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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival: al via la dodicesima edizione

Il Napoli teatro festival Italia è alle porte e, quest’anno, promette una dodicesima edizione sorprendente. Ruggero Cappuccio, confermato per la terza volta direttore artistico dell’evento, ha preannunciato l’inizio dell’ormai consolidata manifestazione che partirà a giugno, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival guidata da Alessandro Barbano con il sostegno della Regione Campania. Il nuovo assetto del Ntf è stato presentato in conferenza stampa giovedì 14 marzo nel magnifico Teatrino di Corte del Palazzo Reale, gremito di giornalisti, curiosi e addetti ai lavori. Quest’anno sono 12 le sezioni nelle quali si suddivideranno i 29 eventi internazionali , tra cui 19 prime in Italia tra prosa e danza e 44 prime di spettacoli italiani. Dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Dall’8 al 14 luglio 40 location d’eccezione tra Napoli, Salerno, Benevento, Baia, Amalfi, Carditello, Mercogliano e Pietralcina ospiteranno un susseguirsi di 150 eventi per ben 37 giorni di programmazione, con spettacoli che spaziano dal teatro alla danza, dalla letteratura alla musica, dal cinema alla video-performance passando per mostre e laboratori volti a coinvolgere un pubblico vastissimo, compreso quello giovanile, grazie ad una nuova sezione tutta dedicata al Teatro Ragazzi. Sono tantissime le iniziative e i progetti inscritti all’interno del grande palcoscenico multidisciplinare del Napoli Teatro Festival,e altrettanti gli organi e le associazioni coinvolte: non solo gli Istituti di cultura, come l’Institut Français, il Goethe Institut, il Cervantes e il British Council, ma anche Festival Internazionali di rilevanza mondiale e collaborazioni con le Università del Territorio. Tra i vari progetti troviamo un’importante collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il Ntf  con il progetto Pina Baush, che verrà presentato il prossimo autunno al Madre e lo speciale Pompei Theatrum Mundi, organizzato da Teatro Stabile di Napoli e Fondazione Campania dei Festival, che porteranno quattro prime nazionali nella meravigliosa scenografia senza tempo del Teatro Grande di Pompei. Un Festival aperto all’innovazione e alla contaminazione Insomma, si prevede un’edizione molto ricca ed eterogenea, rivolta soprattutto all’ “inclusione” non solo intesa come apertura a nuove contaminazioni internazionali e a discipline diverse, ma anche come volontà di abbracciare un pubblico possibilmente vasto e variegato, non solo la solita élite che può permettersi di essere fruitrice della cultura: le nuove politiche del Ntf, rivolte alla crescita sociale e culturale, promuovono infatti prezzi popolari e una partecipazione attiva dei giovani. Impossibile, invece, individuare un tema o un filo conduttore che unisca gli eventi e gli spettacoli, come sottolineato da Ruggero Cappuccio: “costringere gli artisti a sviluppare le proprie idee e i propri lavori attorno a un tema unico ci sembra una costrizione, nonché uno svilire il concetto stesso di arte”. Ben venga quindi la sperimentazione, l’innovazione, la cooperazione tra enti e associazioni diverse, il confronto con artisti internazionali che provengono dall’Europa, dalla Cina, dal Medio Oriente e da ogni angolo del mondo, apportando un respiro multiculturale e transnazionale ad un evento che è un fiore all’occhiello del nostro Paese, ma soprattutto della città di Napoli, che investe soldi, idee e talenti in cultura, nel senso più alto del […]

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Food

Ristorante pizzeria Bellini, pizza e linguine al cartoccio dal 1946

Siamo a via Costantinopoli, cuore del centro antico napoletano a due passi da Piazza Bellini, luogo ricco di fascino da cui ebbe origine la Neapolis greca. Il ristorante pizzeria Bellini, che ci ha accolti calorosamente per la presentazione e degustazione delle sue specialità, ha sede qui, in un luogo che, già di per sé, potrebbe essere considerato “storia”. Ristorante pizzeria Bellini: sapori e atmosfere di un tempo Questo piccolo ristorante, attivo dal 1946, di storia a sua volta ne ha vista tanta dai grandi balconi che si affacciano sul caos vivace di Port’Alba (come testimoniano le numerose foto d’epoca appese alle pareti del locale) e di sicuro tanti passanti avranno potuto sentire i profumi provenienti dalle sue cucine. Il Ristorante pizzeria Bellini rappresenta in effetti una testimonianza storica importante, è nato assieme alla rinascita di una città devastata dalla guerra e ha portato avanti le tradizioni culinarie partenopee che oggi rivivono grazie a Gennaro Tommasino, titolare del ristorante e erede dei segreti tramandati per tre generazioni dalle mani sapienti della sua famiglia. Lo incontriamo nel suo locale luminoso, totalmente rinnovato, che ci viene mostrato con l’orgoglio di chi ha un vero tesoro tra le mani. Nonostante questa ventata di freschezza e modernità, al Bellini l’innovazione non è mai distante dal passato: come spiega Tommasino, infatti, l’ingrediente principale della sua cucina è la tradizione, arricchita dallo studio di nuove ricette, l’abbinamento di sapori autentici e, soprattutto, l’utilizzo di prodotti di qualità. Uno studio innovativo della tradizione Si parte dalla pizza, fiore all’occhiello della cucina napoletana, dalla margherita più classica a quella rivisitata al ragù, fino alle deliziose linguine al cartoccio accompagnate da un buon vino bianco, preparate secondo un’antica ricetta di famiglia. Il segreto di questo piatto, come spiega Gennaro ai giornalisti in sala, non può essere svelato del tutto, se no “che segreto è?” ci confessa divertito. In buona parte, ciò che differenzia questo piatto dagli altri, è il tipo di carta utilizzato, totalmente bio e adatto a creare un’amalgama di aromi e sapori. Pomodorini del Piennolo, datterini, ciliegini, mozzarella di bufala, ricotta, crema di broccoli, questi sono solo alcuni degli ingredienti genuini e a km 0 utilizzati nelle cucine del ristorante Bellini: il risultato è un menù sorprendentemente variegato che conserva i sapori e gli odori di un tempo. Oltre a guardare al passato e alla tradizione locale, Il Ristorante pizzeria Bellini è anche al centro del nostro tempo e, in un mondo ormai interconnesso e globalizzato, si è fatto promotore di un’iniziativa che include Napoli in un circuito gastronomico internazionale, senza però dimenticare le peculiarità legate al territorio: Gennaro Tommasino è infatti membro dell’associazione “La piccola Napoli” , nata nel 2016 come gruppo aperto sul web, divenuta poi un insieme di tabelle associative che uniscono pizzaioli, pasticceri e cuochi provenienti da tutto il mondo. Il gruppo Piccola Napoli è inoltre detentore di ben due guinnes world records, quello della pizza fritta più grande del mondo e la produzione di oltre 10.000 pizze.

