Non è facile fare qualche accenno alla trama di questo spettacolo che assomiglia di più a un contenitore di tensioni e sentimenti morbosi. Assia (Federica Totaro) e Demetria (Cristina Ammendola) sono due sorelle che vivono con un cameriere che trattano alla stregua di uno schiavo. Le due passano le loro giornate ripetendo all’infinito un gioco di ruoli che a turno le vede vittima una dell’altra e che mostra il loro animo corrotto, fatto di perversione, vanità, delirio e cattiveria. Tutta l’azione si comprime in uno spazio stretto, claustrofobico, delimitato da una rete metallica. Le protagoniste di questo dramma dell’assurdo sono imprigionate in una gabbia, più che fisica, psicologica. All’interno di questa gabbia i loro dissidi e le loro incontinenze cozzano tra loro portando ad un’inevitabile esplosione di grida destinate a rimanere inascoltate e a rimbalzare soltanto nelle loro teste. Disseminati sulla scena ci sono maschere e burattini, oggetti che richiamano lo stadio infantile e ricalcano un’atmosfera sinistra, accentuata dalle musiche di Simone Somma, che si collegano a un piano surreale e onirico. Le stesse Assia e Demetria sono truccate pesantemente come bambole di porcellana e indossano abiti nunziali come due bambine che giocano a fare le spose, anche se spose non diventeranno mai. Sognano un uomo, Giorgio (un amico, uno psicoterapeuta, un’invenzione?), che diviene l’idolo della loro sessualità repressa, rendendolo presenza tangibile, seppure inesistente, all’interno di una casa asfissiante che ricorda quella lorchiana di Bernarda Alba. Solo alla fine si svela l’identità del misterioso cameriere, che nel corso della rappresentazione era rimasto passivo e succube: è Mari (Giulia Minervino), la terza sorella, anche lei torturata dall’incapacità di riconoscere la propria identità. Tutte e tre le sorelle vivono in balìa dei mari neri, i mari oscuri dell’animo umano dotato di una crudeltà e di un egoismo innato che si tenta di mascherare quotidianamente, nel loro caso senza risultato, nel rapporto con gli altri. La regia di Vincenzo Borrelli punta a una massima teatralizzazione dei gesti e della recitazione con l’obiettivo di allontanare dalla coscienza dello spettatore quelli che vengono percepiti come palesi segni di follia, ma che in realtà sono più vicini all’uomo comune di quanto egli stesso non voglia credere.   Mario la donna dei Mari Neri

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Culturalmente

O’ Curt: il Festival Nazionale di corti teatrali

Sabato 15 e domenica 16 novembre, si è tenuto a San Giorgio a Cremano il Festival Nazionale di corti teatrali per nuove drammaturgie, rassegna che per questo è stata simpaticamente battezzata: ‘O Curt. Quindici compagnie provenienti da diverse regioni italiane si sono esibite al Centro Teatro Spazio presentando il proprio lavoro e partecipando ad un concorso che gli stessi organizzatori preferiscono chiamare “confronto”, per sottolineare il clima di accoglienza e condivisione artistica. La selezione delle compagnie da premiare è stata affidata ad una giuria di qualità presieduta dall’attore Sergio Solli e composta dal regista Maurizio Tieri, il musicista Alessandro Liccardo, l’attrice Marina Billwiller, la giornalista Emma Di Lorenzo, Pasquale Ferro, autore, e il patrono della rassegna Vincenzo Borrelli. Ma si è voluto dare spazio anche ad una giuria popolare, composta dal pubblico presente in sala, che ha potuto contribuire dando un voto da 1 a 5 ad ogni corto, contrassegnandolo su un’apposita scheda consegnata all’inizio dell’evento. Alla fine della seconda serata, a cui è intervenuto anche l’Assessore alle Politiche Sociali Michele Carbone, i premi assegnati sono stati: nella categoria Miglior Corto Paolo Borsellino l’ultimo istante – Storia di un giudice italiano della compagnia TeatrAzione e magazzini di fine millennio con Igor Canto, Alessandra Ranucci, Cristina Recupito (testo, drammaturgia e regia di Igor Canto e Cristina Recupito). Secondo posto e premio per la Miglior Regia a Massimiliano Cutrera per Duello in casa de’ bisognosi di Massimiliano Cutrera con Domiziana Loiacono, Fiorenzo Lo Presti, Giuseppe Pedone, Davide Mattei. Miglior interprete è stata Federica Palo per Grigio, scritto e diretto da Raffaele Bruno. A Grigio va anche il premio per la Miglior Colonna Sonora. Il premio per la Miglior Drammaturgia va a Il ritorno di Giesù, di e con Michele Palmiero. La chiusura della rassegna è stata affidata a Vincenzo Borrelli, Direttore Artistico dell’evento e responsabile del Centro Teatro Spazio. Ancora una volta si è tenuto a precisare la natura puramente simbolica di un concorso che di competitivo ha ben poco, laddove il fine ultimo è sostenere l’attività teatrale sotto ogni sua forma, la promozione delle nuove espressioni giovanili e l’apertura alle novità. La speranza e allo stesso tempo la volontà, è quella di riportare San Giorgio a Cremano, che ha già alle spalle una radicata storia teatrale, al ruolo di fucina del teatro e focolare di modernità. Si ricorda che lo spettacolo vincitore sarà presentato in versione estesa nella stagione 2015-2016 del Centro Teatro Spazio. O’ Curt : il Festival Nazionale di corti teatrali

