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Eroica Fenice

La Tag: Fazi Editore contiene 60 articoli

Libri

Il fiume della colpa di Wilkie Collins per Fazi Editore (Recensione)

Se la fama di Wilkie Collins (1824-1889), autore inglese, è legata principalmente ai suoi romanzi polizieschi e all’invenzione ne La pietra di Luna del fair-play, ossia l’opportunità data al lettore di sciogliere le fila del mistero attraverso gli indizi che lo scrittore dissemina sapientemente ed oculatamente nel testo, è da considerarsi ammirevole la scelta editoriale della casa editrice Fazi di riprodurre una nuova edizione non dei gialli che lo hanno reso celebre ma di altre opere forse meno visitate, che svelano un’accurata attenzione dell’autore, amico di Dickens, per le dinamiche sociali. È evidente infatti in questo romanzo il legame con l’autore del grande romanzo sociale inglese – verso le classi sociali ed i rapporti tra queste, al centro della trama de Il fiume della colpa, che racconta il ritorno del giovane ereditiero Gerard Roylake in patria in seguito alla morte del padre, dopo anni di forzata lontananza dalla sua famiglia e dai suoi possedimenti in Inghilterra, e della sua attrazione per la bella, ma ben più umile, Cristel, la figlia del mugnaio della sua tenuta, che ridesta nell’uomo dolci ricordi d’infanzia e al contempo un’inarrestabile passione. Il fiume della colpa: Wilkie Collins tra attenzione al sociale e mistero Fanciulle in pericolo, amori a prima vista, rigidi codici di comportamento, ferrea ed inflessibile moralità, padroni e servi, duelli e rivalità amorose: nel romanzo di Wilkie Collins ritroviamo tutti gli elementi della narrativa inglese ottocentesca, volta a disegnare con tratto preciso e sicuro e da un’ottica realista la società contemporanea. È il denaro a stabilire il peso e la rispettabilità di un uomo nelle campagne dell’Inghilterra vittoriana, che a tratti ricorda quella dipinta da Jane Austen. Se ne accorgerà ben presto il giovane Mr. Roylake, cresciuto ed educato in Germania, secondo un codice sociale meno rigido ed opprimente, notando con crescente stupore il peso del suo nome ed il modo in cui questo influisca nei rapporti con gli altri, al punto da impedirgli di frequentare il mugnaio e la sua incantevole figlia senza incorrere nelle chiacchiere e nel disappunto degli abitanti del villaggio. Consiste in questo la colpa, espiata nelle lunghe passeggiate lungo il tetro fiume che collega la tenuta al mulino: amare è una colpa laddove l’oggetto dell’amore non è quello previsto dalle aspettative sociali, che avrebbero voluto il giovane Mr. Roylake legato ad una donna del suo rango, quella designata per lui dalla famiglia.  È proprio l’incontro con Cristel che porterà Gerard ad imbattersi in un uomo affascinante e misterioso, il cui nome è sconosciuto a tutti: noto piuttosto come “L’Inquilino“, l’uomo è ospite del mulino, è sordo, infido e fin troppo interessato a nascondere la sua identità e la sua storia. La sua presenza inquieta e preoccupa la giovane, verso la quale l’uomo ha sviluppato un’insana ossessione, che mette la donna in una posizione di pericolo, ma ancor di più Mr. Roylake, percepito dal misterioso Inquilino come un pericoloso rivale in grado di portargli via l’unico sollievo alle sue sofferenze. Qui Wilkie Collins, attraverso la voce di Gerard, che […]