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Teatro

Ramona Tripodi e Marco Messina: Paradiso Mancato

Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina in scena al TIN: la nostra recensione Paradiso Mancato è il titolo dell’opera teatrale scritta a quattro mani da Ramona Tripodi e Marco Messina (responsabile della drammaturgia sonora) con Marco Palumbo, Adriana D’Agostino, e Raffaele Ausiello (in videoproiezione).  Lo spettacolo, autoprodotto da Inbilico Teatro in collaborazione con l’Asilo, è andato in scena sabato 3 e domenica 4 febbraio al TIN di Napoli, il Teatro Instabile fondato da Michele Del Grosso. L’elogio della dannazione In scena, nella penombra del palcoscenico del piccolo Teatro Instabile (location perfetta per creare le suggestioni dell’inferno dantesco), solo un grande letto posto al centro e un musicista taciturno ai comandi elettronici. Siamo nell’altro mondo, precisamente all’Inferno: è da qui che comincia un viaggio conosciuto ai più, quello del poeta Dante che, guidato da Virgilio e mosso dalla ricerca di Madonna Conoscenza, intraprenderà un percorso negli abissi della perdizione morale e intellettuale tra le anime del secondo cerchio, quello dei lussuriosi, presieduto dal demone Minosse. Ma quella di Ramona Tripodi e Marco Messina non è una messa in scena della Divina Commedia, né tanto meno un’esaltazione delle virtù umane e dell’amore: al contrario, è un elogio della dannazione che ha come protagonista un Dante insolito ed eccentrico, con cappello e cappotto di pelliccia. Un punto di vista diverso, quello della regista Ramona Tripodi, che pone il focus sulla dannazione dell’anima che brucia per passione (o forse per amore?) o, ancor peggio, per l’assenza di entrambi. Protagonisti di questo amore mancato, non possono che essere loro, Paolo e Francesca, personaggi chiave del V canto dell’Inferno di Dante, condannati ad essere travolti in eterno da una bufera incessante. L’Inferno o Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina Ma nel Paradiso Mancato, la pena dei due amanti è forse ancora più terribile di quella inflitta dall’Inferno dantesco: Paolo e Francesca giacciono nello stesso letto, ma l’uno non c’è per l’altra, non si possono vedere né toccare, sentono solo le proprie voci riecheggiare nelle tenebre della casa di Minosse, colui che vede e conosce tutto, il burattinaio infernale che manovra i vivi e i morti. E proprio Dante, vivo tra i morti, è il veicolo attraverso il quale Minosse gioca tra realtà e illusioni, ponendo tutti i personaggi di fronte alla proiezione di se stessi o a ciò che essi credono reale. In questo, anche Beatrice, musa e ispiratrice di Dante, avrà un ruolo centrale: sarà lei a guidare il cammino interiore del Poeta, alla ricerca della verità. L’intera trama è giocata su una doppia vicenda: da un lato Dante, spinto dall’amor cortese per Beatrice, che compie un cammino di redenzione alla ricerca della conoscenza; dall’altro Francesca e Paolo, condannati a scontare la pena per non essere riusciti a resistere alle tentazioni della carne. Il letto posto al centro della scena è la prigione oscura dei due amanti, il luogo in cui si consuma la punizione di Francesca, in preda a una sofferenza senza fine nella quale non può fare a meno di dannarsi […]

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Riflessioni culturali

Berberi e linguistica. Etimologia, identità e caffè

Berberi, derivazione e storia del termine Berberi. Mustafa mi guarda dritto negli occhi e, posata la tazzina con il caffè ancora caldo, sorride in modo beffardo pronunciando un sotteso “loro sono Amazigh. Chi si definisce berbero non conosce la sua storia”. A volte, le cose che abbiamo a portata di mano, quelle che l’essere umano nomina con un processo cognitivo e linguistico automatico, sembrano talmente banali e scontate da perdere il loro significato. Un illustre professore dell’Università di Cagliari, linguista per professione e vocazione, diceva sempre che, come sosteneva anche Lévi-Strauss, “nominare è classificare, è creare categorie, prendere una posizione”. Quel giorno, le parole di Mustafa mi avevano riportato a quella dimensione metalinguistica per la quale l’uomo ha la facoltà di riflettere su ciò che dice, di studiare la lingua, analizzarne i discorsi e le singole parole. In quel momento, la parola “berbero” (come tutte quelle parole che noi usiamo in modo automatico e per convenzione) nascondeva in realtà un grande equivoco e, quel semplice discorso davanti ad un (napoletanissimo) caffé tra una sarda e un marocchino, aveva sollevato una questione tutt’altro che scontata. Capitava spesso che, durante la pausa pranzo, io e Mustafa parlassimo del più e del meno, di cose ordinarie che accomunano due persone durante una giornata di lavoro. “Tu hai i lineamenti del Mediterraneo!”, mi diceva. Il Mediterraneo. Mi è sempre piaciuta l’idea di questo spazio transculturale che conserva una fratellanza ancestrale tra popolazioni che oggi si guardano con sospetto, ma che in realtà hanno in comune molte più cose di quanto pensiamo. Berberi: etimologie categorizzanti Ma perché, allora, mettere l’accento su una differenza irrilevante come quella tra “Berbero” e “Amazigh”? In effetti, con quel termine, gli invasori avevano definito quelli come un popolo berbero in contrapposizione a loro stessi. Il nome deriva infatti dal termine francese berbère, a sua volta derivato dall’arabo barbar, il quale, probabilmente, corrisponde alla parola greco-romana barbaro, ovvero colui che non parla latino o greco. Questa popolazione molto numerosa stanziata nell’Africa settentrionale, tra il Sahara occidentale e la Libia, si differenzia storicamente e culturalmente anche dagli Arabi, che vivono nelle stesse zone a partire dal VII secolo d.C. I Berberi non hanno mai vissuto in un loro Stato unitario, ma sono stati governati da diversi regni e imperi, divisi in tribù appartenenti a diversi contesti nazionali. Gli Stati -quelli ufficiali- spesso non riconoscono la loro loro lingua e la loro cultura. Questa è un po’ la storia che accomuna tutti: fin dall’alba dei tempi, il mondo è stato diviso in due parti, quella dei dominatori e quella dei dominati. E io la conosco bene quella storia, so bene che autodefinirsi barbaro o berbero fa poca differenza, io che nomino spesso la zona interna e montuosa della mia isola chiamata “Barbagia”, luogo impervio e inaccessibile, difficile da conquistare anche per i predatori più feroci, i Romani. I sardi barbaricini, come i berberi, si definiscono in un modo in cui per primi sono stati definiti da altri, e così sarà sempre, perché la storia, la toponomastica, le […]