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Culturalmente

Napoli Cabaret Festival, “Si… pariando”

É stata un’apertura davvero spumeggiante quella del Napoli Cabaret Festival. Giovedì 17 luglio lo spettacolo “Sì… pariando!” ha inaugurato la kermesse estiva dedicata alla comicità che quest’anno festeggia la sua quattordicesima edizione. Il Festival, che si articola in tre serate, vuole essere un momento di divertimento ma anche di ispirazione e confronto tra gli ospiti, nazionali ed internazionali, che intervengono per mettere al servizio del pubblico il loro umorismo le loro personali doti teatrali. Grandi nomi, sì, ma soprattutto esordienti e giovani, perché il Napoli Cabaret Festival è anche un banco di prova e, con un po’ di fortuna, un trampolino di lancio per molti di loro. La stessa Maria Bolignano, giovedì in veste di presentatrice, ha dichiarato nel corso della serata di aver mosso i primi passi della sua carriera al Festival. Diciotto sono stati gli artisti provenienti dal laboratorio del Teatro Tam che si sono esibiti giovedì sera portando novità e tanta originalità. Alle nuove generazioni si sono alternate figure ormai consolidate della comicità campana: Gino Fastidio, con la sua chitarra “rosatronica” e tanta sana improvvisazione, e gli Arteteca, con la loro parodia di una coppia trash alle prese con la modernità. Ma il vero dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, è stata l’esibizione del grande circense David Larible. È un onore poterlo vantare tra le eccellenze del nostro paese: lui, veronese di nascita, di internazionale ha la fama di una lunga e acclamata carriera. Clown, musicista, cantante, ha entusiasmato tutto il pubblico interagendo con esso fino a coinvolgere grandi e piccini portandoli sul palco e rendendoli parte integrante dello spettacolo. Alle sue parole è stata affidata anche la chiusura della serata: dopo un omaggio affettuoso alla città di Napoli ha lanciato un appello sull’importanza di supportare le esibizioni dal vivo, capaci di creare un’atmosfera e una magia singolari, impossibili da ottenere con altri mezzi. “Un paese che non ha cultura non ha futuro”, con questa frase, che al giorno d’oggi diventa sempre meno scontata, David Larible ha salutato il pubblico. Il teatro, in ogni sua forma, è una parte fondamentale della nostra tradizione e della nostra storia, a noi il compito di sostenerlo e promuoverlo, anche attraverso rassegne come Napoli Cabaret Festival. Napoli Cabaret Festival – PHOTOGALLERY

