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Eroica Fenice

La Tag: Turchia contiene 18 articoli

Recensioni

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” di Altan Ahmet

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” è un pamphlet dello scrittore e giornalista turco Ahmet Altan, arrestato in seguito al fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Il pamphlet è uscito con il numero speciale di Internazionale in edicola il 29 settembre. Ahmet Altan, classe 1950, è un giornalista e scrittore turco. Nel novembre del 2007 fonda “Taraf” (“Lato” in turco), un quotidiano liberale di sinistra che tratta problemi spinosi come il genocidio degli armeni, la questione curda e si oppone all’ingerenza dei militari turchi nella vita politica e sociale. Si dimette dall’incarico di direttore ed editorialista nel dicembre del 2012.  È autore di cinque romanzi di successo nel suo paese e in Italia, nel 2016, le Edizioni E/O hanno pubblicato Scrittore e assassino. Ahmet Altan è in galera dal settembre 2016 e rischia l’ergastolo per “la conoscenza di uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato”: se non si trattasse di una questione giudiziaria che potrebbe rovinare la vita di un uomo si potrebbe avere l’impressione di trovarsi dinanzi ad una farsa dai contorni grotteschi. L’intera accusa si basa su testimonianze contraddittorie, se non chiaramente false, e opinioni che divengono prove. L’autore definisce l’atto d’accusa come una “nebbia indistinta di bugie” e afferma che il sistema giudiziario turco è divenuto un “mattatoio del diritto”. «Stando alla legge, non è possibile imbastire un processo senza prove, basandosi unicamente sulle impressioni di un pubblico ministero. Eppure è ciò che sta accadendo qui. E ci troviamo costretti a controbattere a queste sciocchezze». Quella di Altan è una risposta forte e necessaria che scaturisce dalla volontà di lasciare una testimonianza per i giorni in cui l’oppressione finirà e la legge farà ritorno. L’autore risponde alle accuse con una contraccusa al pubblico ministero che dimostra la sospensione dello stato di diritto. Non potendosi tutelare attraverso la legge, lo scrittore turco usa la penna per difendersi. È sicuramente un modo per far sapere al resto del mondo ciò che accade in Turchia ma è anche, come spiega lo stesso autore, un modo per documentare tutto “in vista del giorno in cui la legge si risveglierà”. La lettura di questo pamphlet è, però, interessante perché nel difendersi lo scrittone ripercorre una serie di eventi che sono cruciali per la comprensione dell’attuale situazione turca e offre anche una chiave di lettura per ciò che potrebbe accadere in futuro. Secondo lo scrittore «la Turchia si sta rapidamente avviando verso il crollo totale» e questo porterà Erdoğan a perdere le prossime elezioni. Tuttavia, l’analisi che riguarda la Turchia è valida per molti altri contesti. «Nelle nazioni prive di credibilità e in cui non vige lo stato di diritto gli investimenti interni e stranieri si interrompono. L’economia comincia ad arretrare. L’inflazione e la disoccupazione vanno fuori controllo. La gente non riesce a mettere nel piatto un po’ di carne […] Alla fine non riescono più a sopportare gli occhi affamati dei loro figli e votano contro i politici che hanno provocato […]

