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Eroica Fenice

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Classico Contemporaneo, le Scimmie Nude riscoprono l’Iliade

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò Una campana tibetana. Il rullo di tamburi si fa fragoroso mentre prende vita un coro di voci. Il suo canto sale e arriva l’infausto presagio. Īlĭŏn sarà presto testimone di una atroce guerra che porterà con sé sventure, lutti e sofferenza. Si apre così, Iliade, spettacolo della compagnia milanese Scimmie Nude, che apre Classico Contemporaneo, una rassegna teatrale che da martedì 8 agosto a domenica 27 vedrà avvicendarsi attualizzazioni di opere classiche. Location d’eccellenza, il chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, i cui porticati sentiranno risuonare l’eco di grandi tragedie del passato ma anche omaggi a capolavori a noi più vicini, come “Mettiteve a fa l’ammore cu mme” di Scarpetta o “Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame. Le Scimmie Nude riscoprono l’Iliade Su una scenografia neutra, fondale perfetto per l’ottimo disegno luci, i corpi dei giovani attori, le lori voci e gli strumenti presenti sul palco sono riusciti a creare una atmosfera vivida ed immersiva, nella quale dipanare l’intricato gomitolo di Omero con i giusti tempi e con una efficace scelta degli episodi da raccontare.  Non ci sono ruoli fissi sulla scena e questo accelera notevolmente la narrazione, che non ha soste ed è un continuo quanto piacevole fluire di azione coreografata, alternanza e accostamento di tonalità canore e musicali diverse. Il migliaio di versi scelti risultano, così, sufficienti ad inquadrare le tematiche e il pathos del poema che, attraverso il linguaggio teatrale, ha assunto sfumature ancor più drammatiche. Nulla è stato lasciato al caso in questo lavoro corale d’indagine (regia di Gaddo Bagnoli), in cui le Scimmie Nude hanno saputo restituire al pubblico contemporaneo, spesso disinteressato ai classici latini e greci; una Iliade quindi non banale, non stereotipata ma ricca di contrasti e sfumature, estremamente fisica e appassionata. Tram, tra classico contemporaneo e ritratti d’arte Da Edipo Re all’Antigone, passando per Medeae e Cyrano, la rassegna organizzata dal TRAM, con la direzione artistica di Gianmarco Cesario e Mirko Di Martino, ci terrà compagnia fino al 27 agosto. Sarà uno spettacolo dedicato a Eduardo a chiudere il sipario sulla venti giorni, alla quale subentrerà, dal 29 agosto,  la terza edizione del festival Vissi D’Arte – Il teatro racconta i pittori. Per info e prenotazioni: http://www.teatrotram.it/categoria-prodotto/classico-2017/ (Classico Contemporaneo) http://www.teatrotram.it/categoria-prodotto/vissidarte-2017/ (Vissi D’Arte)