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Attualità

Un pensiero per Salvatore Giordano

Quando si pensa a Via Toledo, si pensa alla lunga strada che da Piazza Dante porta a Piazza Trieste e Trento verso il mare, alle coppie che camminano mano nella mano, agli impiegati che corrono verso gli uffici, ai gruppi di ragazzi che passeggiano spensierati. Quando si pensa a Via Toledo, si pensa ai negozi, alle vetrine, agli artisti di strada, ai caffè, ai teatri, alla poesia, come accade da più di un secolo. Quando si pensa a Via Toledo, si pensa a tutto tranne che alla morte. Salvatore Giordano era un ragazzo di appena quattordici anni che si era recato in centro con gli amici per una passeggiata.  Sabato 5 luglio si trovava nei pressi della Galleria Umberto I quando, proprio per salvare i suoi compagni, si è fatto travolgere da un pezzo di cornicione che non gli ha lasciato scampo. A volte si ha la sensazione  che tutto ciò che viene detto e scritto in seguito ad eventi del genere lasci il tempo che trova. La trafila è sempre la stessa: “l’amministrazione si stringe attorno al dolore della famiglia”, “le autorità faranno luce sulle responsabilità”… e pagine che si riempiono. Un scuola che crolla, una strada che sprofonda, delle impalcature che cedono: parole sempre uguali per episodi sempre diversi in cui la sicurezza è latitante. Le chiamano morti inaccettabili, ma di inaccettabile c’è solo la condotta di chi lascia in stato di abbandono le strutture e il patrimonio artistico del paese. Già, perché la Galleria è prima di tutto un’opera d’arte, ma forse si pensa che parlando di degrado del patrimonio artistico si faccia riferimento solo a Pompei, che, d’altronde, nei confini del sito può continuare a marcire senza dare fastidio a nessuno. Di fronte a quest’ennesima disgrazia, che nulla ha in comune con la fatalità, le parole cedono. Perché Salvatore fosse lì, a quale ospedale sia stato portato dopo l’incidente, le condizioni cliniche che l’hanno portato a spegnersi, se la manutenzione della facciata spettasse ad un ente pubblico o a un privato, tutto ciò perde importanza. Ciò che conta è che un ragazzo con più coraggio che anni sulle spalle abbia lasciato la propria vita sul ciglio di una giornata spensierata per la negligenza altrui. Oggi, invece di puntare il dito su chi o cosa in un gioco di altalene senza fine, è doveroso unirsi al dolore della famiglia Giordano e riflettere su una città che, forse, vive di nulla senza saperlo. – Un pensiero per Salvatore Giordano –

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Culturalmente

Quattro Rose e un Tulipano

Il 17 e il 18 maggio, al teatro Metropolitan di S. Anastasia, è andata in scena la commedia brillante in due atti Quattro Rose e un Tulipano. A darci il benvenuto sulla scena è una coppia consolidata della comicità: marito e moglie. Adolfo e Susanna passano il loro tempo a rimbeccarsi sui difetti e le debolezze dell’altro, se non fosse che, a farli discutere, non sono soltanto le classiche scaramucce domestiche, ma un modo completamente opposto di rapportarsi ai tempi moderni. Lui, baluardo di una mentalità retrograda e di tutto ciò che considera “normale”, non nasconde la sua avversione verso il tema dell’omosessualità. Lei, imprenditrice e donna in carriera,  in equilibrio perfetto tra la lavoratrice e la padrona di casa,  sembra soffrire di un’ostilità analoga per la religione. Susanna, per premiare i suoi due migliori dipendenti, li invita nella villa di famiglia insieme ai rispettivi compagni, consapevole delle loro tendenze omosessuali. La convivenza col marito-conservatore verrà subito messa a dura prova e la situazione si complica quando giunge la notizia che per cena si unirà a loro un pio monsignore, amico di quest’ultimo. Lo spettatore segue il processo di maturazione dei due coniugi che, attraverso il ragionamento, li condurrà a sradicare ogni pregiudizio, nell’uno e nell’altro senso, fino ad arrivare al consueto lieto fine. Una commedia dal taglio realistico in cui il monsignore, figura centrale che porterà allo scioglimento della trama, rispecchia l’orientamento più recente dell’attuale pontefice: non sembra approvare la possibilità di un riconoscimento formale per le coppie omosessuali, tuttavia esorta al dialogo, lanciando un messaggio di apertura da parte del mondo ecclesiastico. Massimo e Domenico Canzano hanno debuttato con il loro nuovo spettacolo proprio in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, dando il loro contributo artistico ad una data che al giorno d’oggi assume un significato crescente e si carica di obiettivi importanti per il futuro. Lungi dall’entrare nel merito di accesi dibattiti sociali, la cui sede è in ben altri teatri, la Compagnia Teatrale Megadera si propone di regalare al pubblico un paio d’ore di spassosa comicità unite ad uno spunto riflessivo. Quattro Rose e un Tulipano