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Libri

“Il cadavere ingombrante” di Léo Malet: recensione

Il cadavere ingombrante dello scrittore francese Léo Malet (titolo originale del libro: “L’envahissant cadavre de la plaine Monceau”) è stato recentemente ripubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi Editore, nella collana Darkside. La casa editrice, che ha pubblicato per i suoi tipi nel corrente mese di luglio il testo, ha riproposto al lettore la traduzione dal francese a cura di Giuseppe Pallavicini. Léo Malet e le indagini di Nestor Burma Léo Malet, scrittore del XX secolo, è considerato, insieme a Georges Simenon e André Hélèna, uno degli esponenti più importanti del genere letterario poliziesco francese. Vicino, negli anni ’30 del 1900, al movimento del Surrealismo e a Salvador Dalì e a Jacques Prevert, si rivolse poi al genere del romanzo poliziesco: nel 1943, tratteggiò con la sua penna i caratteri del personaggio di Nestor Burma, l’investigatore privato protagonista, anche de Il cadavere ingombrante-  Le sue storie vengono scelte come partenza per trasposizioni cinematografiche e televisive, in serie poliziesche: le indagini di Nestor Burma, infatti, non sono scritte solo per la trama de Il cadavere ingombrante, bensì fanno parte di una serie di romanzi iniziata nel 1943 con il testo 120, rue de la Gare (tradotto poi in Italia negli anni ’90 del 1990) e completatasi nel 1959 proprio con Il cadavere ingombrante. Autore, inoltre, di una “trilogia nera” e di altri romanzi, Léo Malet fu insignito nel 1948 del Gran Prix de littérature policière (premio annuale assegnato a quello che viene considerato dalla giuria il miglior libro francese giallo pubblicato in quello stesso anno) e nel 1958 del Gran Prix de l’Humour noir, premio letterario che viene riconosciuto a Malet per la serie I nuovi misteri di Parigi (serie, fra l’altro, incentrata sulle indagini di Nestor Burma scritte fra il 1954 e il 1959) in cui, in ognuna di queste indagini, l’azione principale è svolta in una diversa circoscrizione municipale di Parigi. Leo Malet, Nestor Burma e Il cadavere ingombrante: il libro Lo stile singolare di Malet emerge anche attraverso una semplicità sintattica spesso telegrafica, che potrebbe avere, nelle intenzioni, lo scopo di riflettere anche attraverso questa particolare “libertà” dell’uso dell’interpunzione le azioni spesso tese e nervose dei protagonisti: spesso i lunghi respiri sono dedicati alle descrizioni di ambienti o scene mentre per i dialoghi e le riflessioni particolari, l’andamento si fa più spezzato. Il testo inizia con una telefonata: una donna chiama Burma per affidargli un incarico ma, arrivato nella sua casa, l’investigatore trova due cadaveri: quello della donna che l’aveva contattato e quello di suo marito. La polizia sembra aver chiuso subito – e frettolosamente – il caso, mentre Burma continua le proprie indagini scoprendo delle verità “ingombranti”: il caso, dunque, non è da considerarsi chiuso e l’investigatore privato inizia a scendere – e a sprofondare come in una spirale vorticosa – in un groviglio di vizio e corruzione, di inganni, collere e tradimenti. Il caso è stordente e intricatissimo, ma pian piano i fili vengono sbrogliati e la matassa dipanata. Léo Malet: un consiglio per i lettori […]

