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Eroica Fenice

La Tag: Fazi Editore contiene 66 articoli

Libri

Mato Grosso, il nuovo libro di Ian Manook (recensione)

Ian Manook, giornalista, scrittore ed editore francese, ha da poco pubblicato per Fazi editore, Mato Grosso,  nell’ambito della collana “Darkside” (tradotto da Maurizio Ferrara). Dopo la fortunata trilogia “Yeruldelgger” (Yeruldegger, Morte nella steppa del 2016, Yeruldegger 2, Tempi selvaggi del 2017, Yeruldegger 3, La morte nomade del 2018, tutti editi da Fazi per la collana “Darkside” e per i quali lo scrittore ha avuto vari riconoscimenti, tra cui il Prix SNCF du polar) ambientata in Mongolia, Ian Manook, con Mato Grosso ci invita a conoscere un Brasile tropicale, ombroso e affascinante fatto di avventura, mistero e corruzione. Mato Grosso, la trama Siamo in Brasile, a Rio de Janiero. Lo scrittore Haret, autore di un bestseller intitolato “Romanzo brasiliano”, viene preso in ostaggio e dovrà rispondere delle scelte narrative del suo libro pubblicato ormai trent’anni fa. Molte persone sono morte a causa sua, a causa della sua penna. Almeno questo gli fa credere Figueiras, ex poliziotto conosciuto trent’anni prima proprio in Brasile, durante l’inondazione del Pantanal nel Mato Grosso, della quale Haret scrive anche nel suo libro. Figueiras decide di vendicarsi di Haret, colpevole di essere un assassino nella finzione o lo è anche nella realtà? Mato Grosso è un libro dove realtà e finzione non hanno confini  ben definiti e, quindi, finiscono per mescolarsi. Ian Manook e Mato Grosso Ian Manook, autore affermato, riesce a mettere insieme, in Mato Grosso, stili narrativi differenti che vanno dal noir al romanzo d’avventura, combinando caratteristiche letterarie tipiche della narrativa francese a quelle più prettamente americane. Pertanto, Ian Manook si conferma ancora una volta, come nei romanzi precedenti, uno scrittore di spessore, in grado di emozionare i suoi lettori con descrizioni accurate dei luoghi in cui si snoda la trama del romanzo. Saranno i luoghi i veri protagonisti del romanzo. Con Mato Grosso Ian Manook trasporta il lettore fisicamente in Brasile, nel Pantanal, pianura considerata il secondo ecosistema più grande del mondo, situata vicino all’Amazzonia e alla quale si accede attraverso la Transpantaneira, strada sterrata e incompiuta. Si legge di caimani, boa e di giboia delle paludi, di notti umide,  di torpore dei pomeriggi brasiliani, di stagioni delle piogge. Così come la natura viene descritta in maniera violenta ed estrema, allo stesso modo i sentimenti che si ritrovano in Mato Grosso vanno dall’amore sfrenato, alla passione che può condurre, talvolta, alla violenza e alla morte. “E Dio mi è testimone che, se ci fosse altrettanta gente per portare alle labbra il frutto polposo dei suoi parti di quanta ce n’è per ricamare le sue ghiande secche sul bicorno, il mondo potrebbe addormentarsi nell’eterno torpore di un pomeriggio brasiliano, a Cuaibà”

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Libri

Elmet, l’esordio di Fiona Mozley (recensione)