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Culturalmente

La Mostra d’Oltremare apre le porte al Comicon 2014

Se la mattina del primo maggio, passando nei pressi di Fuorigrotta, vi siete sorpresi per l’insolito traffico, per grandi comitive che si muovevano in direzione di Viale Marconi, per gli autobus stracolmi che alla fermata di Piazzale Tecchio sfornavano orde di adolescenti stranamente attivi agli albori di un giorno festivo, e se, giunti davanti all’ingresso della Mostra d’Oltremare, vi siete stupiti per la moltitudine indefinita di teste che andavano ad ingrossare file chilometriche, probabilmente questo articolo risponderà parzialmente ai vostri interrogativi. Il motivo di tale mobilitazione è il Comicon, una fiera annuale che si tiene a Napoli da sedici anni, ma non ancora conosciuta da tutti. Si potrebbe dire che il Comicon è semplicemente il Salone Internazionale del Fumetto, ma anche i meno fanatici sanno che è molto di più. Ai tempi di Castel Sant’Elmo (per diversi anni, infatti, è stata questa la location adibita ad accogliere l’evento) la fiera ospitava stand dove acquistare fumetti e gadgets, e le esposizioni artistiche dei disegnatori. Col tempo ha ricevuto sempre più consensi, specialmente tra i giovanissimi (ma non solo), e pian piano ha allargato i propri orizzonti fino ad abbracciare altre forme di intrattenimento come videogames, cartoni animati, serie televisive, saghe cinematografiche e giochi da tavolo. Anche il numero dei visitatori è cresciuto in modo esponenziale nel corso degli anni: è questo, infatti, che ha determinato il progressivo spostamento della fiera da Castel Sant’Elmo alla Mostra d’Oltremare. Non soltanto amanti del fumetto, insomma. C’è chi è appassionato, chi è spinto dalla curiosità, chi viene trascinato dagli amici, chi vuole trascorrere una giornata diversa, e chi crede di ritrovarsi in un secondo carnevale dell’anno. Già, perchè il Comicon è anche l’occasione per travestirsi dai propri idoli in due dimensioni e gareggiare per il miglior costume o farsi investire dai numerosi flash di tutte le persone che vorranno farsi ritrarre insieme al personaggio di cui si vestono i panni. Non solo eroi della Marvel, personaggi della Disney o degli anime, qualcuno si diverte ad indossare costumi bizzarri (una bottiglia di Jack Daniel’s e una doccia lo sono senz’altro), a vestirsi da protagonisti della musica e del cinema (troverete i Green Day insieme ad Alex DeLarge di Arancia Meccanica) o a mostrare cartelli dalle frasi provocatorie. Alla fiera si possono incontrare anche illustratori e fumettisti, ma anche personaggi del mondo della rete apparentemente non collegati al fumetto. Anche in questo il Comicon interpreta ed asseconda le esigenze del pubblico cybernauta, aprendosi ad una piattaforma come YouTube ed ospitando famosissimi YouTubers come The Jackal e i Nirkiop, vere e proprie icone per i giovani. Non è difficile immaginare che un allargamento notevole dell’utenza ha portato con sè qualche problema di gestione e di sicurezza e le lamentele di qualche fan spocchioso nei confronti dei “profani” che si accostano alla manifestazione senza particolari competenze settoriali. Aldilà di queste rivendicazioni, che fanno un po’ sorridere, e dei problemi d’ordine che si verificano in qualsiasi situazione che coinvolga migliaia di persone, il Comicon si trasforma sempre più in un’istituzione della […]