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Riflessioni culturali

Urban poetry e un breve glossario antropo-urbano

Dinamismo: è il motore che genera e rigenera la vita della città. L’evoluzione continua e la ricerca di benessere è stata la molla che ha fatto scattare la trasformazione delle prime città, da piccoli centri agricoli e commerciali a metropoli moderne e industrializzate. Si costruiscono e demoliscono edifici continuamente, si creano spazi di aggregazione, servizi, centri finanziari e ricreativi. Non è forse ciò che fa anche l’essere umano? Il cambiamento fa parte della sua natura fisica e della sua interiorità, tutto ciò che lo riguarda non è mai statico, perché la vita scorre sempre diversa. Centro: ogni città ha un centro, ma può capitare che talvolta questo non ci sia o addirittura che ce ne siano di diversi nella stessa città. E da qui parte tutto. Spesso sono antichi, “da bene” o degradati; possono essere abitati dalla working class, da emigrati o da coloro che, finti perbenisti, spingono fuori “gli scarti” verso le periferie. Il centro è anche il punto fermo del nostro essere, il luogo dove riponiamo tutte le nostre sicurezze o la percezione fissa che abbiamo di noi stessi. Anche il centro però a volte si modifica, si sbilancia: un esercizio del corpo e della mente. Periferia: le periferie sono i cardini mobili che espandono i confini delle città. Spesso sono non-luoghi abbandonati a se stessi, tristi poesie urbane che somigliano a banlieu o bidonville. Luoghi in cui si rinchiude tutto quello che una città per bene non vorrebbe mai vedere: criminalità, povertà, emarginazione. Anche in ognuno di noi potrebbero esserci delle periferie, dei posti inesplorati, a volte pericolosi o semplicemente pieni di disagio e sofferenza. Lasciarli fuori vuol dire non accettare una parte di noi, seppur meno attraente e destabilizzante. Localizzazione: in una città i servizi, gli svaghi, i luoghi di interesse economico e finanziario o i vari centri culturali non si trovano mai in una posizione casuale, ma sono studiati in base ad esigenze diverse. Allo stesso modo ogni individuo cerca di trovare una collocazione precisa a tutto: pensieri, ricordi, sentimenti, paure. E più distribuiamo in base alla logica, più saremo ordinati e razionali. In questo modo però ci si negherà la sorpresa di lasciarsi andare a un’emozione inaspettata, come quella di trovare una piccola sala da tè dentro a un grande parcheggio tutto fatto di cemento o un albero dietro a un grattacielo. Urbanizzazione: l’urbanizzazione è l’estensione della città, della sua struttura fisica e funzionale. Quando cresce troppo velocemente, si creano degli squilibri che nella maggior parte dei casi portano ad una degenerazione; questa si riflette nelle reti architettoniche e sociali della città. Quando la cementificazione selvaggia prevale sugli spazi verdi di respiro, allora forse sarebbe il caso di liberarsi di tutte quelle strutture che creano palazzi grigi e vuoti. Industrializzazione: ogni città, attraversata dall’ondata di progresso di quella che oggi chiamiamo modernità, richiede un’industrializzazione, una spinta verso i processi di produzione che realizzano e vendono il benessere. Inevitabilmente però producono anche rifiuti materiali e umani. Forse è bene che in noi vi sia una […]

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Culturalmente

“Baffi e violini”. Frammenti di una Napoli Gipsy

Se c’è una città italiana gipsy, quella è Napoli. Gipsy perché nulla è mai statico o fisso, tutto è terribilmente eccessivo, ma estremamente genuino e mai scontato. Non è difficile immaginare uomini baffuti dalle pance prominenti, con violini e fisarmoniche a seguito, sorseggiare del vino (o del caffè) mentre giocano a carte con i simpatici vecchietti partenopei a piazzetta Nilo, o in qualche vicolo del colorato centro storico. Ma lasciando da parte queste immagini pittoresche e folcloristiche (al punto giusto), Napoli, si sa, è una città che ha sposato molte culture,  ma negli ultimi anni ha lasciato che anche l’anima “nomade” penetrasse nella sua cultura, e perché no, nel suo modo di concepire il mondo. Si sono così venuti a creare degli spazi “di mezzo”, dei luoghi immaginari e allo stesso tempo concreti nei quali l’incontro tra culture diverse ha dato vita ad elementi del tutto innovativi e creativi. In questi spazi rientra un po’ tutto: la musica, la cucina, l’arte, la letteratura, le feste, i riti. La musica, che a Napoli è come il pane, è uno di quegli spazi nei quali il mix dà vita a creazioni eccezionali. Esperienze gipsy nella città partenopea Ed è così che esplodono idee culturali e musicali come quelle di ‘O Rom, gipsy band che fonde Italia e Romania già a partire dal nome. L’aggettivo Rom, “zingaro” nella lingua romanì, seguito dall’articolo napoletano è infatti molto più di un appellativo “esotico”: è il termine che rappresenta l’orgogliosa differenziazione del rom dal “gadjo”, il non rom. Rom e non rom, non sono però due entità separate, e la band italo-rumena fondata da Carmine Aniello, attraverso la sua fanfara composta da sonorità balcaniche e dell’Italia Meridionale, ne è la dimostrazione. Da anni i “musicanti” di  O’Rom sfidano il razzismo a suon di bouzuki, fisarmonica e violino.  I suonatori rumeni, assieme agli artisti partenopei, fanno così una pernacchia sonora alle difficoltà della vita e ai pregiudizi che accompagnano da sempre la figura dello zingaro, “brutto, sporco e cattivo”. La musica tzigana, arrivata da oriente, sembra essere dissonante e disordinata, ma è in grado di ricreare suggestioni e immagini colorate e gioiose. Una metafora di Napoli? Forse. Anche Costel Lautaru, proveniente da una generazione secolare di musicisti rom, sa bene cosa sia questa strana “Napoli gipsy”: lui e la sua famiglia sono le avanguardie della musica balcanica a Napoli e qui, assieme ad altri suonatori amanti delle “tziganate”, ha fondato la sua famiglia allargata, che è anche un po’ transnazionale e transmusicale. Il suono gipsy a Napoli è la dimostrazione di come la musica sia un linguaggio universale, e di come sia facile prendere in prestito un po’ della cultura dell’Altro. Questo è anche ciò che fanno i “Quartieri Jazz” di Mario Romano, per esempio, che sperimentano una fusione nata da un ulteriore meticciato, ovvero la lingua e i suoni napoletani con il jazz manouche, genere nato appunto dall’unione del jazz con le sonorità tzigane, che vanno dai balcani, all’Andalusia, e ancora più lontano, al mondo. Il […]

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Attualità

The Wall: I migranti e le “politiche del muro”