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Culturalmente

Nasce Kaleydoskop, rivista italiana interamente dedicata alla Turchia

Kaleydoskop è il termine turco per caleidoscopio, uno strumento all’interno del quale piccoli oggetti colorati si trovano posti alla rinfusa, e grazie a un sistema di specchi danno vita a immagini simmetriche sempre differenti, che mutano in modo imprevedibile al movimento di ogni singolo, piccolo oggetto. Ognuno di questi piccoli oggetti colorati potrebbe rappresentare un’anima della vivace, ampia e molteplice società turca. Kaleydoskop è una rivista indipendente che si propone di descrivere in senso ampio tutto ciò che avviene nella vita culturale e sociale della Turchia, un paese che, negli ultimi tempi, spesso viene prepotentemente proiettato all’interno delle nostre case tramite tv e giornali, ma la cui rappresentazione, altrettanto spesso, si trova schiacciata esclusivamente tra fatti di politica e di cronaca. Ma la Turchia non è soltanto questo, la Turchia non è soltanto Erdoğan, non è soltanto la repressione, non è soltanto una serie di crisi politiche. La Turchia è una vastissima pluralità di culture e attività culturali i cui frutti si impongono e resistono alla tendenza omologatrice del potere centrale, una società multi-etnica, multi-linguistica, multi-religiosa. E Kaleydoskop vuole raccontare questa molteplicità, concentrandosi sulla “vita culturale e sociale della Turchia, parlando di mostre, di fenomeni culturali, di iniziative, di produzioni musicali, di film, letteratura, storie che raccontano il rapporto con il presente e con il passato, di esperimenti urbani che provano l’esistenza di una società dinamica, attiva, estremamente variegata”. Un crowdfunding per sostenere l’ambizioso progetto di Kaleydoskop Il progetto nasce da un’idea di Lea Nocera, studiosa di Turchia contemporanea e insegnante di Lingua e Letteratura Turca all’Università Orientale di Napoli, autrice di diversi testi sulla storia della Turchia e collaboratrice o coordinatrice di numerose riviste e trasmissioni radiofoniche. Alla realizzazione del progetto contribuiscono inoltre quattro studiose – Fazıla Mat, Valentina Marcella, Giulia Ansaldo e Carlotta De Sanctis – che da anni si occupano di Turchia da diverse angolazioni, parlano correntemente turco e trascorrono regolarmente periodi anche lunghi nel paese. Kaleydoskop è “un progetto che si sviluppa principalmente su un lavoro redazionale di base volontario”: è per questo motivo che è stato lanciato un crowdfunding, per coprire le ingenti spese amministrative, legali e di produzione che sottendono il lancio di una rivista così ambiziosa priva di finanziamenti esterni. Sarà possibile contribuire con una donazione fino al 31 luglio, e sono previste ricompense per chiunque deciderà di partecipare. Le relazioni tra i popoli abitanti quei territori che noi oggi conosciamo come Italia e Turchia si perdono nei secoli. Emblematica è la storia di Galata, quartiere situato nel cuore della zona più turistica di Istanbul, che fu una colonia genovese dal 1268 fino alla fine del XV secolo. L’omonima torre, figura imprescindibile dello skyline cittadino, dalla quale si può godere di un panorama spettacolare sul Corno D’Oro, faceva parte delle fortificazioni della cittadella genovese e si è conservata in buona parte immutata fino ai giorni nostri. Così come dalla la torre si può spaziare con lo sguardo su Istanbul, Kaleydoskop ci permette di spaziare su tutta la Turchia, da Izmir fino a Trabzon, da […]