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Culturalmente

Chocoland: la terra dei golosi

Questa settimana, in Via Partenope, fa tappa uno degli eventi più “dolci” dell’anno, Chocoland. Cioccolatai da tutta Italia si sono radunati in uno dei punti più suggestivi e simbolici della nostra città per deliziare i napoletani con le loro creazioni. Ed è certamente il periodo migliore per l’allestimento della fiera: l’aria di primavera, le calde giornate, il panorama, la prossimità alle feste pasquali contribuiscono a rendere speciale questa manifestazione. Un vero paradiso dei sensi per i golosi, o semplicemente i curiosi, che si trovano a passeggiare per il lungomare di Napoli, prestando gli occhi ad un orizzonte cristallino e il naso al dolce aroma di cacao che si propaga nell’aria. Passeggiando lungo gli stand, è possibile ammirare ogni sorta di prelibatezza: cioccolatini dai gusti più vari, praline di ogni forma e misura, torroni, tartufi e cascate di cioccolato in cui immergere delle cialde o delle fragole di stagione. E se tutto ciò non fosse bastato a farvi venire l’acquolina in bocca, ci pensa Magno con le sue graffette a risvegliare l’appetito. Ogni giorno, infatti, dalle 17.00 alle 18.00, la pizzeria Magno apre le porte del proprio locale per una degustazione di graffette al cioccolato e al cioccolato bianco, allestendo, internamente, un buffet al quale sono tutti invitati. Protagonista, insieme al cioccolato, di questa manifestazione è senza dubbio il Royal Continental Hotel, che nel corso della settimana ospita numerosi eventi ed attività gratuite come il corso pratico “ABCioccolato” e “ABCake Designer” a cura del Club Pasticcieri Italiani e il corso di Cake Designer modelling tenuto da Dalila Duello. Tra gli eventi spicca la mostra “Archeodulcis”, che è possibile visitare proprio al Royal Continental Hotel, durante tutto il periodo della fiera, dalle 10.00 alle 19.00. Come suggerito dal nome, la mostra vuole valorizzare l’archeologia attraverso l’abilità di veri e propri artisti pasticcieri che hanno riprodotto fedelmente circa una trentina di reperti archeologici provenienti dall’area vesuviana. Le opere, realizzate in pastigliaccio (una particolare miscela di zucchero, acqua e gelatina) e curate nei minimi dettagli, colpiscono per la perfetta aderenza agli originali. Chocoland è un’occasione perfetta per trascorrere una giornata all’aria aperta (è proprio il caso di dirlo) con gusto! Il programma dettagliato degli eventi si può trovare alla pagina Facebook di Chocoland.   Chocoland: la terra dei golosi