“Papà ha attraversato l’oceano Lasciando solo un ricordo, un’istantanea nell’album di famiglia. Papà, che altro mi hai lasciato? Papà, cos’altro hai lasciato per me? Dopo tutto era solo un mattone nel muro Dopo tutto erano solo mattoni nel muro” E mentre nel 1979 i Pink Floyd raccontavano la storia dell’anti-eroe “Pink”, che mattone dopo mattone vedeva costruire intorno a sé il muro della sua prigione interiore, oggi, dopo più di trenta anni, i muri continuano a innalzarsi per lasciare fuori tutto ciò che non è “normale”, “adatto” e “utile” alla società. Certo, Another brick in the wall non aveva molto a che fare con i migranti, ma l’emarginazione, l’esclusione generata da un certo tipo di società è la costante del nostro tempo. L’Europa, si sa, ha fatto dei muri e delle barriere l’assetto principale delle sue politiche migratorie. Già nel 1985, con l’accordo di Schengen, è stata marcata quella frattura tra i Paesi privilegiati dell’Europa (quasi) Unita e quelli che invece stanno oltre i suoi confini. Come molti già sapranno, gli accordi di Schengen si basano sulla costruzione di un’area “protetta”, all’interno della quale le persone (e soprattutto le merci) possono circolare liberamente, mentre le frontiere esterne sono severamente controllate. Si tratta di oltre 50.000 chilometri di barriera immaginaria che si estende per mare e per terra intorno ai Paesi che hanno aderito agli accordi. Lo Schengen, ma anche i successivi Frontex e Triton, sono provvedimenti diversi che negli ultimi decenni sono stati strumento dell’Europa “fortezza”, quella che a due passi dal Mediterraneo “nero”, cerca di difendere i propri confini e gli interessi legati alle sue strutture politiche ed economiche. Il paradosso del muro Le barriere immaginarie, diventano concrete e tangibili in un mondo paradossalmente globalizzato e interconnesso, unito e omogeneo solo quando l’economia, il web o le cannibalizzazioni della cultura di massa, hanno necessità di oltrepassarle. I muri non vengono costruiti solamente per difendere le frontiere europee, ma vengono ormai utilizzati in tutto il mondo per tenere fuori clandestini, richiedenti asilo, rifugiati, “irregolari”, tutti indistintamente rappresentanti di una categoria costruita spesso attraverso stereotipi, pregiudizi e disinformazione. I muri eretti tra Ceuta e Melilla, tra la Grecia e la Turchia, l’Iran e il Pakistan, Israele e Palestina, Stati Uniti e Messico, sono solo alcuni esempi delle barriere che si estendono per migliaia di chilometri e che hanno il compito di separare fazioni politiche e religiose, etnie e culture, impedire il passaggio a tutto quello che è indesiderato e indesiderabile. Vi sono addirittura dei muri la cui costruzione è legata a contenziosi territoriali risalenti all’epoca coloniale, come quello lungo oltre 2000 chilometri tra Pakistan e Afghanistan, o ancora quello irlandese che separa la Belfast cattolica da quella protestante. Ci sono poi quelli costruiti ai fini di impedire attacchi terroristici e altri che fungono da argini contro i traffici di droga, come il muro di Tijuana tra Stati Uniti e Messico. Ogni mattone ammucchiato, ogni metro di filo spinato è visto come una garanzia di sicurezza, la soluzione all’irregolarità e ai pericoli derivanti da quella […]

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Attualità

“Il Nilo a Pompei”. L’Egitto nel mondo romano

Il Mediterraneo nero, quello più oscuro e misterioso, si materializza a due passi da casa. “Il Nilo a Pompei” è il grande progetto  che nasce grazie alla collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La mostra, aperta al pubblico da marzo al 4 settembre a Torino e visitabile a Pompei fino al 2 novembre del 2016, è un affascinante percorso che parte da Alessandria d’Egitto e passa per la greca Delo, fino a giungere in Campania. Pozzuoli, Cuma, Benevento, Pompei ed Ercolano sono i luoghi in cui i culti dell’Antico Egitto si sono sposati con la romanità, fino a fondersi in un sincretismo storico, religioso e culturale nel quale le barriere tra le due sponde del Mediterraneo europeo e africano si toccano, scoprendosi più vicine che mai. La cultura egizia nella Pompei antica: “Il Nilo a Pompei” La cultura egizia ha avuto un’importanza centrale nella formazione dell’Italia romana, per questo il progetto ha come obiettivo l’esposizione di opere e oggetti di rara bellezza, che sono il risultato di un connubio tra reperti egiziani di epoca faraonica e opere appartenenti all’età ellenistico-repubblicana. Le influenze iconografiche delle terre del Nilo, ispirate da riti e costumi diffusi in molte aree del Mediterraneo, sono state fatte proprie e rielaborate dagli abitanti di Pompei, centro culturale fiorente e vivace, da sempre aperto a scambi e contaminazioni. Tra gli oggetti in mostra, alcuni di questi esposti per la prima volta a Torino, risaltano alcuni affreschi del tempio pompeiano di Iside e oltre 300 reperti provenienti da musei italiani e stranieri. Oltre alla collezione permanente delle sale del museo Egizio di Torino, dal 21 aprile ha preso il via anche la mostra campana, curata dal soprintendente Massimo Osanna e dal professor Marco Fabbri. La seconda tappa dell’esposizione ha sede proprio nella Pompei devota ai culti di Iside e Osiride,  città dove l’Egitto veniva ricorrentemente rappresentato nell’arte, negli arredi e negli affreschi che ornavano i luoghi della vita quotidiana. Sala dopo sala, assieme al supporto di proiezioni, filmati e installazioni, sarà possibile scoprire e ammirare pezzi meravigliosi, come le sette imponenti statue che ritraggono Sekhmet, dea dell’abbondanza legata alle piene del Nilo, estremamente generosa ma allo stesso tempo temibile forza distruttrice. Per la prima volta dopo sei mesi di restauri, sarà inoltre possibile visitare il santuario di Iside, nel quale gli abitanti di Pompei erano soliti offrire sacrifici e fare riti e processioni in onore della divinità arrivata dalla terra dei Faraoni. Il santuario è solo una delle tappe dell’itinerario che si snoda per oltre due ore tra gli scavi, alla scoperta di affreschi e meravigliose pareti decorate con immagini che ritraggono scene e paesaggi esotici. Ciò che fa di questo percorso tra le culture del Mediterraneo un evento raro, non è solamente la bellezza e il fascino delle opere d’arte e dei luoghi: un’importanza ancora maggiore deriva dal fatto che un tale patrimonio culturale, consente di gettare una nuova luce e un nuovo sguardo sul Mediterraneo. […]

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Voli Pindarici

Ode al treno (o apologia del pensiero inutile)