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Libri

Arrestati: uno sguardo alla Turchia dall’interno del carcere

“Tutuklandık” – “Arrestati”: è questo messaggio inviato su twitter nel momento in cui il tribunale ha emesso l’ordine d’arresto, a dare il titolo al libro-denuncia di Can Dündar, ex direttore di Cumhuriyet – il principale quotidiano turco di opposizione – scritto durante i suoi tre mesi di carcere e pubblicato in Italia dalla casa editrice “Nutrimenti”. Non un vero e proprio diario, ma una serie di pensieri e riflessioni in ordine sparso sulle condizioni di detenzione e sugli avvenimenti che sconvolgono il paese, stimolate dall’isolamento imposto nei primi quaranta giorni di carcerazione. Uno sguardo introspettivo, oltre che un racconto minuzioso dei giorni che precedono l’arresto del direttore del quotidiano, fino alla sua scarcerazione in attesa di giudizio, avvenuta – ironia della sorte – proprio il giorno del compleanno di Erdoğan, al quale Can Dündar dedica la sua momentanea libertà. Arrestati per una notizia scomoda Era il maggio del 2015 quando il direttore di Cumhuriyet, dopo una lunga serie di discussioni, e consapevole dei rischi ai quali andava incontro, decideva di pubblicare alcuni fotogrammi tratti da video in possesso del quotidiano che mostrano un tir dei servizi segreti turchi intento a trasportar armi pesanti – presumibilmente destinate alle forze del radicalismo islamico – oltre il confine siriano. I dirigenti del quotidiano ritengono che i cittadini turchi dovrebbero andare alle urne informati e con la consapevolezza dell’importante coinvolgimento del proprio paese nella questione siriana: manca vaappena una settimana alle elezioni presidenziali. Sarà lo stesso Erdoğan, infuriato per la diffusione delle notizie, a chiedere l’arresto dei responsabili della pubblicazione, appellandosi alla fedeltà alla patria. Un’idea di patria che implica l’accettazione silenziosa di qualsiasi regola imposta dall’alto, e l’indifferenza a quelle che si ritengono ingiustizie, un’idea di patria non condivisa da Can Dündar: “Nella tradizione di sinistra nella quale sono cresciuto […] ciò che lega le persone tra loro non sono i paesi, ma i principi: libertà, democrazia, diritti umani, laicità, giustizia. Là dove questi principi mancano, non può essere la nostra patria. […] Siamo legati gli uni agli altri non per razza, colore, nazionalità, che ci appartengono dalla nascita, ma per condivisione di scelte volontarie, idee, coscienza, classe”. Il calore della solidarietà L’arresto ha però un effetto boomerang, e anziché mettere a tacere la notizia, le dà un eco internazionale e scatena un’ondata di solidarietà tanto all’interno del paese quanto oltre confine. Questa solidarietà permetterà al direttore di non sentirsi solo, nemmeno nell’isolamento del carcere, e gli dà la forza di superare, ancora carico di speranza, il periodo di detenzione, oltre a rafforzare la consapevolezza dell’importanza del suo impegno in campo giornalistico. Il suo coraggio gli vale il prestigioso premio di Reporter Senza Frontiere. Scriverà le dichiarazioni per la cerimonia di premiazione in un clima di tensione che viene chiaramente espresso nelle prime righe del discorso: “Nel nostro edificio [la sede del quotidiano] circondato dalla polizia, da una finestra del mio ufficio si vede il Palazzo di Giustizia, dall’altra il cimitero. Questi sono gli indirizzi che un giornalista in Turchia frequenta più spesso…” Nelle […]

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Attualità

Gay Pride 2017, scontri e arresti in Turchia

Il Gay Pride 2017 in Turchia si è trasformato in una giornata di scontri: per il terzo anno consecutivo, infatti, le autorità turche hanno vietato la manifestazione a Istanbul, adducendo motivi di ordine pubblico e la salvaguardia dell’incolumità dei partecipanti e dei turisti. Tuttavia, gli attivisti della comunità LGBT, che avevano programmato la marcia con partenza da Piazza Taksim, hanno sfidato la decisione del governo e hanno sfilato nonostante il divieto. Gay Pride 2017: gli scontri con la polizia         Il comitato organizzatore del Gay Pride ha ignorato la volontà del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan confermando la manifestazione e invitando le persone a “non avere paura” e scendere in piazza. “Se sei spaventato, ti cambierai e ti abituerai. Invece dobbiamo mostrare che siamo qui per lottare in nome del nostro orgoglio”, questo l’appello rivolto. Così, nonostante  il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, la marcia è partita lo stesso, anche per onorare la memoria di  Hande Kader, la transgender di 22 anni brutalmente uccisa lo scorso agosto. Il corteo è stato però fermato dalla polizia con proiettili di gomma e l’utilizzo di idranti. Gli agenti hanno presidiato tutto il giorno la città fermando chiunque avesse con sé la bandiera arcobaleno. Durante l’evento si sono inoltre registrati tafferugli con un gruppo di persone contrarie al suo svolgersi. La polizia è pertanto intervenuta per sedare la rissa e ha arrestato dieci persone: tre attivisti e sette persone che protestavano contro il Pride. La stretta di Erdogan Il primo Gay Pride ad Istanbul è stato celebrato nel 2003. Negli anni la manifestazione è divenuta una delle più imponenti nel mondo musulmano per l’affermazione dei diritti di omosessuali, lesbiche e trans. L’ultima marcia autorizzata a Istanbul si è svolta nel 2014 con la partecipazione di più di 100mila persone, poi  la presa autoritaria di Erdoğan ha complicato la situazione delle minoranze in Turchia, dove – nonostante l’omosessualità non sia proibita per legge – è molto diffusa l’omofobia. Buona parte del popolo turco, infatti, come ha rivelato anche una recente ricerca del Centro Pew, ritiene che l’omosessualità sia “moralmente inaccettabile”, al punto che in molte città turche si registrano di frequente episodi di discriminazione e aggressioni nei confronti della comunità LGBT. I precedenti Il Gay Pride in Turchia fu bloccato la prima volta nel 2015, quando la polizia disperse i partecipanti con gas lacrimogeni. La stessa cosa si è ripetuta lo scorso anno, a giugno, durante la marcia per i diritti dei transessuali. A causa dei duri interventi della polizia i collettivi decisero poi di cancellare la giornata dell’orgoglio LGBT. Quest’anno, attraverso un comunicato stampa, l’ufficio del governatore ha riferito di non aver autorizzato l’evento perché, oltre a motivi di sicurezza e ordine pubblico, gli organizzatori non hanno mai presentato domanda. Le autorità hanno inoltre aggiunto di essere venuti a conoscenza della manifestazione solo tramite i social network. Il comitato organizzatore del Pride ha però negato quanto dichiarato dalle autorità, affermando: “Abbiamo avanzato regolare richiesta il 5 giugno 2017 e abbiamo chiesto un incontro con l’ufficio del […]