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Interviste emergenti

Isole Minori Settime: la voce dei giovani

Isole Minori Settime, la nostra intervista   Tre giovani artisti si incontrano in una serata qualsiasi e decidono di suonare insieme: senza saperlo stavano dando vita a quello che poi sarebbe diventato il progetto delle Isole Minori Settime, un nome tanto bizzarro quanto ricco di significato per i tre cantautori che l’hanno coniato. Lorenzo Campese (voce e tastiera), Alessandro Freschi (chitarra e ukulele), Enzo Colursi (voce e pianoforte), uniscono ispirazione e tecnica per raccontare delle storie attraverso la lucidità di una prospettiva matura e la sensibilità di un cuore giovane. Il gruppo, che più recentemente si è allargato al batterista Alessandro Bellomo e al bassista Alberto Savarese, ha trovato nel centro storico di Napoli un luogo di ispirazione e il trampolino per le sue esibizioni, che rifuggono da un rapporto sterile col pubblico. Li abbiamo incontrati per rivolgergli alcune domande alle quali hanno gentilmente risposto. Isole Minori Settime, come vi siete conosciuti e com’è nata l’idea del gruppo. Ci siamo conosciuti alla “Notte dei cantautori”, un appuntamento fisso che si tiene al Vomero. L’idea di suonare insieme è partita da Lorenzo Campese, successivamente abbiamo cominciato a provare e poi a fare serate. C’è da dire che in un gruppo il cantautore è un po’ primadonna, ecco, noi siamo tre primedonne, e, di conseguenza, tre personalità molto diverse, per cui il nostro, prima di essere un gruppo, è principalmente una collaborazione, un progetto, il frutto di una bella atmosfera che c’è qui a Napoli. In centro, infatti, e in alcuni locali più nascosti, c’è la possibilità di incontrare altri artisti, non solo facendo la serata nello stesso posto, ma condividendo il palcoscenico e suonando insieme. Si crea, quindi, un’atmosfera di condivisione e di confronto che diventa un terreno fertilissimo per la nascita di situazioni come la nostra. In cosa consiste la vostra diversità? Noi abbiamo radici ed influenze musicali differenti e la nostra diversità emerge, oltre che dalle nostre qualità vocali, anche dal nostro modo di interpretare i brani. La diversità è forse il punto forte delle “Isole Minori Settime”, ognuno di noi ha la propria abilità ma insieme diventiamo qualcosa di originale. Attualmente non abbiamo un pezzo scritto insieme ma abbiamo subito cercato di trovare un suono comune unendo le canzoni dei nostri repertori precedenti. Canzoni di origini diverse che abbiamo cercato di rendere omogenee dal punto di vista tematico e musicale. Sulla vostra pagina Facebook avete scritto: “Isole Minori Settime è una scatola piena di cose piccole e dimenticate”. Cosa vuol dire? Per noi le isole incarnano il concetto di emarginazione, in una realtà in cui ognuno è emarginato a modo proprio all’interno di un arcipelago infinito. Le isole, dunque, rappresentano tutto ciò che ci succede, che vediamo , che accade intorno a noi, e a cui non viene data la giusta attenzione, insomma, quelle piccole grandi cose su cui di solito non si scrive. Noi raccontiamo, ognuno col proprio linguaggio, delle storie che possono essere bizzarre, tristi, ironiche, romantiche, ma che si configurano sempre come le macerie, ciò che resta […]

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Culturalmente

Tableaux Vivants, Caravaggio al Museo Diocesano

Nell’originale cornice del Museo Diocesano di Napoli, sito in Largo Donnaregina, si tiene, in questi mesi, uno spettacolo non inedito per il pubblico napoletano ma che riscuote sempre un maggiore successo. “La conversione di un Cavallo” non si propone di mettere in scena un testo drammatico, bensì le immortali opere di Michelangelo Merisi, meglio noto come Caravaggio. La tecnica utilizzata è quella dei tableaux vivants (dal francese, “immagini viventi”) ovvero figurazioni statiche, ricostruite da attori o modelli, che imitano famosi dipinti del passato. Un obiettivo tutt’altro semplice che un gruppo di artisti, sotto la regia di Ludovica Rambelli, raggiunge con apparente naturalezza grazie all’ausilio di pochi oggetti di scena ed alcune stoffe drappeggiate. Gli attori (Andrea Fersula, Serena Ferone, Ivano Ilardi, Laura Lisanti, Chiara Kija, Paolo Salvatore, Claudio Pisani) sono abilissimi nel maneggiare le stoffe che, secondo l’occorrenza, diventano abiti, parte della scenografia o sfondo. I cambi si presentano come parte integrante dello spettacolo facendo sì che preparazione ed azione si fondino armoniosamente. Questa ricercata essenzialità mette in primo piano l’espressività degli attori e la luce, proveniente da un’unica fonte posta in un punto strategico, annulla l’imponente contorno barocco della chiesa di Donnaregina e fissa l’attenzione dello spettatore sul pathos della scena. La fluida successione di cambi di scena è accompagnata dalle melodie di Mozart, Bach, Vivaldi e Sibelius, saggiamente selezionate per amplificare la tensione emotiva delle immagini ricostruite. Opere come “La deposizione”, “La cattura di Cristo”, “Giuditta e Oloferne”, abbattono i confini della tela per irrompere con realismo sotto gli occhi degli spettatori che hanno la possibilità di fruire del genio di Caravaggio sotto una nuova prospettiva. Trenta minuti in cui arte, musica e recitazione si mescolano coerentemente per dare vita ad alcune delle immagini più incisive della pittura italiana. Lo spettacolo si terrà ancora al Museo Diocesano dalle 10.30 alle 13.30 nei giorni 16 Marzo, 13 Aprile, 11 Maggio, 22 Giugno. Il biglietto comprende anche la visita al Museo. Hai letto: Tableaux Vivants, Caravaggio al Museo Diocesano