Il 27 settembre Fazi Editore ha dato alle stampe un nuovo romanzo: Elmet, frutto della penna esordiente di un’autrice inglese, Fiona Mozley. Il romanzo, giunto finalista al Man Book Prizer, ha conquistato editori e lettori, al punto che ad oggi conta più di 70.000 copie vendute ed è stato tradotto in diversi paesi. Elemt, che dà il titolo al romanzo,è il luogo in cui è ambientata la storia. Un tempo, durante l’Alto Medioevo, era un regno celtico e sorgeva nel nord dell’Inghilterra, nella campagna dello Yorkshire e, infatti, l’ambientazione della storia è propriamente silvestre. Elmet: la trama del romanzo di Fiona Mozley Cathy e Daniel, dopo la morte della nonna che si è presa cura di loro a causa dell’assenza della madre, e in seguito ad alcuni episodi di bullismo vissuti a scuola, si trasferiscono insieme al padre John in campagna, lontano da tutti. Il padre, uomo dall’aspetto gigante e bruto, costruisce una casa in un bosco remoto per proteggere i suoi figli dai problemi e dalle sofferenze del mondo esterno. Così Daniel, di quattordici anni, e la sorella Cathy, di quindici, trascorrono le giornate in un’atmosfera boschiva e solitaria, tra tiri con l’arco e passeggiate nella natura. Molto simile a suo padre, Cathy ha l’atteggiamento di un “maschiaccio” nel modo di fare, va a caccia e ama il tiro con l’arco, ha uno spirito combattente che si rivela sin dalle prime pagine del romanzo e si manterrà tale fino alla fine. Daniel, invece, si preoccupa di cucinare,  tenere pulita la casa e coltivare frutta e verdura. Il loro unico contatto con il mondo esterno è Vivian, una vicina di casa, che impartisce loro lezioni pomeridiane, affinché l’assenza da scuola non influisca sulla loro cultura.  Ma vivere in una casa isolata in un bosco remoto, non vuol dire essere immuni dall’esterno, non sempre almeno: il signor Price, proprietario di molti lotti di terra della zona, inizia a causare problemi a molti inquilini, tra cui  John, il quale finisce per accordarsi con gli altri della zona per intraprendere una lotta contro Price. Da questo momento in poi diventano parte centrale del romanzo l’ingiustizia e l’avidità, la lotta tra ricchi e poveri, il desiderio di far trapelare la giustizia.  Lo stile di Fiona Mozley Fiona Mozley utilizza una scrittura scorrevole e fluida, sin dalle prime pagine della storia riesce a calare il lettore nell’ambientazione e nell’atmosfera della campagna inglese. I temi del nido e del bisogno di appartenere ad un qualche luogo si intrecciano con i conflitti sociali. La narrazione scorre attraverso il punto di vista del quattordicenne Daniel, per cui conosciamo i protagonisti attraverso il suo sguardo, e questo è evidente soprattutto nelle descrizioni della sorella e del padre, che non perdono mai quel tratto di tenerezza. La parte conclusiva del romanzo assume delle fattezze a tratti eccessive, che si discostano un po’ dalla vicenda verosimile del romanzo, ma indubbiamente questo romanzo d’esordio è un piccolo capolavoro che denota le doti straordinarie della scrittrice.  

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Libri

Le “Confessioni di un NEET” di Sandro Frizziero: rivoluzione o illusione?