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Attualità

Gabriele Del Grande e la libertà da difendere

Gabriele Del Grande, giornalista e regista italiano, è in stato di fermo in Turchia dal 10 aprile senza che alcuna accusa sia stata formalizzata. Gabriele del Grande viene fermato il 9 aprile mentre si trova in una zona militare, non delimitata con filo spinato, nella provincia di Hatay, ai confini della Siria e viene portato in un centro di detenzione amministrativo. Dopo aver informato la compagna dell’accaduto tramite un messaggio, si perdono le sue tracce e dal 10 aprile viene portato e posto in stato di fermo nel centro di detenzione amministrativo turco di Mugla, nonostante la mancata formalizzazione di un’accusa. Il 14 aprile le autorità turche impediscono al console italiano un incontro con Gabriele e, successivamente, lo impediranno anche al legale e al viceconsole. Il 19 aprile Angelino Alfano, Ministro degli Esteri, richiede il rilascio immediato del giornalista italiano senza successo. Nella stessa giornata Gabriele riesce a contattare telefonicamente la famiglia e afferma: «La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Da stasera entrerò in sciopero della fame». Il senatore Luigi Manconi, facendo notare una chiara violazione della convenzione di Vienna, ha affermato: «Non esistono prove o conferme che volesse passare dalla Turchia alla Siria, così come non esiste conferma o prova che egli abbia avuto un colloquio con persone sospettate di terrorismo. Sono bufale che circolano, oltretutto in forma non ufficiale, che mirano a screditare la figura di uno scrittore che stava facendo il suo mestiere». Durante una conferenza organizzata presso Palazzo Madama, Valerio Mastrandrea ha letto la lettera che i familiari e la compagna di Gabriele hanno scritto affinché le autorità competenti si attivino. Nella parte finale della stessa i familiari scrivono: «Chiediamo al ministro Alfano, ai parlamentari e ad ogni rappresentante del popolo italiano di mobilitarsi con noi, di fare tutto quello che è in loro potere per riportare Gabriele a casa dalla sua famiglia, dai suoi bambini. Chiediamo di pensare se al posto di Gabriele ci fosse un vostro figlio, un vostro fratello, compagno, sareste disposti a fargli subire una tale angheria? Noi contiamo su di voi, in qualità di nostri rappresentanti. Noi contiamo sulla Vostra volontà di intervenire perché questa brutta vicenda possa risolversi al più presto.  Noi contiamo su di Voi». Chi è Gabriele Del Grande? Chi sia Gabriele Del Grande lo spiega la compagna e madre dei suoi bambini, Alexandra D’Onofrio: «Lui va zaino in spalla e chiacchiera, passa ore a parlare con le persone nella loro lingua senza mediatori, in maniera spontanea. Non va alla ricerca dello scoop, ma di quanto ci può fare riflettere». Gabriele Del Grande, 35 anni, nato a Lucca e laureatosi in Studi Orientali presso l’università di Bologna, è giornalista, blogger e regista. All’interno del suo blog e osservatorio Fortress Europe, documenta tutte le notizie riguardanti i migranti morti in mare durante i viaggi per raggiungere l’Europa dal 1988 al febbraio dello scorso anno. Tra i suoi lavori più importanti […]

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Attualità

Russia e Turchia: quali prospettive dopo Ankara?