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Libri

Quattro madri, un romanzo di Shifra Horn sul coraggio delle donne sole

Fazi Editore, dopo aver tradotto e pubblicato alcune delle sue opere, propone l’ultima edizione del primo romanzo della famosa e pluripremiata autrice israeliana Shifra Horn, Quattro madri. Ambientato a Gerusalemme, il romanzo segue le vicende di quattro generazioni di donne appartenenti alla stessa famiglia. La storia, narrata da Amal, inizia dal racconto della sua nascita, avvenuta nel 1948 nel letto di ottone della bisnonna Sarah, per poi procedere a ritroso nel tempo. È così che il lettore fa la conoscenza di Mazal, la capostipite e madre di Sarah, che allevò da sola la figlia dopo averla fatta nascere quando era poco più che una ragazzina. Ed è con lei che comincia la maledizione di queste donne così diverse l’una dall’altra ma destinate, dopo l’arrivo di una femmina nella loro casa, a essere abbandonate dai mariti. Questa stessa sorte, infatti, tocca a Sarah – la più bella tra le donne di Gerusalemme – che con i suoi lunghi capelli dorati seduce chiunque la veda ed è capace di curare gli altri oltre che occuparsi da sola dei figli. Pnina Mazal, la sua secondogenita, riesce a comunicare con i suoi interlocutori in qualsiasi lingua le parlino; mentre, la figlia Gheula, dai capelli rossi, ribelle e selvaggia come una volpe, è un avvocato che dedica la propria vita ad aiutare i diseredati. Quattro madri : la forza è donna Shifra Horn incanta grazie a una prosa che scorre in maniera ritmata e senza interruzioni sotto gli occhi dei lettori. Le sue parole e ciò che evocano dipingono nella mente immagini e lasciano percepire odori e sensazioni difficili da dimenticare. Dall’acqua di rose di Sarah – il vero fulcro su cui poggia il passato e il presente delle donne della sua famiglia – al sapore dei frutti del suo gelso, dal rituale per la purificazione nel mikveh ai colori e ai suoni di una Gerusalemme lontana; tutto, in Quattro madri, contribuisce a risvegliare i sensi così da diventare parte della storia. Una storia tutta al femminile dove è il gentil sesso a essere protagonista con le sue debolezze, i suoi desideri, i suoi bisogni e, soprattutto, la sua determinazione, la sua forza; una forza straordinaria che le donne, in particolar modo le madri, posseggono e alla quale attingono giorno dopo giorno come si farebbe da una fonte inesauribile. Quattro madri è un romanzo appassionato, tenero e dolce; uno stupefacente esempio letterario che incoraggia le donne a non dimenticare che la loro forza non ha eguali ed è da sempre il sostegno dell’umanità.

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Recensioni

Rebecca West negli interni de La famiglia Aubrey (Recensione)

Un mondo in continuo divenire è quello dipinto da Rebecca West ne La famiglia Aubrey, romanzo familiare e di formazione in uscita per la Fazi Editore il 5 luglio. Uno scritto che rispecchia l’animo poliedrico di un’autrice multiforme, scrittrice di romanzi e critica letteraria ribelle come il personaggio di Henrik Ibsen dal quale trasse il suo pseudonimo. Una storia che prevede un viaggio nasce da una partenza. In casa Aubrey c’è subbuglio, un trasloco è in atto, e la malinconia insieme al prezioso mobilio guarda in dissolvenza le figurine femminee della casa, dirette alla loro nuova vita a Lovegrove. Il loro futuro è un tuffo nel passato, tra la natura che aveva visto crescere il padre di famiglia, figura maschile più assente che mai tra le pagine di Rebecca West. Fin dal principio un alone di mistero incombe su questa partenza, su un futuro più che mai economicamente incerto. L’allontanamento progressivo dalla caotica e ingombrante presenza delle cose della borghesia intrise di esperienza di vita, conduce i protagonisti in un mondo di atavico splendore, lontano dal pettegolezzo, velato di fantasie e di fantasmi. La vita familiare degli Aubrey è «attraversata da correnti di preferenze e avversioni, perdono e risentimento». La voce parlante è quella della piccola Rose, una bambina perspicace, le cui spine non si ritraggono quando si tratta di confabulare con la sorella Mary della maggiore, Cordelia. Le avversioni nascono dal sentimento della cacofonia. La casa degli Aubrey è una melodia in perpetua composizione, che non concede, soprattutto sotto il vigile e severo controllo paterno, errori di esecuzione. Cordelia non sembra avere doti musicali agli occhi delle sue sorelle e di sua madre, pianista eccellente e acuta conoscitrice della musica. Anime diverse convivono sotto lo stesso tetto in questa famiglia nata dall’immaginario di Rebecca West. Anche nell’assenza di spensieratezza dovuta allo sradicamento da un mondo conosciuto, il senso del gioco permane, frutto inevitabile dell’innocenza dei bambini. «Riuscivamo a capire che papà avesse un reale interesse nei nostri confronti, e noi nei suoi, poiché appartenevamo alla stessa famiglia. E riuscivamo a capire che la mamma avesse un altro tipo di interesse nei nostri confronti, che noi ricambiavamo pienamente. Ma non riuscivamo a capire come mamma e papà fossero così importanti l’uno per l’altra, visto che non erano imparentati». La delicata descrizione del quotidiano costella le pagine de La famiglia Aubrey, seguendo l’elegante figura di una madre spesso sola e la loquacità dei suoi quattro figli, «la dolcezza tiepida del latte e miele». Fanciullezza ed età adulta ne La famiglia Aubrey di Rebecca West Lo stesso mondo degli adulti rivela increspature e incertezze, è messo in discussione dagli occhi dell’infanzia. «La amavo. Tuttavia mi rendevo conto che la trappola dell’essere adulti l’aveva fatta inciampare, e ora era legata a terra, a contorcersi senza via d’uscita». Le personalità non sono mai ben definite, a cavallo tra la consapevolezza del sé e il timore di un futuro incerto. La realtà messa a punto da Rebecca West è una sinestesia tra suoni e colori. […]