Sandro Frizziero, recensione e analisi del suo ultimo romanzo. Michel Foucault definiva la confessione (l’aveu) una sorta di rituale «in cui la sola enunciazione, indipendentemente dalle sue conseguenze esterne, produce in colui che l’articola delle modificazioni intrinseche: lo rende innocente, lo riscatta, lo purifica, lo sgrava dalle sue colpe, lo libera, gli promette la salvezza»[1]. Da questo punto di vista, nel nuovo romanzo di Sandro Frizziero (professore di Lettere, classe ’87 di Chioggia), le Confessioni di un NEET (Fazi Editore, 2018), ci sono delle modificazioni intrinseche, però non solo nell’enunciatore, ma anche nel lettore. Innanzitutto che definizione si può a dare all’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training)? Potrebbe essere un’ulteriore categoria destabilizzante del sistema, l’hikikomori giapponese, una sorta di «lavativo»? A detta del protagonista-NEET, le «moderne democrazie occidentali, nel tentativo di tenere in piedi il loro traballante welfare, però, dovevano pur etichettare in modo politicamente accettabile chi non ha voglia di combinare un cazzo nella vita». Dopotutto la società tutta è un grande cinema pieno di locandine da scegliere o da escludere. Il problema è dove va il consenso. Ecco perché il nostro eroe-internauta si autodefinisce un «rivoluzionario», proprio perché decide di non muoversi, di non lasciare alcun consenso. Dopotutto non c’è più nulla in cui credere, se non nelle sue gatte, compagne ideali nella sua tana-camera, o forse nel grande universo della rete. La eco di Zeno Cosini e il suo “essere in divenire” per rovesciare la verità cristallizzata torna in forma diversa: basta eliminare l’ostacolo del corpo, il nostro essere sociale e lasciar vivere un grandioso algoritmo che risponda per noi. L’immobilità relazionale millantata dal protagonista è pura negazione. “L’outsider” si sceglie e si preferisce libero nello spazio ristretto della sua stanza a vivere in internet, a plasmarsi come un essere senza forma e senza “costrizioni” così da non collaudare il suo legame con la grande macchina del sistema sociale, e non solo. L’internauta in questione è autosufficiente, impassibile misantropo e cinico fino allo sfinimento e la forte ironia dello scrittore rende le immagini ancora più accentuate. Ecco le “modificazioni intrinseche” del lettore. Nel corso della lettura si accetta il sarcasmo dell’internauta trentenne, la distruzione della società, che è nostra, il “colpo di stato” allo stile di vita del capitalismo. E ancora lo smartphone, il tempo da calcolare sullo smartphone, il lavoro come un allevamento intensivo, o peggio: i disastri che vengono accettati o ignorati da chi “sta bene così”. Ecco di nuovo la negazione, che passa dal rifiuto e finisce nell’abnegazione, ovviamente tenendosi stretti nella giacca dell’individualismo: «le mura della mia camera, […] mi proteggono da tutti i pericoli e da tutte le fobie del mio tempo. […]. A casa mia sono quasi immortale e lo sarò del tutto quando completerò il caricamento della mia anima in un server sicurissimo. Sarò così definitivamente talpa, talpa digitale in grado di sopravvivere, come sanno fare solo alcuni microrganismi, a una catastrofe nucleare»[2]. La confessione come riscatto, liberazione di un NEET secondo Sandro Frizziero Ritornando alla citazione di Foucault, […]

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Libri

Un’estate in montagna, recensione del romanzo di Elizabeth Von Arnim

Lo scorso 12 luglio è stato pubblicato da Fazi Editore “Un’estate in montagna”, un romanzo in forma diaristica della scrittrice anglo-australiana Elizabeth Von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1920, ha un carattere autobiografico. Fu infatti scritto dalla Von Armin tra il luglio e l’ottobre del 1919, in un momento difficile della sua vita. A causa della guerra l’autrice aveva perso molti amici e l’amato fratello. Inoltre, in Germania era venuta a mancare la figlia sedicenne Felicitas. Nel volume la Von Armin racconta dunque della perdita della sua felicità e del tentativo di ritrovarla tra la pace dei monti svizzeri. “Il peggior dolore è ricordare la felicità di un tempo nel presente infelice”. Il luogo in cui sono ambientate le vicende dei protagonisti del romanzo s’ispira allo chalet svizzero “Soleil”, dove la scrittrice era solita trascorrere alcuni periodi dell’anno in compagnia di amici intellettuali. Un’estate in montagna: la trama Siamo nel luglio del 1919. Sconvolta dagli orrori della guerra Elizabeth (il nome dell’io narrante in realtà non è mai menzionato, ma viene spontaneo associarlo a quello dell’autrice) si rifugia nel suo chalet di montagna, in Svizzera, per trovare conforto nella solitudine, nella quiete e nella bellezza del posto. Tra i pendii svizzeri, laddove era solita andare fino a pochi anni prima della guerra, Elizabeth decide di trascorrere l’estate. Tuttavia, mentre un tempo la casa era piena di amici, ora è silenziosa. Sono tutti morti ed Elizabeth si sente sola: è stanca e angosciata. Il giorno del suo compleanno, però, si imbatte in due sconosciute, due sorelle inglesi, giunte per caso allo chalet in cerca di un posto dove riprendere fiato dopo la lunga passeggiata e trovare riparo dal sole. Elizabeth le accoglie con entusiasmo, prima per un pranzo, poi per un tè, infine per qualche settimana. È l’occasione per ritrovare speranza e serenità. Successivamente arriva allo chalet anche lo zio sessantenne di Elizabeth, Rudolph, un pastore anglicano rimasto vedovo. L’uomo giunge in Svizzera con l’intento di riportare indietro la nipote, ma finisce per innamorarsi della più giovane delle due ospiti di Elizabeth, Dolly. La donna nasconde un passato ingombrante… Un’estate in montagna: il potere terapeutico della natura Con uno stile semplice, lineare ed elegante la Von Arnim racconta il senso di solitudine e tristezza scaturito dalle brutture della guerra. “Sì, ho una gran paura della solitudine, mi dà i brividi e mi scuote nel profondo. Non parlo della banale solitudine fisica, ma piuttosto della tremenda solitudine dello spirito che rappresenta la tragedia suprema di ogni vita umana. Se ci arrivi veramente, a quella solitudine priva di speranza e di vie di fuga, allora muori; non ce la fai a sopportarla, e muori”. Non è facile dimenticare la devastazione portata dalla guerra, nemmeno tra la pace dei monti svizzeri. Tuttavia, il suo animo sofferente trova sollievo di fronte alla bellezza e alla quiete della natura, che ha un potere terapeutico. Elizabeth ritrova pian piano se stessa e la voglia di vivere. Affida le sue afflizioni al […]