Prendere il treno è la cosa più naturale che esista, anche se di natura c’è ben poco. Ne partono a migliaia, di treni, persone che sembrano formichine impazzite salgono e scendono ad ogni fermata. Avete mai preso un treno da Napoli a Bologna? Sicuramente sì, e più di una volta. Per me, invece, il treno è una cosa stra-ordinaria. Oggi percorro la tratta Napoli – Bologna, e sono sei ore di perenne stasi tra un libro di poesie di García Lorca, un fumetto di Hugo Pratt e quei babà che mi porto dietro da Napoli, quasi a farmi compagnia e a ricordarmi che è sempre bene viaggiare con qualcosa di familiare. La noia del viaggio mi porta ad entrare in un turbinio di pensieri, per lo più inutili: avete mai pensato che chi vive in un’isola non può attraversare le regioni sui binari? È una cosa estremamente banale, ma quando il mare ti separa dai luoghi, ci fai caso. Campania, Lazio, Umbria, Toscana, finisce una e inizia l’altra, le stazioni si susseguono a intervalli scanditi solo dalle voci dei passeggeri. Dinamiche relazionali del treno E c’è la signorina cinese che dorme, apre gli occhi e si riaddormenta per poi svegliarsi solo per tirare fuori un grosso tablet e vedere le serie tv americane (con sottotitoli cinesi), un baffo alla Rivoluzione Culturale, povero Mao! Poi c’è la signora napoletana che parla al telefono (rigorosamente di cucina) come se chiamasse la vicina del palazzo di fronte, e l’immancabile tizio davanti a te che ogni due per tre tira calci sugli stinchi accompagnando il disturbo con un “mi scusi”. Ecco, per me è naturale spostarmi in nave o in aereo, ma non col treno. Il treno è un collegamento, anzi, il contenitore dei collegamenti. Raccoglie persone in luoghi diversi e poi le incastra casualmente su sedili numerati, i paesaggi fuori dal finestrino sembrano sovrapporsi. È come stare dentro un piccolo mondo che si muove dentro a quell’altro mondo fuori, che forse sta fermo. E anche io mi fermo, mi sento un po’ più vicina alla terra ferma, un po’ meno distante dal “centro”. Il cielo è uno zucchero filato di piombo mentre scambio uno sguardo veloce col mio vicino di posto. Penso ai collegamenti, ai confini che si oltrepassano. Sempre, è inevitabile. Si fa sera, e io mi annoio, leggo un’altra poesia.

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Attualità

Referendum trivelle: al voto le sorti del sottosuolo

Il 17 aprile 2016 gli italiani sono chiamati ad esprimere la loro opinione sullo sfruttamento intensivo delle risorse del sottosuolo tramite un Referendum di importanza enorme, che potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento per quanto riguarda le politiche energetiche in Italia. Ecco alcune informazioni essenziali: Il Referendum tra contestazioni e oscurantismo Il Referendum sulle attività petrolifere a mare riguarda l’abrogazione (con il “Sì”) di una norma che stabilisce che le concessioni petrolifere durino fino all’esaurimento del giacimento. Ciò significa che se la normativa resta in vigore, le multinazionali del petrolio proseguiranno con le trivellazioni entro le dodici miglia dalla costa, impiegando migliaia di chilometri quadrati nell’estrazione di gas e petrolio su tutto il territorio nazionale. Il governo Renzi sembra favorire una politica energetica che va in direzione delle energie fossili e, nonostante sia stato indetto il Referendum su forte spinta delle regioni e di buona parte del Parlamento, le contestazioni e le critiche mosse verso il Presidente del Consiglio continuano ad accentuarsi, soprattutto in questi ultimi giorni. Innanzitutto, la scelta della data del 17 aprile resta una questione piuttosto controversa: le varie associazioni e i comitati ambientalisti, appoggiati dalle regioni e da numerosi parlamentari, hanno esplicitamente richiesto l’accorpamento del Referendum alle prossime elezioni amministrative in un unico election day, in modo da far risparmiare ben 400 milioni di euro, evitando così lo spreco di denaro pubblico e garantendo una maggiore affluenza alle urne. A detta di molti, la risposta negativa del premier suona come un boicottaggio, dal momento che la svendita dei mari italiani alle lobby del’oro nero e lo sfruttamento del sottosuolo costituiscono una fonte di profitto non indifferente. Inoltre, il fatto che il Referendum sia in concomitanza con le amministrative, che avranno inizio il 15 aprile, potrebbe influire in modo negativo sulla sensibilizzazione dei cittadini, i quali non avrebbero il tempo necessario per informarsi a dovere sulla questione trivelle. Che sia una manovra del governo per non indirizzare i cittadini verso un ipotetico “Sì”? Il movimento No Triv ritiene che le modalità con cui sono stati gestiti i “retroscena” del Referendum siano un vero e proprio schiaffo alla democrazia, e si appella al presidente Mattarella per fare presente le proprie ragioni. Cos’è No Triv e perché si oppone alle trivellazioni No Triv è ormai una realtà alla quale aderiscono centinaia di associazioni e organizzazioni. Nasce il 12-13 luglio del 2012 a Pisticci Scalo e si articola in sezioni regionali. Le Regioni italiane che lo appoggiano sono ormai dieci, e alcune di queste sono tra le più sfruttate a livello di sottosuolo: Basilicata, Marche, Puglia, Molise e Sardegna sono state le prime a sostenere la causa portata avanti dal Coordinamento Nazionale No Triv, e si sono poi aggiunte anche Abruzzo, Calabria, Veneto, Liguria e Campania. L’obiettivo del movimento è quello di promuovere  e di contrapporre un nuovo sistema energetico, economico e sociale fondato sulla sostenibilità al sistema delle trivellazioni, invasivo ed estremamente dannoso per l’ambiente. Le risorse del sottosuolo sono un bene comune, ma non inesauribile. Per questo motivo, […]