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Recensioni

Daniel Deronda, George Eliot alla ricerca della morale

Daniel Deronda è l’ultimo romanzo dell’autrice britannica George Eliot (pseudonimo di Mary Anne Evans). Ambientato nell’epoca vittoriana, il copioso testo (circa 800 pagine) intreccia le storie di Daniel Deronda e Gwendolen Harleth con lo scopo di dare un senso alla ricerca morale nella vita delle persone. Tra ironia e dissacrazione il libro approfondisce il tema del sionismo e dell’appartenenza alla società e allo Stato. Fazi Editore ci consegna una nuova edizione del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1876, grazie alla traduzione di Sabrina Terziani.   Due spiriti perduti si incamminano verso la verità dell’esistenza Negli otto libri di Daniel Deronda, suddivisi in settanta capitoli, l’autrice britannica ci racconta di ambienti statici, magnifici da contemplare ma destabilizzanti per l’affermazione della propria esistenza. Deronda e Gwendolen sono due giovani annoiati dalla vita. Daniel è un generoso e ricco pupillo. Egli è l’eroe delle pagine ma scopriremo solo alla fine del romanzo qual è la sua qualità di eroe. Gwendolen è una nobile che conduce le proprie giornate nell’albagia e nel tedio. Vive per compiacere sua madre ma dentro di se sente emergere un senso di insoddisfazione che non le concede tregua. La disperata infelicità dei due protagonisti diventa un’espressione unica nel momento del loro incontro in terra franca. I due sono fuggiti dalle loro responsabilità e la condivisione del comune stato d’animo gli consentirà di fare luce sui dubbi che offuscano il percorso da seguire. Daniel si metterà alla ricerca delle proprie origini mentre Gwendolen scoprirà che il ruolo di una nobile donna non è solo quello di moglie e accompagnatrice. L’amore non è un sentimento primario all’interno del testo, è piuttosto un pensiero laterale, un contorno che dà sapore alle pagine, un desiderio nella mente labile di Gwendolen, una certezza nelle decisioni di Deronda.   Sionismo e decostruzione della società. Daniel Deronda è un romanzo pungente Le storie narrate da Eliot e intrecciate affinché il lettore si appassioni alle vicende dei protagonisti sono solo la cornice di un contesto morale. Lo scopo del romanzo è far riflettere sulla condizione umana che troppo spesso si sente allontanata dalle proprie origini e dall’identità culturale. La comunità ebraica verso cui si affaccia Deronda è contrapposta a quella aristocratica inglese dove il vizio e l’inettitudine sono capisaldi della morale. L’altruismo, la fratellanza e lo spirito libero, invece, sono le caratteristiche principali del popolo Ebraico che è sgretolato e sparso lungo gli angoli della Terra. Deronda, infatti, si rende conto che la sua insoddisfazione verso la nobiltà di cui fa parte nasce proprio a causa delle origini che egli stesso ignora. Tra religione, cabala e accenni di esoterismo il romanzo si colloca tra i più irriverenti della sua epoca.