L’assassinio dell’ambasciatore russo Andrey Karlov ad Ankara rischia di corrodere nuovamente quel sottile filo diplomatico che stava tentando di rigenerarsi negli ultimi mesi per quanto riguarda le relazioni tra Russia e Turchia. Un rapporto controverso, quello tra i due Stati, specie se consideriamo le numerose divergenze che partendo dalla questione siriana arrivano fino all’abbattimento del jet russo nel giugno di quest’anno. Tuttavia, risulta opportuno tracciare delle linee generali sulle possibili prospettive di questi due paesi in seguito all’attentato di Ankara. C’è da credere che l’azione del killer, Mert Altintas, risulta improbabilmente riconducibile a fonti governative. Ma anche in questa occasione il Presidente turco Erdoğan non ha esitato a puntare il dito contro i gulenisti, già accusati dallo stesso capo di Stato di aver allestito il recente golpe di luglio e continuamente messi in causa come capro espiatorio dei disordini turchi. Il killer, probabilmente legato al filone siriano di Al Nusra, organizzazione terroristica fino a qualche mese fa legata ad Al Quaeda, ha dato però un segnale netto alla comunità mondiale. Ha voluto rendersi a suo modo eroe nei confronti di una popolazione, quella siriana, da molti ritenuta come ingiustamente martoriata da un conflitto ormai senza più una motivazione di fondo. Un conflitto dove si mischiano gli interessi statuari di Assad agli opinabili intenti antiterroristici della Russia e dove gli Stati Uniti continuano a osservare astenendosi ad entrare sul terreno di guerra. Assassinare l’ambasciatore russo ha voluto significare punire un rappresentante di quello Stato che con i suoi raid aerei sta mietendo più vittime in Siria. Se ciò risulta evidente, appare tanto meno rilevante come in realtà vi siano altri attori globali che partecipano al conflitto ma che, diversamente dalla Russia, hanno preferito non schierarsi, perlomeno in prima linea. Perché? Per principi etici che vengono, però, smascherati di fronte all’evidenza delle cose, cioè di fronte alla constatazione che la Russia non è l’unica responsabile del conflitto siriano. Insistono sul territorio, oltre ai sopracitati americani, anche diversi paesi del golfo, l’Iran, gli Hezbollah, i curdi e, ai confini con la Turchia, l’esercito di Erdoğan. È per questo motivo che parlare del conflitto siriano non è affatto semplice. Nonostante le divergenze di vedute tra Erdoğan e Putin sulla permanenza al potere di Assad, risulta chiaro come non si voglia gettare benzina sul fuoco. Il riavvicinamento diplomatico dovrebbe comunque proseguire il suo iter, iniziato proprio dall’incontro dei due presidenti nel novembre di quest’anno. L’assassinio dell’ambasciatore, specie se affiancato all’attentato a Berlino, risulta ancora una volta come un’iniziativa di singoli senza apparenti affiliazioni. Senza cioè un legame diretto con lo stato Islamico. Quella di Altintas risulta un’azione evidentemente eroica, ma che sarebbe forse più opportuno definire “simbolica”. Simbolicamente  egli ha voluto mostrare il suo rifiuto dello stato delle cose, la volontà di porre termine a una conflittualità permanente in Siria. Un “martirio” che probabilmente non cambierà nel breve periodo lo stato delle cose sul territorio siriano, specie ad Aleppo, dove si continua a discutere sul corridoio umanitario. E che difficilmente comprometterà le relazioni Turco-Russe che, seppur deboli, […]