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Attualità

Il carnevale dell’antisistema. L’analisi di Zygmunt Bauman

Questi ultimi anni, sono stati quelli del grande boom antisistema: un’ondata di scie di protesta che sono esplose in rete, o meglio si sono diffuse a partire dalla rete. Partiti politici come Podemos in Spagna, il Movimento Cinque Stelle, o fenomeni più grandi e complessi come i motti della Primavera Araba, si sono serviti di internet come mezzo di diffusione e si sono proposti come il “nuovo che avanza” per sostituire gli ancient régime della politica. Le relazioni tra i partiti antisistema e la rete esistono ma, come spiega il sociologo polacco Zygmunt Bauman, queste non sono così semplici e scontate come appaiono, e necessitano prima di tutto di un’analisi sull’individuo e sui gruppi che lo determinano, ovvero le società. In un’intervista all’Espresso, Zygmunt Bauman sostiene che ci troviamo di fronte ad una crisi epocale, che genera effetti e conseguenze tra le più svariate. Mai quanto oggi, il mondo è caratterizzato da interdipendenze, contaminazioni, confronti continui con il diverso: “quando lei esce di casa e si trova per strada, in un bar o su un autobus, interagisce volente o nolente con le persone più diverse, quelle che le piacciono e quelle che non le piacciono, quelle che la pensano come lei e quelle che la pensano in modo diverso: non può evitare il contatto e la contaminazione, è esposto alla necessità di affrontare la complessità del mondo”. Bauman prosegue sottolineando che questo processo della realtà, in rete non avviene. Nonostante il bombardamento di informazioni eterogenee, i social network costituiscono per gli individui una sorta di “comfort zone” nella quale ognuno può essere chi vuole, esplicitare pensieri, opinioni e interpretare il mondo dal suo esclusivo punto di vista. La complessità, non è mai comoda, e internet costituisce una scorciatoia efficace per rendere tutto più semplice e immediato, per evitare di incontrare tutto ciò che è dissonante con il nostro pensiero, ciò che non vogliamo vedere perché non conforme a noi. L’antisistema e il fallimento delle democrazie secondo Zygmunt Bauman Tornando al fenomeno dei partiti antisistema che hanno preso piede nel mondo virtuale, l’analisi del teorico della “società liquida” si sofferma su due punti principali che sono strettamente collegati con quanto appena detto: La causa dei movimenti di dissenso e critica ai governi nazionali, non è internet. La rete è solo un mezzo, un canale nel quale converge la sfiducia generale nei confronti della democrazia che, evidentemente, non riesce più a gestire e a gestirsi. Gli stati nazionali non sono in grado di fronteggiare questa nuova condizione di interdipendenza derivata dalla globalizzazione (i mercati, la borsa, la finanza) e di conciliarla con la volontà degli elettori. La democrazia ha fallito, ma con cosa sostituirla? Il dissenso e la protesta portati avanti da questi nuovi “partiti mediatici” non è reale, ma  fittizia: Bauman parla infatti di sentimento antisistema, e il movimento è ben altro: la rabbia non può essere sterile, deve trasformarsi in cambiamento. La crisi della democrazia e l’avanzata dei partiti antisistema europei, genera un’altra minaccia: l’estremismo. Come la storia insegna, le svolte autoritarie […]

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Culturalmente

Postcards: la band libanese in tour a Napoli

Si chiamano Postcards, e di fatti la loro musica evoca paesaggi, proprio come in una cartolina. La band emergente originaria di Beirut, in Libano, ha subito preso piede nel panorama musicale internazionale grazie al suo personalissimo sound che è una contaminazione tra american e english folk-rock e un indie  melodico e delicato. E così, paradossalmente, proprio da una terra martoriata dalla violenza, la musica si eleva ancora una volta come risposta alla negazione della bellezza. I Postcards nascono nell’estate del 2012 grazie alla collaborazione di quattro giovani musicisti: Julia Sabra (voce, ukulele, mandolino e chitarra), Marwan Tohme (chitarra e voce), Pascal Semerdjian (percussioni, armonica e voce) e Rany Bechara (basso, tastiere e voce).  La loro musica è capace di creare mondi sonori paralleli, fatti di immagini e sensazioni che entrano quasi in punta di piedi trascinando chi li ascolta in un’atmosfera di sogno e di bellezza. Attraverso la combinazione perfetta dei giochi armonici e della bellissima voce di Julia, le emozioni si materializzano in musica assieme alle espressioni più trasparenti e sfuggenti dei tanti mondi interiori che, a volte, restano segretamente dentro di noi. I Postcards portano in Italia “What lies so still” Il loro primo lavoro, Lakehouse, risale al 2013 e ha catturato da subito l’attenzione del pubblico attirando tantissimi fan già dagli esordi. Il successo di Lakehouse ha spinto la band ad allargare i propri orizzonti, e ad esplorare “territori musicali” nuovi, attraverso una continua ricerca e sperimentazione. Il progetto innovativo della band ha riscosso un enorme successo in tutto il mondo tanto che, dopo essere sbarcati in diversi Paesi come Giordania, Dubai, Inghilterra, Germania, Francia e Portogallo e aver aperto concerti di grandi band internazionali come Beirut e Angus, i Postcards stanno preparando il loro primo tour italiano con 12 concerti dal 4 al 16 febbraio in diverse città tra cui Napoli. La band sarà nella capitale partenopea domani, venerdì 5 febbraio, allo U-Turn per presentare il secondo Ep dal titolo What lies so still. Ascoltando What lies so still si  viene immediatamente rapiti dalle melodie nostalgiche di  Origami o Walls, fino ad apprezzare il ritmo fresco di Where the Wild Ones, che sembra un richiamo irresistibile a vivere la bellezza di paesaggi sconfinati e di una natura selvaggia, che conserva ancora intatta la sua essenza. Spensieratezza, nostalgia, ma anche un inno alla bellezza intesa come leggerezza dell’anima, queste sono le caratteristiche della musica di questa giovane band emergente che rappresenta una delle nuove frontiere del panorama musicale internazionale.  

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Attualità

Moni Ovadia a Napoli per “Miseria Ladra”

“Questa è l’unica guerra santa che io conosco, quella contro la povertà”. Moni Ovadia La povertà affligge, abbruttisce, appiattisce, disgrega. La povertà è una piaga che non può più essere tollerata perché anti-sociale, anti-etica, anti-democratica. Libera e il Gruppo Abele hanno fatto del contrasto alla povertà l’oggetto della loro lotta assieme agli artisti napoletani della Domus Ars, centro culturale pulsante nel cuore di Napoli. Qui, lunedì 25 gennaio,  è stata presentata la campagna “Miseria Ladra”, forse una delle iniziative più forti dell’ultimo periodo sul territorio nazionale. Un’iniziativa così importante, non poteva che richiedere un testimonial che, dell’arte, della cultura e dell’impegno, ne ha fatto un modus vivendi: Moni Ovadia. Grande attore, artista, interprete musicale, oratore e intrattenitore di origine ebraico-sefardita, non ha mai smesso di sperimentare, di essere artista ma anche “impegnato”. Alla luce della crisi economica che ha registrato i dati più neri degli ultimi decenni, Libera e le associazioni che hanno promosso Miseria Ladra si propongono di creare opportunità e alternative che non siano solo “contro”, ma che si costruiscano su proposte, sull’attivismo e l’azione. Perché combattere la miseria ? E Con quali mezzi? Napoli, come ha detto Moni Ovadia, è un’iperbole, una città che è “troppo”, troppo bella, ma anche amara. Rosario Stornaiuolo, presidente della Federconsumatori illustra dati allarmanti: più di 3000 senzatetto affollano le strade della città, la sanità è disastrosa, la mobilità e i trasporti non funzionano, la povertà diffusa aumenta di giorno in giorno e le Università, che hanno rappresentato un’eccellenza partenopea, rischiano di chiudere entro i prossimi 15 anni. Eppure, come osserva Moni Ovadia, i soldi non mancano in un paese in cui la corruzione, i clientelismi e le mafie sono all’ordine del giorno. Il lavoro che svolge Libera, l’impegno di altre realtà che ogni giorno combattono le ingiustizie sociali, la dedizione e l’amore con cui Don Ciotti porta avanti le sue battaglie,  sono forze incommensurabili, e rappresentano un movimento di lotta costante. Bisogna quindi sostenerli, creare reti e connessioni di voci per stare uniti, per capire che contrastare la povertà e la corruzione non è un’utopia. Coloro che hanno un ruolo fondamentale in questo compito sono proprio gli artisti, quelli di ogni tempo, che hanno fatto e continuano a fare di Napoli una città forte e solidale. Moni Ovadia parla con sguardo diretto e vivace. Racconta del suo impegno sociale, dell’attivismo politico, delle delusioni amare e della “partitica”, che poco ha a che fare con quell’attività nobile che è la politica e che oggi è asservita ai grandi potentati finanziari. Ma la rassegnazione, quella mai. La rassegnazione, dice Ovadia, apre la porta ai regimi, demolisce la potenza di un popolo e dei cittadini. Che fare allora per realizzare concretamente la giustizia sociale, la vera democrazia? Bisogna iniziare a cambiare il Paese dal basso, lo fa Libera, che si batte concretamente ogni giorno e lo fa senza la luce dei riflettori, lo fanno le associazioni e i movimenti che impegnano tutte le loro forze nella solidarietà. L’arte e la cultura come strumenti di […]