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Libri

Thomas Hardy torna con “Sotto gli alberi”, l’idillio della campagna inglese

Thomas Hardy e il suo capolavoro nascosto: Sotto gli alberi Torna in libreria con la Fazi Editore Sotto gli alberi di Thomas Hardy nella collana Le strade. Hardy non ha bisogno di presentazioni: grandissimo autore dell’Ottocento inglese divenuto un classico grazie ai suoi capolavori come Tess dei d’Uberville e Jude l’Oscuro, rappresenta un must per i lettori che vogliono definirsi conoscitori della letteratura inglese. Sotto gli alberi, con Thomas Hardy nella campagna inglese Scritto nel 1892 e revisionato fino al 1912, il romanzo è ambientato nella campagna inglese, l’azione scandita dalle quattro stagioni, dall’inverno fino all’autunno, e narra della storia d’amore tra Dick e Fancy. Il primo è figlio di un carrettiere e suonatore di violino, la seconda è l’affascinante direttrice del collegio di Mellstock. Alle vicende amorose dei due si intrecciano le vicende del coro della parrocchia di Mellstock, la cui sopravvivenza è seriamente minacciata dall’introduzione di un organo meccanico fortemente voluto dal vicario. Hardy ci proietta subito in un mondo quasi incantato, in cui l’ombra degli alberi culla dolcemente il lettore trasportandolo in mezzo alle radure, tra le fronde dei boschi che si vestono e si svestono di foglie. È un paesaggio ameno quello che ci si prospetta davanti agli occhi, e ci si sente riempiti dalla felicità campagnola plasmata sulla gioia delle piccole cose, come il gusto del miele fresco appena estratto o del sidro che accompagna le sere d’inverno particolarmente rigide. Tra un sentiero e l’altro vediamo affaccendati i due protagonisti, i quali sono ancora troppo giovani per riconoscere fin da subito i palpiti dell’amore, ma che a poco a poco scoprono l’uno nell’altro una fonte di felicità inaspettata e insperata, non tuttavia impermeabile alle minacce esterne. Un acquerello dalle tinte chiare che tuttavia è leggermente sporcato dalla consapevolezza che il progresso e il futuro invadono anche i luoghi più nascosti e la natura più caparbia a resistere: così le vicende del coro vengono viste soprattutto come esempio di resilienza al tempo che fugge e non lascia scampo a chi non riesce a tenere il passo giusto. L’acerrima lotta tra l’organo meccanico e il palpito vitale dei cuori che compongono il coro è assunta a dicotomia universale nella metafora tra progresso e anacronistica chiusura, tra passato e futuro. Con uno stile inconfondibile e unico, Sotto gli alberi si posiziona con gran merito tra i capolavori di Thomas Hardy tuttavia messi in secondo piano rispetto alle opere più famose e conosciute. Attingendo alla tradizione umoristica inglese, caratterizzata da sottili ironie e sorrisi a denti stretti, Hardy non delude le alte aspettative del lettore. Thomas Hardy, i romanzi

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Libri

Michael Dobbs, “Il giorno dei Lord” edito da Fazi (Recensione)