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Voli Pindarici

Bagliori turchi: suggestioni di Istanbul

Bagliori e suggestioni di Istanbul Il pelo dell’acqua tremava leggero tra il Bosforo e le ultime nuvole e il cielo s’arroventava di mille braci orientali, di incenso e cannella, in quell’estate di qualche anno fa: fu un’estate turca, fu un’estate isterica, fu un’estate di spezie e vapori, in quell’Istanbul così pericolosamente familiare. Sfilacciare il grembo di Istanbul per immergersi nel suo grande corpo, accarezzare quella pelle ruvida che sapeva di muschio e grano saraceno e ritrovarsi nel suo ombelico, con i piedi nudi sull’asfalto rovente, per poi riaffiorare nel caos di un grande mercato. Quando la paura di viaggiare mi paralizza, ripercorro i fotogrammi di quell’estate turca: istantanee in seppia dall’odore pungente che rinnovano quel cordone ombelicale, che si srotolano consegnandomi il rosso dei papaveri e l’aria elettrica del Bosforo. La mia Istanbul in televisione, al centro della carta stampata e virtuale, al centro del mio dolore e della mia impotenza, al centro di queste mie foto che sembrano non sapere più di nulla, stuprate nella loro innocenza e vomitate come materiale di scarto, che non contano più niente, incastonate nel magma della memoria che trattiene tutto come un telaio a trama fitta. Cerco di riconoscere in televisione la forma dei miei piedi nudi, ma la fiumana della storia mastica e ingoia tutto: quei luoghi, che sentivo miei, si trasfigurano in immagini chirurgiche ed asettiche, diventano la pelle morta di un processo che trascina con sé le scorie e purifica la memoria, si cristallizzano nel proprio bozzolo e si incarno nelle righe dei futuri libri di storia. Riconoscere e riconoscersi in Istanbul Mi specchio nelle foto di qualche anno fa, avevo i capelli più lunghi e più neri e giocavo a perdermi nel Gran Bazar di Istanbul, che si snodava come un serpente dalle squame luccicanti e tentava di mordermi. Osservavo quell’oro così giallo che mi bruciava le pupille, talmente giallo da sembrare finto, affondavo i polpastrelli tra le spezie esposte e tastavo i profumi dell’antica Costantinopoli, mentre gli incensi e i fumi bruciavano in quell’atmosfera violacea e surreale. Toccavo le sciarpe, i veli e i mantelli, mi lasciavo consigliare a gesti dalla venditrice che aveva gli occhi color sabbia e mi avvolgevo nella seta color acquamarina. Correvo ad affacciarmi su quel braccio di mare che urlava le storie dei sultani, immaginavo le loro regge e intravedevo in filigrana i profili ottomani, mentre il Bosforo divideva come uno squarcio i due volti della città, quasi come il taglio sul volto di un’odalisca che ha il ventre accarezzato da due continenti. Asia ed Europa, due differenti lembi di terra e di carne che si sono radicati anche nel mio stomaco, perché quando torni da Istanbul ti senti nomade, ti senti ottomano, europeo, ti senti arabo, ti senti cittadino dell’universo e ti senti il sangue pulsare al ritmo dei tamburelli del bazar. Non sai più chi sei e impari ad addomesticare il tuo dolore che va di pari passo col tintinnare dei braccialetti che hai preso a Sultanhamet. Ricordo Ayasofia, che vestì […]