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Libri

Cambio di rotta, un altro trascinante romanzo di Elizabeth Jane Howard (Recensione)

Emmanuel e Lillian, Mr e Mrs Joyce, sono una vecchia coppia sposata nata in Inghilterra ma da sempre girovaga. Lui è un ricco drammaturgo, lei una donna fragile, di salute e nello spirito, e sempre rivolta al passato. A chiudere un platonico e in bilico ménage à trois c’è Jimmy, il trentatreenne aiutante di Emmanuel ma da tempo presente anche nella vita privata e affettiva dei coniugi Joyce. Il loro equilibrio cambia quando la necessità di una segretaria che aiuti tutti negli affari domestici e lavorativi mette in scena un quarto personaggio, così chiamata Alberta, una giovane e bella ragazza, la cui ingenuità e risoluta purezza porterà la storia a evolversi radicalmente, sullo sfondo di una esotica isola greca. Cambio di rotta (“The sea change”) è un romanzo  di Elizabeth Jane Howard pubblicato per la prima volta nel 1959, che torna oggi nelle librerie grazie alla Fazi editore (con la traduzione di Manuela Francescon), che dopo All’ombra di Julius e la saga dei Cazalet ripropone un altro avvincente capolavoro della britannica. Una nuova pubblicazione di Elizabeth Jane Howard edita dalla Fazi Il romanzo di Elizabeth Jane Howard si apre con un evento che appare inaspettato, ma che fa capire sin da subito il sottofondo dei successivi: una giovane donna di nome Gloria Williams viene trovata dai coniugi Joyce e da Jimmy svenuta in una vasca dopo aver ingerito dei barbiturici. Questa non è solo l’unica scena in cui viene spostato l’obiettivo su un personaggio che non fa parte dei quattro principali, ma aiuta anche a spiegare, prima che parta la vera storia, il carattere di ognuno. Emmanuel così si definisce subito un donnaiolo dall’amore facile, e fugace, per le giovani ragazze che a causa del suo lavoro lo circondano e gli sono ammiratrici (infatti Gloria fa parte di questa cerchia, che per l’impossibilità di stargli accanto ancora a lungo sceglie di inscenare lo svenimento); Lillian, la quale è lei a trovare per primo la donna nel bagno, sviene a sua volta: da ciò sappiamo della sua salute cagionevole e della profonda amarezza e tristezza che prova essendo a conoscenza, o ipotizzando, delle numerose amanti del marito, che vive costantemente nel ricordo della figlia Sarah morta da piccola; e poi Jimmy, che non è solo l’aiutante di Emmanuel, ma parte integrante delle dinamiche familiari e colui che in poche parole si occupa di sbrigare intrighi, fastidi e problematiche. In realtà con l’evoluzione della storia, e l’entrata in scena di Alberta, ogni personaggio (tra l’altro ogni avvenimento viene raccontato, che sia in prima persona o in terza, da ognuno di loro) assume una profondità nuova rispetto all’evento precedente, tutto sotto un sentimentalismo e una psicologia che vengono dipanati brillantemente dall’autrice. Oltre a saper con bravura dispiegare ogni angolo dei caratteri dei quattro, Elizabeth Jane Howard riesce a descrivere con grande bellezza i luoghi e le ambientazioni, anche nei ricordi dei protagonisti, come quando Lillian racconta della sua infanzia felice in campagna prima della morte dei genitori, o quando arriviamo al punto in cui […]