Michael Dobbs torna con Il giorno dei Lord. Lo abbiamo recensito! Michael Dobbs nasce nel 1948, ed è uno scrittore e politico britannico; dal 2010 è membro della Camera dei Lord. È autore di una trilogia a sfondo politico incentrata intorno a Francis Urquhart (House of Cards, To Play the King e The Final Cut), da cui è stata tratta una serie televisiva della Bbc e, successivamente, di Netflix. Il giorno dei Lord è il suo ultimo capolavoro, pubblicato il 7 giugno scorso, edito da Fazi Editore. Il libro è definibile un vero e proprio thriller politico, con protagonisti umani e quindi perfettamente credibili. Il giorno dei Lord, la trama del romanzo di Michael Dobbs Una volta all’anno, le persone più importanti d’Inghilterra si riuniscono tutte insieme in una stanza. La regina Elisabetta e il principe ereditario Carlo, il Primo Ministro, giudici, vescovi, leader spirituali e temporali. Vi sono anche le prime generazioni, tra queste abbiamo il figlio del primo ministro britannico e il figlio della presidente USA. L’occasione è data dalla cerimonia d’apertura del Parlamento, l’evento-cerimonia di Stato più rilevante dell’anno, un accadimento che affonda le sue radici nella storia dell’Inghilterra; infatti, quattrocento anni prima, nella stessa occasione, Guy Fawkes aveva cercato di far saltare in aria tutti i presenti. Ora è il turno di un nuovo gruppo di congiurati, stranieri, i quali decidono di prendere d’assalto la Camera dei Lord. Per un giorno intero, ben ventiquattr’ore di accesa tensione, le congiunture di carattere politico-diplomatiche si intrecciano a quelle di natura personale e verranno tutti presi in ostaggio: i terroristi terranno sotto scacco una nazione e il mondo intero, il tutto in diretta tv. Ma dovranno fare i conti con Harry Jones, parlamentare ed ex militare pluridecorato in crisi matrimoniale, noto sia per il suo innato coraggio sia per la sua capacità di indispettire i superiori per eccesso di intraprendenza. Tutto ciò si svolge in uno scenario sconcertante e verosimile al tempo stesso, che si conclude con un sorprendente colpo di scena. Il giorno dei Lord, temi e stile La narrazione è coinvolgente e avvincente al tempo stesso; i personaggi sono ben delineati, infatti grazie anche al tessuto narrativo ben compatto, e al contempo semplice, si riesce dopo poche pagine quasi a prevenire quanto accade, sempre però con una forte tensione, che non smette mai di sorprendere. C’è una forte uniformità espressiva, infatti si ha la sensazione che dietro all’autore vi sia un intero mondo, in un “gioco” di incubo e premonizione. Lo sfondo in cui si snoda l’intera vicenda è quello di una società che annebbia positivamente tutto ciò che possa esistere, persone, cose, strutture, strade. La non chiarezza, il non sapere cosa stia per accadere e la forte tensione sono tutte caratteristiche proprie della letteratura horror, genere al quale appartiene il romanzo. Esiste un pensiero spaventoso che genera minaccia o paura, intese come rottura degli schemi nei quali si vive quotidianamente. Dunque, la letteratura horror o dell’orrore si veste di una bidimensionalità che causa ribrezzo, paura, ma non […]

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Absence. L’altro volto del cielo: il secondo capitolo della saga di Chiara Panzuti