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Culturalmente

Il teatro a luci rosse: Dignità Autonome di Prostituzione

Si ha la sensazione che non sarà uno spettacolo come gli altri ancora prima di entrare: il teatro si è vestito di rosso e le sue luci si intonano all’atmosfera di ogni quartiere del piacere che si rispetti. Il pubblico non si accomoderà in posti assegnati, ma, come in una vera e propria casa di tolleranza, aspetterà che arrivino le “cocottes” in un salottino d’altri tempi, tra divanetti, candelabri, stampe e un pianoforte solitario. Così comincia lo spettacolo, nel momento in cui il pianoforte prende vita sotto le abili dita di una pianista in abiti succinti. Una musica soave, che nei bordelli non poteva mancare per la sua capacità di risvegliare appetiti intimi e recondite fantasie, pungola qui la curiosità dello spettatore e risveglia il desiderio per l’arte teatrale. Quando, in un secondo momento, si approda alla platea, si assiste ad un prologo che si apparta da una semplice introduzione. Il pubblico prende contatto con l’essenza, il cuore pulsante che motiva e tiene in vita tutto lo spettacolo: la denuncia contro uno Stato che, venendo meno ai più saldi principi della propria Costituzione, ignora il preciso dovere di sostenere e promuovere le attività culturali nel proprio paese. Una denuncia vibrante, come la voce degli artisti che, dai palchi, declamano i propri diritti e la propria volontà di espressione, sfociata nella metaforica scelta di prostituirsi, ma in modo dignitoso, pulito. Successivamente si fa la conoscenza con gli attori che spiegheranno le regole del “bordello dell’Arte“. Ogni spettatore, come un cliente, potrà scegliere la propria “prostituta” o “prostituto” tra gli attori e contrattare sul prezzo della prestazione che pagherà con i “dollarini”, una moneta simbolica fornita all’inizio della serata ai botteghini. La prostituta condurrà poi il cliente nella sua camera (che si troverà in una qualsiasi zona del teatro, da uno scantinato ad un bagno, dall’esterno alle quinte) dove la prestazione consisterà in un monologo tra i dieci e i quindici minuti. Ogni camera è una storia, ogni storia regala un’emozione. Si passa da momenti di spassosa comicità ad altri di estrema tensione e la sensibilità dello spettatore è piegata a cogliere ogni sfumatura della realtà. Gli attori dispenseranno la propria “pillola di piacere”, come essi stessi la chiamano. E il teatro, come l’arte, è un piacere che non si esaurisce in un orgasmo. Uno spettacolo che non è mai uguale a se stesso, in cui il palcoscenico non ha confini e in cui gli attori stabiliscono un contatto diretto e coinvolgente con tutti. Prostitute e clienti si riuniscono ancora una volta in platea per la chiusura, il confine tra realtà e finzione si assottiglia incredibilmente e il Bellini si trasforma in una grande balera, in un tripudio di luci, colori, danze e musica, che ci ricorda che il teatro è soprattutto allegria. La serata sembra non finire mai, non c’è un sipario che si apre o si chiude, e quando si vedono gli attori sparire dietro l’imponente velluto a frange e dentro si prova il rammarico per qualcosa che è finito controvoglia, ecco che li […]

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