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Attualità

Attentato in Pakistan: assalto all’Università di Charsadda

Ancora un altro attentato, questa volta da parte dei guerriglieri taliban. Non si sente quasi più parlare dei talebani in Afghanistan e Pakistan, ma il gruppo fondamentalista, nato tra il 1995 e il 1996 dopo la guerriglia civile antisovietica afghana, ha continuato a colpire costantemente in questi anni. I Talebani, spostatisi nella zona settentrionale del Pakistan per continuare la guerriglia contro l’intervento della coalizione internazionale statunitense, hanno continuato a seminare il terrore anche dopo la morte del leader Bin Laden e il rovesciamento del regime nel 2001 da parte della NATO. Le azioni del gruppo estremista non si sono mai fermate e, anzi, si sono concentrate soprattutto in quei luoghi dove vi sono gli elementi per loro più pericolosi. Non basi militari o sedi di vertici amministrativi nemici, ma le Università, i luoghi che da sempre combattono il dispotismo e il terrore senza armi. E a morire allora non sono soldati, ma studenti, professori, uomini di cultura. La mattina dell’attentato La mattina del 20 gennaio, a pochi chilometri da Peshawar, l’Università Bacha Khan di Charsadda è stata attaccata da quattro attentatori. Verso le 9.30 ora locale, due esplosioni e vari spari hanno rotto il silenzio di una giornata accademica qualsiasi nella cittadina. Il bilancio parla di almeno 50 feriti e 60 morti tra professori, studenti e alcuni militari. Dopo il blitz delle forze dell’ordine, intervenute dopo l’attentato, gli uomini di Tehreek-e-taliban pakistan (TTP) sono stati uccisi. L’attacco sarebbe stato lanciato in rappresaglia all’operazione “Zarb-e-Azb”, una vasta offensiva antiterrorismo nelle zone tribali del Nord-Ovest, alla frontiera con l’Afghanistan. La rivendicazione sarebbe poi stata smentita dagli stessi taliban, che poco dopo avrebbero dichiarato che, ad organizzare l’assalto armato, sarebbero stati attentatori suicidi non appartenenti al gruppo. A rendere ancora più ambigua la situazione, una dichiarazione inaspettata di uno dei portavoce del TTP: “l’attentato è contrario ai principi dell’Islam”. L’edificio nelle ultime ore è stato presidiato dall’esercito, che si è accertato che non ci fossero altre minacce. Non è la prima volta che la cellula terroristica pakistana colpisce i luoghi dove si svolgono le attività quotidiane dei civili. Oggi il terrore islamico viene identificato con un solo nome, quello dell’ISIS, forse perché si è avvicinato a noi in maniera irreversibile, si è manifestato minacciosamente un po’ meno ad est di quelle zone rosse che poco ci riguardavano perché lontane dall’Europa, sia geograficamente che culturalmente. Ieri c’era Al-Quaeda, c’erano Bin Laden e i Talebani, oggi c’è la consapevolezza che questi non appartengono al passato. Questi episodi, che vengono percepiti come casi singoli e isolati frutto del fanatismo religioso,  sono in realtà espressione di una situazione molto più complessa che da anni sconvolge gli equilibri politici e sociali di Paesi come il Pakistan, con forti ripercussioni sulla libertà di chi, anche solo per il diritto alla propria istruzione, deve lottare ogni giorno, disarmato, contro i Kalashnikov.

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Teatro

“Visite” con Roberto Cardone e Marcella Vitiell allo spazio Ztn

Sabato 16 gennaio alla Zona Teatro Naviganti di Napoli è andato in scena “Visite”. Lo spettacolo ha preso vita grazie alla regia di Niko Mucci, che ha diretto i due attori protagonisti della pièce, Roberto Cardone e Marcella Vitiello.  Visite è tratto da un’opera di Vargas Llosa in cui il solo dialogo tra due personaggi controversi e misteriosi, riesce ad aprire diverse dimensioni temporali ed emozionali, creando un intreccio di storie, colpi di scena e relazioni visive. Visite inattese Chico è un uomo ormai maturo. Sembra avere raggiunto un equilibrio impeccabile, ricco uomo d’affari, è sicuro di sé e, nonostante la sua vita monotona e solitaria, sembra aver trovato la sua tranquillità in un elegante appartamento di Londra, dopo essere andato via tanti anni fa dal suo paese di origine, il Perù. Ma è proprio quando meno se lo aspetta, che una visita inattesa lo trascinerà indietro nel tempo a fare i conti col suo passato. A bussare alla sua porta è Raquel, donna misteriosa e attraente, sorella di Paolo, suo vecchio amico di infanzia, compagno di adolescenza e di vita. Chico non vede Paolo da 35 anni, da quando quest’ultimo è partito in Europa per dimenticare un episodio che ha sconvolto la vita di entrambi, un punto di rottura da cui non si può tornare in dietro. Ma Raquel chi è in realtà? Perché Chico non ha mai saputo della sua esistenza in tanti anni? E soprattutto cosa vuole da lui, perché riporta alla luce i dettagli più segreti e intimi della loro amicizia? Paolo è scomparso, ma allo stesso tempo non ha mai lasciato Chico. E proprio Raquel è la trama dalla quale si snoda il filo della ragnatela di finzioni, menzogne e verità celate che metteranno Paolo e Chico l’uno di fronte all’altro, come in uno specchio in cui i due si riflettono mettendosi a nudo, scavando tra ricordi che fanno male. Ma, allo stesso tempo, ciò che fa male è anche quello che rende il passato più dolce, che regala alla giovinezza quel sapore di bellezza e nostalgia che non tornerà più. Tra indizi depistanti, insinuazioni e giochi di finzione, si svolge quella che secondo il regista è una delle tante possibili storie nella mente di uno scrittore, un “punto di vista eccentrico” dal quale si può guardare in tante direzioni: la perdita della felicità e dei tempi andati, la paura del futuro, l’ostinazione nel non voler guardare in fondo a se stessi. La “visita” che fa crollare le certezze di un uomo, che lo mette con le spalle al muro, potrebbe rappresentare la stessa necessità del disequilibrio, di quella “non regolarità che genera la teatralità”. Domenica 17 gennaio alle ore 18.30, lo spettacolo verrà proposto ancora una volta presso lo Ztn di Napoli, in Vico Bagnara 3a.