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Libri

Volo di paglia, il primo romanzo di Laura Fusconi (Recensione)

Inserito nella collana “Le Strade”, Volo di paglia è la prima opera letteraria della giovane scrittrice Laura Fusconi pubblicato di recente dalla Fazi editore. Suddiviso in tre parti, il romanzo si apre con un brevissimo prologo datato 28 settembre 1946 per poi andare indietro nel tempo a un giorno di festa dell’agosto del 1942. Due bambini, Tommaso e Camillo, attendono con impazienza di partecipare ai festeggiamenti organizzati nel loro paese e ai due inseparabili amici si unisce Lia, la compagna di classe della quale Camillo è innamorato. Figlia del temuto e detestato ras fascista della zona Gerardo Draghi e della maestra Ada, la piccola è all’oscuro delle malefatte del padre che, oltre a comandare nella casa di famiglia, soprannominata “La Valle”, è a capo di un gruppo di camicie nere che detta legge in quelle zone della campagna piacentina. In seguito alla scomparsa del loro compagno Franco Bartali, avvenuta dopo un furioso litigio tra il padre del ragazzino e Draghi, si innescano una serie di avvenimenti che avranno delle conseguenze irreversibili e che ricadranno sui giovani protagonisti. A distanza di più di cinquant’anni in quegli stessi luoghi e tra le rovine dell’imponente dimora dei Draghi, altri due piccoli grandi amici, Lidia e Luca, avranno modo di venire a contatto con quel passato lontano eppure ancora così vivido e presente da infestare e annebbiare le loro menti e quelle dei loro predecessori. Volo di paglia di Laura Fusconi: la dura realtà degli adulti contro l’innocente immaginazione dei bambini Scritto con uno stile ben definito, lineare e semplice, il romanzo di Laura Fusconi si presenta tanto maturo nel trattare i temi che riguardano le problematiche della vita adulta quanto privo di malizia e spontaneo nell’affrontare quelli concernenti la vita infantile. I due mondi, quello “dei grandi” e quello “dei piccoli”, vengono a contatto tra loro a causa delle vicende che coinvolgono tutti i protagonisti della storia; eppure, tra di essi, esiste una separazione netta grazie alla quale un minimo di spensieratezza sembra essere possibile. L’innocenza si perde quando, messi di fronte all’evidenza e nonostante ci si ostini a non voler credere a quella che è la realtà, si fanno i conti con gli errori e le storture di chi ha spadroneggiato incontrastato per poi essere punito aspramente e nel peggiore dei modi. Laura Fusconi ha dimostrato di avere tanta fantasia quanto i bambini del suo romanzo oltre che una sana dose di severità contro i personaggi adulti che ha saputo descrivere senza risparmiare loro le giuste conseguenze per le azioni compiute. Volo di paglia – il titolo del libro rimanda a un gioco dietro cui si nascondono significati ben più seri – è un’opera attenta e ricca, dove grande importanza è data al voler dimostrare che le azioni di alcuni influenzano le reazioni di altri, lasciando una traccia indelebile nel tempo.