La Fazi editore (nella collana Lanya) pubblica il secondo episodio della trilogia Absence dal titolo “L’altro volto del cielo”, che fa seguito al  “Il gioco dei quattro”(2017), primo capitolo della saga, già recensito da Eroica Fenice. La trilogia, scritta da Chiara Panzuti, vede come protagonista Faith, una ragazza di sedici anni, dal carattere forte e volitivo che, da un giorno all’altro, per ragioni misteriose, perde la sua identità. Semplicemente scompare. La sua scomparsa non è però indice di “mancanza”: Faith per il mondo non è mai esistita. E quindi anche per sua madre che sta per dare alla luce la sua sorellina. Faith scoprirà ben presto di avere dei compagni di sventura, Jared, Christabel e Scott ai quali, come è accaduto a lei, è stato somministrato il siero NH1 che porta alla perdita dell’identità. Si troveranno, loro malgrado, ad essere pedine di un gioco più grande di loro, le cui fila sono tenute da un Uomo in nero che li porta a viaggiare da un lato all’altro del mondo per ragioni misteriose. In questo nuovo capitolo, Faith, Jared, Christabel e Scott diventeranno una vera famiglia: quest’esperienza li sta cambiando profondamente e forse non sono più così sicuri di voler tornare alla loro vecchia vita; ciononostante continuano a lottare ogni giorno, seguendo le istruzioni di questo strano gioco di cui fanno parte, per poter esistere di nuovo; il siero NH1  ha degli effetti collaterali che li indebolisce nel corpo e nella mente e a farne le spese sarà soprattutto Christabel. Quest’illusionista che ha creato questo gioco, ha voluto sperimentare questo siero su tre gruppi diversi chiamati Alfa, Beta e Gamma (di cui fa parte Faith) che devono fronteggiarsi per tornare a vivere. Niente però è chiaro, le regole di questo gioco crudele non le conosce nessuno. Absence: la trilogia Il romanzo è scritto con un linguaggio fluido e leggero e fa parte di un genere che è una via di mezzo tra un thriller psicologico e il genere fantascientifico. Sicuramente la trama rimanda ad una riflessione su una tematica che contraddistingue il mondo contemporaneo e che è appunto, la questione dell’identità. Il mondo virtuale svolge ormai un ruolo rilevante nel nostro quotidiano, a partire dai social, ai giochi di ruolo…ma cosa accadrebbe se, all’improvviso, diventassimo invisibili? E se nessuno si ricordasse più di noi? La giovane scrittrice Chiara Panzuti scrive proprio di questo. Faith è una ragazza come tante, in piena crisi adolescenziale che di colpo si trova catapultata in una realtà diversa, diventando l’”eroina” di un gioco di ruolo, del quale non conosce le regole né i giocatori. Ma nella vita “reale” non accade proprio questo? Come facciamo a sapere se quello che noi chiamiamo “normalità” non è in realtà anch’esso un mega gioco, del quale di fatto non conosciamo né regole né tantomeno il suo deus ex machina?  Attendiamo con curiosità il terzo ed ultimo capitolo della saga.  

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Turbine di Juli Zeh, Fazi Editore pubblica il bestseller tedesco

Turbine di Juli Zeh, il romanzo bestseller in Germania Juli Zeh ha esordito nel 2005 con il romanzo Aquile e angeli e da allora si è mostrata una scrittrice prolifera e versatile: vanta numerose pubblicazioni di diversi generi (si ricordano Gioco da ragazzi, Il silenzio è un rumore, Corpus delicti, per citarne alcuni), la più recente è Turbine, bestseller tedesco nel 2016 ed edita quest’anno da Fazi Editore. Turbine di Juli Zeh, la trama in breve Unterleuten, un paese vicino Berlino, è l’ambientazione del romanzo. Un villaggio fatto di poche persone, retto da una società semi anarchica e lontano dal caos, dalla politica, dal resto del mondo, ignaro dell’esterno e ignorato da esso. È proprio per l’esigenza di prendere le distanze da tutti che Gerard, insieme alla moglie Jule e alla figlia di pochi mesi Sophie, decide di trasferirvisi, senza sapere «che ci si può sentire stretti persino in un paese di duecento abitanti». I due, che si trovano in un momento poco idilliaco della loro vita insieme, vedono devastata la tranquillità del posto da colui che chiamano la bestia, Shaller, un meccanico che inquina l’aria bruciando rottami e pneumatici. In una villa poco distante si sono trasferiti da poco la bella Linda, appassionata di cavalli, e il fidanzato Frederik, amante dei videogiochi. Attorno alle vite dei protagonisti, e dei tantissimi altri personaggi presentati, ruotano le vicende di Kron e Gombrowski, la cui inimicizia risale a tempo addietro. Su questo scenario si inserisce il periodo storico del socialismo e della campagna di collettivizzazione del Novecento.  Turbine: una lettura impegnativa, ma scorrevole Turbine è una lettura impegnativa, non soltanto per la lunghezza del romanzo, ma anche per la storia raccontata, ma Juli Zeh, attraverso uno stile fluido, è riuscita a conquistarmi pagina dopo pagina portandomi ad una conclusione inaspettata che, per un po’, mi ha lasciato l’amaro in bocca. La scrittrice ci presenta tutti i personaggi poco per volta, e lo fa in maniera dettagliata, così che il lettore abbia un quadro completo di ognuno. Eppure nonostante quella completezza, l’intrico di rabbia, odio, segreti che provengono da un passato lontanissimo, sono venuti fuori poco alla volta. Unterleuten, quel villaggio presentato, almeno nelle prime pagine, come un luogo idilliaco, crolla sotto il “turbine” della violenza, e con esso anche i suoi abitanti. E la descrizione placida dell’ambientazione sopisce sempre di più, fino a diventare fosca e ombrosa, fino a prendere consapevolezza che «l’unica libertà che resta è quella di opporsi, per essere responsabili almeno della propria infelicità».      