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Food

Terrazza Maresca Restaurant, arte e tradizione brillano a Capri

Bellezza. Cura per i dettagli. Bianco predominante come nel resto dell’incantevole isola di Capri, quasi a richiamare un glorioso passato e ad abbracciare le menti in un’atmosfera ellenica. Delle rose sospese a mezz’aria sui tavoli ad imprevedibili cadenze donano i propri petali al tempo, posandosi sui tessuti sottostanti. Sono questi i primi elementi che catturano di Terrazza Maresca Restaurant, nuovo polo d’eccellenza della cucina italiana che nasce da un’idea dell’imprenditrice Antonella Tizzano, in collaborazione con lo chef Corrado Parisi. Si tratta di un progetto che propone un’esperienza culinaria unica la quale, unita all’interior design di lusso, offre all’esclusivo pubblico di Capri una cucina gourmet inusuale, controcorrente, ma che ammicca dovutamente alla tradizione. Nel menù non mancano eccellenti proposte di mare e di terra, con un’attenzione particolare rivolta alla qualità, nonché alla valorizzazione della tecnica e dei piatti italiani che miscelano semplicità e legame con il territorio. Su una delle più belle terrazze di Capri, all’esterno del Relais Maresca, lo chef Parisi, nato in Sicilia, cresciuto in Germania e con un’esperienza e una formazione internazionale, porta le tradizioni culinarie del “Regno delle due Sicilie” sull’isola azzurra. “È stata complicità al primo sguardo con Antonella, un incontro fortuito che ha portato alla nascita di questo nuovo concept restaurant. Siamo pronti per proporre, su questa straordinaria isola, un’esperienza culinaria unica e che difficilmente si potrà trovare altrove”, riferisce Parisi. Terrazza Maresca Restaurant, sinergie e creatività Con una significativa presenza in questo settore da lungo tempo, e con due ristoranti a Cannes e in Costa Azzurra, Antonella Tizzano ha incontrato Parisi durante la kermesse gastronomica “Festa a Vico”. Dall’unione di queste due vive creatività, è nato il progetto del nuovo ristorante gourmet. Tutte le materie prime utilizzate sono a km 0, provenienti dal territorio, l’ispirazione della cucina resta prevalentemente mediterranea ma con una forte influenza sicula, che accarezza il palato confermandosi nella propria ricercatezza ed alta qualità. Nulla di ciò che viene servito resta oggetto di minor attenzione: dall’eccellente lavorazione e lievitazione del pane, all’accuratezza degli assaggi di mousse di tonno guarnita con fragole, fino alla freschezza di ostriche, ricci e frutti di mare, tutto stupisce facendosi accompagnare da notevoli taglieri di salumi e formaggi di primissima scelta. Lo chef Parisi, a conclusione dell’accogliente serata di inaugurazione, offre al proprio pubblico un coinvolgente show cooking nel quale mostra la preparazione del delicato dolce con panna e frutti di bosco che verrà poi servito. In una delle più incantevoli isole del mondo, una nuova eccellenza rende orgogliosa l’Italia e offre indimenticabili delizie che non deluderanno alcun ospite.  

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Recensioni

Cecità, José Saramago al Teatro Nuovo di Napoli

«Probabilmente solo in un mondo di ciechi, le cose saranno veramente ciò che sono.» In una città mai nominata si scatena improvvisamente un morbo che colpisce gradualmente tutti gli abitanti – tranne la moglie del dottore – che si ritrovano privati del più importante tra i sensi: la vista. La popolazione viene reclusa, per contenere l’epidemia, in vari edifici, tra cui un manicomio, sotto la stretta osservazione dell’esercito, che maltratta e intimorisce i malcapitati, arrivando a far mancare loro gli approvvigionamenti di cibo. Questo scatena una divisione ulteriore tra i gruppi che, anziché collaborare, si fanno guerra. Questa è, in breve, la trama di uno dei capolavori di José Saramago, “Cecità”, portato in scena ieri, in una versione riadattata e ridotta, al Teatro Nuovo di Napoli. La giovane compagnia Bella ‘mbriana, capitanata da Andrea Lucchetta ed Enrica Naldi, ha scelto di non stravolgere il testo, cercando, invece, di accentuarne i punti di forza drammatica. Centrale, nel romanzo come nello spettacolo, è senza dubbio il tema dell’indifferenza, un velo di Maya che avvolge la società, soffocandone i rapporti, sviliti dalla mancanza di un reale interesse, di una reale empatia verso l’altro. La cecità si erge così a simbolo di questa mancanza di pathos e diventa un mezzo per ritrovare – seppur nel buio – quantomeno il lume della ragione. Privati del loro nome e identificati soltanto tramite espressioni impersonali, i personaggi della vicenda si muoveranno in una ragnatela a passi incerti, fino a quando non saranno in grado di capire che, solo essendo solidali gli uni con gli altri, solo tenendosi per mano, si può uscirne vivi. Cecità e buio dell’anima «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono.» Due file di letti con coperte da campo e una serie di trame rosse compongono una scenografia atta a ricreare il senso di oppressione che attanaglia un gruppo di persone che, da un giorno all’altro, devono condividere non solo quella stanza, ma anche la sventura. Interessante è stata la scelta di non utilizzare tutto il testo di José Saramago ma solo la prima parte. E ciò ha come più tangibile conseguenza che lo spettacolo sia decisamente più cupo, nel suo insieme, rispetto all’opera da cui è tratto che, nelle battute finali, offre una sorte di redenzione, una seconda chance ai ciechi. La sua prematura interruzione dimostra l’acume del regista che si è circondato di una compagnia di attori veramente valida, che ha saputo, senza sbavature di sorta, emozionare il pubblico in sala. Applausi fragorosi hanno fatto da eco alla chiusura piéce e premiato uno spettacolo che, con rispetto e carattere, ha omaggiato uno dei romanzi migliori del ‘900. —————————————————— Venerdì 30 Giugno e Sabato 1 Luglio ore 20:30 TEATRO NUOVO La compagnia Bella ‘mbriana presenta: CECITÀ Di José Saramago Attori: Francesca Hasson, Francesco Serpico, Claudia Napolitano ,Andrea Lucchetta, Andrea Mazzarella, Alessia Thomas, Raffaele Cosentino, Sara Coppola, Sissy Brandi, Massimiliano Fiore, Federica Botta, Andrea Riolo, Davide Dioguardi, Alessandro Palatucci Riadattamento e regia: Andrea Lucchetta Assistenza […]