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Attualità

La Turchia “rinuncia” ai diritti umani

Ad una settimana dal fallito golpe, la Turchia è immersa in uno stato di terrore. Il presidente Recep Tayyp Erdoğan prosegue la rappresaglia nei confronti dei suoi oppositori, puniti con l’estromissione da ogni settore della vita pubblica. Nessuno si sente al sicuro dal presidente “democraticamente eletto” che mira a smantellare le fondamenta laiche su cui è nata la Turchia, per rimpiazzarle con le radici di uno stato che gravita attorno alla sola legge dell’Islam. A rendere più drammatica la situazione è la decisione del parlamento turco di sospendere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che la Turchia aveva firmato nel 1950. A detta di Erdoğan dovrebbe trattarsi di una misura temporanea, in linea con i tre mesi di stato di emergenza emanati allo scopo di scongiurare altri colpi di stato. Bekir Bozdağ, ministro della giustizia, ha assicurato che i cittadini potranno proseguire la loro vita quotidiana senza alcun timore e che non ci sarà alcuna ritorsione contro di loro. Il vicepresidente Norman Kurtulmuş ha inoltre confermato che nelle città non vigerà alcun coprifuoco e che spera di poter revocare lo stato di emergenza tra una quarantina di giorni. La Turchia è sempre più vicina all’autoritarismo Ma una decisione di tale portata non passa inosservata. Non c’è dubbio che Erdoğan userà questa mossa a suo vantaggio, per rendere concreta quella che è una vera e propria svolta autoritaria a cui va incontro la Turchia. Non c’è da escludere che i media saranno sotto un più serrato controllo e che si cercherà di limitare qualunque forma di manifestazione pubblica, con la mancanza della possibilità di appellarsi alla corte europea in caso di violazione dei diritti umani. Sembra che Erdoğan abbia aspettato proprio il golpe ai suoi danni per attuare determinate misure governative. Ma Erdoğan non avrebbe potuto fare tutto questo senza un’arma fondamentale: il popolo. Quel popolo che ha incitato a scendere per strada e ad affrontare i militari e che ora festeggia, convinto di entrare in un’epoca d’oro che invece ne rappresenta la regressione. Si può solo pensarla così, se la Turchia si sta riducendo a quello che Marco Ansaldo, inviato speciale per La Repubblica, ha raccolto nel suo reportage per le strade di Istanbul. Un paese sempre più immerso nell’orbita di un totalitarismo religioso, dove l’unica legge ammessa è quella di Dio, di cui Erdoğan si vanta di esserne l’incarnazione. Tutto in nome dell’ordine pubblico. Tutto in nome della democrazia. Ciro Gianluigi Barbato  

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Attualità

Il trono di Erdoğan (non) vacilla

Alla notizia di un tentativo di colpo di stato in Turchia, eravamo tutti convinti che il trono di Erdoğan avesse vacillato. Ma nel giro di ventiquattro ore, quando il sole di Istanbul ha iniziato ad alzarsi dietro le fitte palazzine, lo scenario è radicalmente mutato, a tal punto che, ora, quel trono sembra divenuto ancora più saldo. Nella la notte del 15 Luglio, i carri armati sono entrati nelle piazze di Istanbul, i militari hanno occupato entrambi i ponti sul Bosforo. L’assedio è iniziato alle 23.00 (ora italiana 22.00) quando in tutte le ambasciate Turche era arrivato il comunicato del colpo di Stato. Alla notizia, l’Europa e gli Stati Uniti hanno tremato. Hanno esitato per un po’ prima di schierarsi con il governo democraticamente eletto. Anche la Nato si è schierata con Erdoğan, appellandosi al “pieno rispetto delle istituzioni democratiche“ e alla costituzione turca. Nel frattempo Erdoğan, lontano dalla capitale, si rivolgeva alla popolazione turca tramite i social, con un video-messaggio. Tanti i dubbi sull’autenticità del golpe in Turchia, l’unica certezza è che il popolo ha difeso il suo Presidente-Sultano Agli esperti di politica turca è sorto qualche dubbio sull’autenticità del golpe. Il leader islamico moderato Gülen, per il quale il presidente turco ha chiesto l’estradizione negli Stati Uniti, sostiene che si sia trattato di un finto colpo di stato e che il suo fallimento abbia permesso ad Erdoğan di eliminare una parte della popolazione e dell’esercito ostile al regime, così da spianarsi la strada verso una repubblica presidenziale. Secondo il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, il golpe fallimentare in Turchia risulta “l’equivalente dell’incendio del palazzo del Reichstag della Germania Nazista”, in cui Hitler, accusando i membri del partito comunista e dichiarando lo stato di emergenza, rovesciò la situazione in suo favore, spingendo il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il “Decreto dell’incendio del Reichstag” che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar. Ciò che non convince gli scettici è che Erdoğan sia stato lasciato a piede libero, ed è per questo che nella notte del 15 luglio ha potuto esortare la popolazione a scendere in piazza, ripetendo più volte una formula ambigua: “il governo democraticamente eletto non lascerà che i traditori la passino liscia”. Nel frattempo, gli imam nelle moschee invitavano le persone a scendere in piazza per difendere il governo, e chiunque avesse un numero di telefono turco ha ricevuto un messaggio firmato “la repubblica turca”, che esortava tutti a scendere in piazza per fermare il golpe. Così, il popolo ha difeso il suo Sultano da un colpo di stato. Quel popolo, così tanto martoriato dallo stesso Erdoğan, è sceso in piazza per difendere la democrazia. Eppure, Amnesty International denuncia una situazione in cui la democrazia appare fortemente in pericolo: ogni anno in Turchia si registrano decine di arresti di sindacalisti e scontri violenti durante manifestazioni, che vengono osteggiate puntualmente dal governo turco; si verificano torture nei confronti dei detenuti, e se ne denunciano le pessime condizioni in cui sono tenuti all’interno delle carceri. Si registrano inoltre spostamenti e nomine di […]