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Libri

Il fiume della colpa di Wilkie Collins per Fazi Editore (Recensione)

Se la fama di Wilkie Collins (1824-1889), autore inglese, è legata principalmente ai suoi romanzi polizieschi e all’invenzione ne La pietra di Luna del fair-play, ossia l’opportunità data al lettore di sciogliere le fila del mistero attraverso gli indizi che lo scrittore dissemina sapientemente ed oculatamente nel testo, è da considerarsi ammirevole la scelta editoriale della casa editrice Fazi di riprodurre una nuova edizione non dei gialli che lo hanno reso celebre ma di altre opere forse meno visitate, che svelano un’accurata attenzione dell’autore, amico di Dickens, per le dinamiche sociali. È evidente infatti in questo romanzo il legame con l’autore del grande romanzo sociale inglese – verso le classi sociali ed i rapporti tra queste, al centro della trama de Il fiume della colpa, che racconta il ritorno del giovane ereditiero Gerard Roylake in patria in seguito alla morte del padre, dopo anni di forzata lontananza dalla sua famiglia e dai suoi possedimenti in Inghilterra, e della sua attrazione per la bella, ma ben più umile, Cristel, la figlia del mugnaio della sua tenuta, che ridesta nell’uomo dolci ricordi d’infanzia e al contempo un’inarrestabile passione. Il fiume della colpa: Wilkie Collins tra attenzione al sociale e mistero Fanciulle in pericolo, amori a prima vista, rigidi codici di comportamento, ferrea ed inflessibile moralità, padroni e servi, duelli e rivalità amorose: nel romanzo di Wilkie Collins ritroviamo tutti gli elementi della narrativa inglese ottocentesca, volta a disegnare con tratto preciso e sicuro e da un’ottica realista la società contemporanea. È il denaro a stabilire il peso e la rispettabilità di un uomo nelle campagne dell’Inghilterra vittoriana, che a tratti ricorda quella dipinta da Jane Austen. Se ne accorgerà ben presto il giovane Mr. Roylake, cresciuto ed educato in Germania, secondo un codice sociale meno rigido ed opprimente, notando con crescente stupore il peso del suo nome ed il modo in cui questo influisca nei rapporti con gli altri, al punto da impedirgli di frequentare il mugnaio e la sua incantevole figlia senza incorrere nelle chiacchiere e nel disappunto degli abitanti del villaggio. Consiste in questo la colpa, espiata nelle lunghe passeggiate lungo il tetro fiume che collega la tenuta al mulino: amare è una colpa laddove l’oggetto dell’amore non è quello previsto dalle aspettative sociali, che avrebbero voluto il giovane Mr. Roylake legato ad una donna del suo rango, quella designata per lui dalla famiglia.  È proprio l’incontro con Cristel che porterà Gerard ad imbattersi in un uomo affascinante e misterioso, il cui nome è sconosciuto a tutti: noto piuttosto come “L’Inquilino“, l’uomo è ospite del mulino, è sordo, infido e fin troppo interessato a nascondere la sua identità e la sua storia. La sua presenza inquieta e preoccupa la giovane, verso la quale l’uomo ha sviluppato un’insana ossessione, che mette la donna in una posizione di pericolo, ma ancor di più Mr. Roylake, percepito dal misterioso Inquilino come un pericoloso rivale in grado di portargli via l’unico sollievo alle sue sofferenze. Qui Wilkie Collins, attraverso la voce di Gerard, che […]