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Quello che rimane di Paula Fox edito da Fazi Editore

“Quello che rimane“, edito per la categoria “Narrativa Straniera“, è un’ulteriore tassello del puzzle di pubblicazioni che la casa editrice Fazi Edizioni ha elaborato per le opere della scrittrice statunitense Paula Fox. “Quello che rimane” di Paula Fox, il mito dei miti Bastano pochissime pagine, le prime, di questo lavoro testuale di Paula Fox per far saltare alla mente un vecchio mito greco, forse, uno dei più vecchi in assoluto, ovvero il mito del vaso di Pandora. Per chi avesse un momentaneo vuoto, Pandora, creatura dal corpo di donna resa bellissima e pericolosa dalla collaborazione degli dei dell’Olimpo, i quali le avevano fatto ognuno dono di una eccezionale qualità, venne mandata da Zeus, nel tentativo di proseguire la punizione del titano Prometeo, colpevole di aver rubato a questi il fuoco e averlo donato agli uomini. Sarà lei ad aprire il vaso, regalatole da Zeus stesso con l’ammonizione di non aprirlo mai, e a liberare quelle disgrazie e quei mali che, fino a quell’istante, erano stati sconosciuti all’uomo. Il vaso donato dagli dei a Pandora come il gatto che appare appena per una manciata di pagine iniziali, che è, per sacrosanto diritto acquisito, diretto co-protagonista dell’opera intera, pigmalione dell’evoluzione dei fatti e della storia e della vita di qualcuno. Non un uomo, questa volta ma, in maniera ancor più affascinante, un piccolo animale che in qualche modo sconvolge l’esistenze di un’altra donna, una borghese dell’America di fine anni settanta, la vita di Sophie Bentwood, rea di aver soltanto provato a darle un pò di latte, impietosita dal suo vagabondare. Il vaso si è aperto e gradualmente ne escono fuori tutti i mali finora ignoti ai signori Bentwood. Tutto comincia con un graffio, un semplice, piccolo, seppure potenzialmente letale, taglio sulla pelle che a volerlo guardare attentamente, con cura, apre la visuale su quello squarcio di gran lunga più oneroso che è la sistematica vita dei Bentwood, dei loro amici e della società americana della loro contemporaneità. Se infetta è la ferita, e quindi letale, di sicuro di meno non può esserlo per conseguenze diretta la vita e l’esistenza di chi la ferita la porta addosso. Ambientato in una realtà assolutamente collocabile e tangibile, l’opera di Paula Fox tocca dei picchi di puro surrealismo, dove due persone, i Bentwood, abitano lo stesso spazio, condividono lo stesso tetto e consumano il medesimo cibo, eppure sono così vicini e così lontani da non ricordarsi che, persino, il più piccolo e innocuo taglio può rivelarsi letale. Pagina dopo pagina, evento dopo evento, questa distopica e surreale coppia, sembra più che consumare la loro vita, quella di qualcun’altro, di qualcuno a loro accanto, magari di sopra o di lato, ma mai, mai veramente vicino.

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