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Notizie curiose

Alcune curiosità sulle sette meraviglie del mondo

Le sette meraviglie del mondo furono individuate nella celebre lista canonica risalente al III secolo a.C. Si tratta di opere architettoniche, artistiche e storiche che i Greci e i Romani ritennero le più belle, straordinarie e, soprattutto, inimitabili, dell’umanità. Esse si trovano in Egitto, Grecia, Asia Minore e Mesopotamia. Ecco quali sono i meravigliosi luoghi che incantano gli uomini da secoli… Le sette meraviglie del mondo: I giardini pensili di Babilonia Furono costruiti intorno al 590 a.C. dal re Nabucodonosor I, anche se la tradizione ne attribuisce la costruzione alla leggendaria regina assira Semiramide, protagonista della maggior parte delle opere ambientate in questo luogo paradisiaco. In effetti, nella cultura tradizionale della Mesopotamia i significati delle parole giardino e paradiso sembrano quasi combaciare. Questo curioso accostamento, insieme al fatto che nessuna fonte fornisce una precisa localizzazione del sito, ha fatto pensare che questi ineffabili giardini, in realtà, non siano mai esistiti. Il Colosso di Rodi È un’enorme statua del dio Helios, situata nel porto di Rodi in Grecia. Fu costruita nel III secolo a.C. dagli abitanti della città per celebrare una straordinaria vittoria in battaglia. Dopo poco l’imponente scultura – dell’altezza di ben 32 metri – fu distrutta da un terremoto e rimase sdraiata sul fondo del mare per circa 800 anni. La sua maestosità attrasse, tuttavia, molti visitatori, tra cui Plinio il Vecchio che scrive: “Pochi possono abbracciare il suo pollice, e le dita sono più grandi che molte altre statue tutte intere” (da Naturalis historia). Gli arabi, conquistata Rodi, portarono via la statua tagliandola in più pezzi, che furono venduti ad un ebreo di cui si persero le tracce. Il Mausoleo di Alicarnasso Nella città di Alicanasso (odierna Bodrum, Turchia) si erige la monumentale tomba che Artemisia fece costruire per suo marito, nonché fratello, Mausolo, satrapo della Caria. Costruito intorno al 350 a.C., il mausoleo fu distrutto da un terremoto; alcuni resti sono visibili nel British Museum di Londra. La maestosità del monumento funebre diede il nome di “mausoleo” a tutte le grandi tombe monumentali. Il tempio di Artemide Era un tempio ionico costruito ad Efeso (attuale Turchia) in onore della dea della caccia, intorno al 560 a.C. Fu distrutto da un incendio doloso ad opera del pastore Erostato, spinto dal desiderio di passare alla storia (il che accadde, nonostante la damnatio memoriae). La leggenda afferma che in quell’occasione la dea non protesse il tempio a lei dedicato perché impegnata a sorvegliare la nascita di Alessandro Magno, che ebbe luogo la stessa notte. Ricostruito per ben altre due volte, fu distrutto prima dai Goti, poi dai Cristiani. Il faro di Alessandria d’Egitto Costruito intorno al 300 a.C. sull’isola di Pharos, di fronte il porto di Alessandria d’Egitto, è uno dei più grandi lavori di ingegneria ellenistica, nonché primo grattacielo della storia! Con un’altezza di 134 metri, il faro poteva essere visto a 48 km di distanza (il limite consentito dalla sua altezza e dalla curvatura della superficie terrestre). Rimase funzionante fino al XIV secolo, quando venne distrutto da due terremoti. Dobbiamo al nome della località il termine […]

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