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Libri

“Il cadavere ingombrante” di Léo Malet: recensione

Il cadavere ingombrante dello scrittore francese Léo Malet (titolo originale del libro: “L’envahissant cadavre de la plaine Monceau”) è stato recentemente ripubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi Editore, nella collana Darkside. La casa editrice, che ha pubblicato per i suoi tipi nel corrente mese di luglio il testo, ha riproposto al lettore la traduzione dal francese a cura di Giuseppe Pallavicini. Léo Malet e le indagini di Nestor Burma Léo Malet, scrittore del XX secolo, è considerato, insieme a Georges Simenon e André Hélèna, uno degli esponenti più importanti del genere letterario poliziesco francese. Vicino, negli anni ’30 del 1900, al movimento del Surrealismo e a Salvador Dalì e a Jacques Prevert, si rivolse poi al genere del romanzo poliziesco: nel 1943, tratteggiò con la sua penna i caratteri del personaggio di Nestor Burma, l’investigatore privato protagonista, anche de Il cadavere ingombrante-  Le sue storie vengono scelte come partenza per trasposizioni cinematografiche e televisive, in serie poliziesche: le indagini di Nestor Burma, infatti, non sono scritte solo per la trama de Il cadavere ingombrante, bensì fanno parte di una serie di romanzi iniziata nel 1943 con il testo 120, rue de la Gare (tradotto poi in Italia negli anni ’90 del 1990) e completatasi nel 1959 proprio con Il cadavere ingombrante. Autore, inoltre, di una “trilogia nera” e di altri romanzi, Léo Malet fu insignito nel 1948 del Gran Prix de littérature policière (premio annuale assegnato a quello che viene considerato dalla giuria il miglior libro francese giallo pubblicato in quello stesso anno) e nel 1958 del Gran Prix de l’Humour noir, premio letterario che viene riconosciuto a Malet per la serie I nuovi misteri di Parigi (serie, fra l’altro, incentrata sulle indagini di Nestor Burma scritte fra il 1954 e il 1959) in cui, in ognuna di queste indagini, l’azione principale è svolta in una diversa circoscrizione municipale di Parigi. Leo Malet, Nestor Burma e Il cadavere ingombrante: il libro Lo stile singolare di Malet emerge anche attraverso una semplicità sintattica spesso telegrafica, che potrebbe avere, nelle intenzioni, lo scopo di riflettere anche attraverso questa particolare “libertà” dell’uso dell’interpunzione le azioni spesso tese e nervose dei protagonisti: spesso i lunghi respiri sono dedicati alle descrizioni di ambienti o scene mentre per i dialoghi e le riflessioni particolari, l’andamento si fa più spezzato. Il testo inizia con una telefonata: una donna chiama Burma per affidargli un incarico ma, arrivato nella sua casa, l’investigatore trova due cadaveri: quello della donna che l’aveva contattato e quello di suo marito. La polizia sembra aver chiuso subito – e frettolosamente – il caso, mentre Burma continua le proprie indagini scoprendo delle verità “ingombranti”: il caso, dunque, non è da considerarsi chiuso e l’investigatore privato inizia a scendere – e a sprofondare come in una spirale vorticosa – in un groviglio di vizio e corruzione, di inganni, collere e tradimenti. Il caso è stordente e intricatissimo, ma pian piano i fili vengono sbrogliati e la matassa dipanata. Léo Malet: un consiglio per i lettori […]

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Libri

Quattro madri, un romanzo di Shifra Horn sul coraggio delle donne sole

Fazi Editore, dopo aver tradotto e pubblicato alcune delle sue opere, propone l’ultima edizione del primo romanzo della famosa e pluripremiata autrice israeliana Shifra Horn, Quattro madri. Ambientato a Gerusalemme, il romanzo segue le vicende di quattro generazioni di donne appartenenti alla stessa famiglia. La storia, narrata da Amal, inizia dal racconto della sua nascita, avvenuta nel 1948 nel letto di ottone della bisnonna Sarah, per poi procedere a ritroso nel tempo. È così che il lettore fa la conoscenza di Mazal, la capostipite e madre di Sarah, che allevò da sola la figlia dopo averla fatta nascere quando era poco più che una ragazzina. Ed è con lei che comincia la maledizione di queste donne così diverse l’una dall’altra ma destinate, dopo l’arrivo di una femmina nella loro casa, a essere abbandonate dai mariti. Questa stessa sorte, infatti, tocca a Sarah – la più bella tra le donne di Gerusalemme – che con i suoi lunghi capelli dorati seduce chiunque la veda ed è capace di curare gli altri oltre che occuparsi da sola dei figli. Pnina Mazal, la sua secondogenita, riesce a comunicare con i suoi interlocutori in qualsiasi lingua le parlino; mentre, la figlia Gheula, dai capelli rossi, ribelle e selvaggia come una volpe, è un avvocato che dedica la propria vita ad aiutare i diseredati. Quattro madri : la forza è donna Shifra Horn incanta grazie a una prosa che scorre in maniera ritmata e senza interruzioni sotto gli occhi dei lettori. Le sue parole e ciò che evocano dipingono nella mente immagini e lasciano percepire odori e sensazioni difficili da dimenticare. Dall’acqua di rose di Sarah – il vero fulcro su cui poggia il passato e il presente delle donne della sua famiglia – al sapore dei frutti del suo gelso, dal rituale per la purificazione nel mikveh ai colori e ai suoni di una Gerusalemme lontana; tutto, in Quattro madri, contribuisce a risvegliare i sensi così da diventare parte della storia. Una storia tutta al femminile dove è il gentil sesso a essere protagonista con le sue debolezze, i suoi desideri, i suoi bisogni e, soprattutto, la sua determinazione, la sua forza; una forza straordinaria che le donne, in particolar modo le madri, posseggono e alla quale attingono giorno dopo giorno come si farebbe da una fonte inesauribile. Quattro madri è un romanzo appassionato, tenero e dolce; uno stupefacente esempio letterario che incoraggia le donne a non dimenticare che la loro forza non ha eguali ed è da sempre il sostegno dell’umanità.