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Riflessioni culturali

Corto Maltese, l’Argentina, il tango

Prima un incontro svelto di sguardi. Occhi che sfuggono poi restano, le labbra si mordono leggermente, i capelli si scostano dal volto. Ultimo tiro di sigaretta, ancora sguardo. Appena si toccano le mani e i corpi si uniscono, le singole parti diventano una. È l’estasi dei sensi, il circolo perenne dell’abbraccio. Il tango è un’opera d’arte in movimento e musica, è qualcosa che richiama un’eco lontana, irraggiungibile. Ma cosa succede quando l’arte in movimento incontra l’arte impressa in un’immagine, in un tratto di matita e colore? Quella di Corto Maltese e del tango è una storia di lontananze e di amori perduti. È essa stessa un’avventura, è l’ennesimo salpare da un porto. Corto Maltese è l’emblema dell’avventuriero e sembra essere l’incarnazione del viaggio. Nato grazie al connubio del genio di Hugo Pratt e della matita di Lele Vianello, da subito è una figura che prende vita e si delinea attraverso mille sfaccettature: marinaio e pirata astuto e generoso, romantico e disilluso, ha il temperamento del gipsy e del bohemien, ma la sua ironia pungente è sempre marcata da un velo di malinconia. In lui vive il sognatore e il nostalgico, l’eterna contraddizione tra il bene e il male. E anche le origini di Corto non potevano che essere contrastanti, essendo figlio di un marinaio della Cornovaglia e di una gitana andalusa, “la Niña di Gibraltar”. Sarà che Corto è tutte quelle contraddizioni che esplodono sfacciatamente nell’animo umano, ma per un osservatore acuto come Pratt non sarà stato difficile accostarlo al sentimento contrastato per eccellenza: il tango. Ma andiamo per ordine. “Tango para Corto”, un tanto per Corto Maltese La storia di Corto Maltese in Argentina ha inizio nel 1904, anno in cui il marinaio fa scalo a Buenos Aires. Quattro anni dopo, “La Boca”, sobborgo della città, pullula di marinai, immigrati italiani e gente di malaffare, ma soprattutto bazzicano per quelle strade i più famosi ballerini di tango. E lui, non per caso, si trova là. Più tardi, nel 1923, il destino, o forse determinate circostanze, lo portano nuovamente nella capitale argentina, dove viene avvisato della morte (apparentemente accidentale) dell’amica Louise Brookzowyc e della scomparsa della sua bambina tra le losche viscere di Buenos Aires. Corto si trova all’improvviso in mezzo ad una storia di prostituzione, illegalità, vecchi amici maledetti e donne. Donne che per il marinaio rappresentano amori fugaci o amori irraggiungibili, sogni che si perdono nella notte e nel tempo, portati via dall’ennesima partenza. Tutto questo diviene reale nelle 104 pagine di “Tango”, nelle quali Hugo Pratt non riesce solo a dipingere gli odori, i colori e l’anima più inafferrabile di Buenos Aires, ma come sempre regala altri orizzonti, trasferisce vite sulla carta, rubandole alla realtà. Come nel caso della meravigliosa Louise Brookzowyc, personaggio voluto da Pratt per ricordare e omaggiare Louise Brooks, grande attrice del cinema muto. Corto Maltese e il ballo argentino Ma la scena più intensa nata dall’incontro tra tango e fumetto (che è stata anche presentata ad una mostra  alla galleria Hde di Napoli, […]

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Voli Pindarici

Ai vecchi amici, alle tue strade di pietra

Le strade sono quasi sempre deserte la sera. Le grandi arcate dei portoni colorati, senza la luce accecante del sole cocente, si fanno grigiastri e le casupole mezze diroccate diventano un unico mosaico di pietre che si unisce ai ciottoli delle vie strette. Nel buio si confondono, sembrano gomitoli di lana che si intrecciano, si arrotolano e srotolano nel silenzio di un paese dimenticato, in cui la notte è scandita dal solo canto dei grilli. Ho amato passeggiare da sola per queste strade. Quanto è più grande la notte, tanto il pensiero si fa denso. E il vociare degli amici al bar, quelli di una vita, risuona nella malinconia di una piazza vuota, illuminata dal chiarore di fiacchi lampioni. Tra una birra e l’altra la vita sta camminando, amici miei. Nei vostri sorrisi l’immobilità della mia infanzia, della mia giovinezza, del mio tempo. Solo qui sento che il tempo mi aspetta per più di un istante, è come quando il treno si ferma in una di quelle stazioni sconosciute. “Ed è qui, tra queste strade, che i ricordi si confondono, il respiro si fa respiro di altri” Negli occhi impenetrabili dei vecchi seduti sull’uscio di casa non è difficile ritrovare i giovani che sono stati un tempo, immaginare i loro primi amori correre e ridere dopo giochi di sguardi maliziosi per poi scomparire dietro l’angolo di un vicolo buio. Ogni tanto fa capolino una donna vestita di nero, dalle finestrelle delle case spuntano occhiate furtive, gli uomini chiacchierano e ridono, affidando i loro ricordi al vino. Un tempo anche loro hanno preso in mano un organetto e hanno ballato in cerchio, presi per mano, come i loro nonni hanno fatto per secoli dopo una giornata di duro lavoro. Hanno cantato un po’ ebbri e barcollanti, improvvisando versi a squarciagola per i loro sgangherati amori, per le larghe gonne delle belle ragazze dai capelli neri e dalle ciglia folte. Puoi sentirli ancora quei canti, risuonano la sera in una via deserta. Sembra che i muri li abbiano voluti trattenere incastrandoli tra ogni singola pietra. E così di anno in anno, quando ritorni, ci sono cose che perdi per sempre, altre che ritrovi. Il camino acceso in una fredda sera d’inverno, le castagne e il vino, le voci degli amici che brindano ad un nuovo inizio, o semplicemente ad una fine, la panchina del tuo primo bacio e quella della prima sigaretta, ben nascoste dietro ad alberi vecchi e cespugli incolti. In tanti se ne sono andati, ti hanno lasciato a sonnecchiare sopra quella collina. Ma ogni volta, la luna che spunta dalle montagne nere che proteggono i tuoi tetti, se la ride pensando a quante storie le sono state raccontate da qua giù. Paese, quartiere, “barrio”, misto di silenzi e voci. Tra poco si berrà di nuovo tutti assieme, si lascerà il mondo fuori per brindare alla nostalgia, per guardarci uno ad uno e riconoscerci ancora una volta. “Mi dissero una volta che me ne ero andato… ma quando? però quando, […]

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