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Recensioni

Rebecca West negli interni de La famiglia Aubrey (Recensione)

Un mondo in continuo divenire è quello dipinto da Rebecca West ne La famiglia Aubrey, romanzo familiare e di formazione in uscita per la Fazi Editore il 5 luglio. Uno scritto che rispecchia l’animo poliedrico di un’autrice multiforme, scrittrice di romanzi e critica letteraria ribelle come il personaggio di Henrik Ibsen dal quale trasse il suo pseudonimo. Una storia che prevede un viaggio nasce da una partenza. In casa Aubrey c’è subbuglio, un trasloco è in atto, e la malinconia insieme al prezioso mobilio guarda in dissolvenza le figurine femminee della casa, dirette alla loro nuova vita a Lovegrove. Il loro futuro è un tuffo nel passato, tra la natura che aveva visto crescere il padre di famiglia, figura maschile più assente che mai tra le pagine di Rebecca West. Fin dal principio un alone di mistero incombe su questa partenza, su un futuro più che mai economicamente incerto. L’allontanamento progressivo dalla caotica e ingombrante presenza delle cose della borghesia intrise di esperienza di vita, conduce i protagonisti in un mondo di atavico splendore, lontano dal pettegolezzo, velato di fantasie e di fantasmi. La vita familiare degli Aubrey è «attraversata da correnti di preferenze e avversioni, perdono e risentimento». La voce parlante è quella della piccola Rose, una bambina perspicace, le cui spine non si ritraggono quando si tratta di confabulare con la sorella Mary della maggiore, Cordelia. Le avversioni nascono dal sentimento della cacofonia. La casa degli Aubrey è una melodia in perpetua composizione, che non concede, soprattutto sotto il vigile e severo controllo paterno, errori di esecuzione. Cordelia non sembra avere doti musicali agli occhi delle sue sorelle e di sua madre, pianista eccellente e acuta conoscitrice della musica. Anime diverse convivono sotto lo stesso tetto in questa famiglia nata dall’immaginario di Rebecca West. Anche nell’assenza di spensieratezza dovuta allo sradicamento da un mondo conosciuto, il senso del gioco permane, frutto inevitabile dell’innocenza dei bambini. «Riuscivamo a capire che papà avesse un reale interesse nei nostri confronti, e noi nei suoi, poiché appartenevamo alla stessa famiglia. E riuscivamo a capire che la mamma avesse un altro tipo di interesse nei nostri confronti, che noi ricambiavamo pienamente. Ma non riuscivamo a capire come mamma e papà fossero così importanti l’uno per l’altra, visto che non erano imparentati». La delicata descrizione del quotidiano costella le pagine de La famiglia Aubrey, seguendo l’elegante figura di una madre spesso sola e la loquacità dei suoi quattro figli, «la dolcezza tiepida del latte e miele». Fanciullezza ed età adulta ne La famiglia Aubrey di Rebecca West Lo stesso mondo degli adulti rivela increspature e incertezze, è messo in discussione dagli occhi dell’infanzia. «La amavo. Tuttavia mi rendevo conto che la trappola dell’essere adulti l’aveva fatta inciampare, e ora era legata a terra, a contorcersi senza via d’uscita». Le personalità non sono mai ben definite, a cavallo tra la consapevolezza del sé e il timore di un futuro incerto. La realtà messa a punto da Rebecca West è una sinestesia tra suoni e colori. […]

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