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Interviste emergenti

Mann’aggia, intervista a Manuela Moreno

Venerdì scorso a piazza San Domenico una coppia ha praticato sesso orale davanti ad un gruppo di curiosi. Ne sono testimonianza alcuni selfie e un video, diventato virale, che hanno dato, come prevedibile, il la alle solite, inutili ed estremamente sterili polemiche. Polemiche da cui sono sorte considerazioni, ancora più avvilenti, sul degrado morale che affligge la città partenopea – «Oh, perché perché nessuno pensa ai bambini?, avrebbe esclamato la moglie del reverendo Lovejoy dei Simpson» – e sull’incompetenza delle forze dell’ordine. C’è chi, però, ha saputo leggere con ironia ed intelligenza tutta la vicenda. Manuela Moreno, giovane disegnatrice per passione, ha pubblicato, infatti, una vignetta che in poche ore ha fatto il giro del web. L’abbiamo intervistata. Come nasce Mann’aggia e quanta “urgenza artistica” c’è dietro? Diciamo che è un po’ difficile risalire ai miei primi “disegni” (metto le virgolette perché non mi ritengo propriamente una cima, nel contesto artistico). Ricordo che già al liceo avevo l’abitudine di fare piccole illustrazioni sulle mie freddure –pessime, davvero – e su pensieri anche meno ironici. Mann’aggia effettivamente nasce proprio così, dalla voglia di comunicare. Forse con la matita in mano mi sento più a mio agio, insomma, è sempre andata così! Poi qualche tempo fa vari amici mi hanno spronata ad aprire una pagina per raccogliere le mie opere,  e mi sono buttata. L’urgenza è effettivamente il motore di tutto questo: c’è bisogno di dimenticare di star proponendo ad un pubblico i miei pensieri nero su bianco, visto che spesso sono piuttosto imbarazzanti. Nel disegno e nei testi hai un autore di riferimento? In realtà no, ma apprezzo molto sia il fumetto italiano che straniero. Credo sia impossibile restare totalmente avulsi da ciò che si vede e si legge, sicuramente ci sarà qualche chiara influenza nelle mie vignette; io però cerco, al contrario, di non prendere troppo spunto da lavori d’altri. Effettivamente non credo nemmeno che sarei in grado di reggere meccanismi umoristici che non mi appartengono: tempo fa postai anche un disegno in cui manifestavo un’evidente crisi dovuta al fatto di non avere un “personaggio di battaglia”, cosa necessaria per portare avanti un progetto duraturo e che caratterizza molti fumettisti importanti. Mi sa che è arrivato il momento di sceglierne uno, mannaggia… La tua vignetta sta spopolando in questi giorni. Ma tu cosa ne pensi di quanto accaduto a san Domenico Maggiore? Io? Beh, spero emerga in parte dalla vignetta stessa. È vergognosa l’ondata d’odio piovuta su quei due ragazzi. È vero, sono responsabili di un atto indubbiamente forte e controverso, ma non hanno –di fatto- danneggiato nessuno. In questi giorni invece ho sentito e letto cose agghiaccianti, molte persone reinstallerebbero le gogne al centro delle piazze, se potessero. Ho assistito ad un vero e proprio linciaggio mediatico. Ci sono sicuramente motivi più seri per indignarsi così tanto e chiedere giustizia, ci sono una marea ragioni più intelligenti per armarsi di parole spietate. Vista l’assurdità di quello che è successo, proprio stavolta magari sarebbe il caso di non lapidare nessuno […]

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In attesa di giudizio, un processo al processo

«Che cos’è la verità?» Nessuno rispose a Pilato. Su questo silenzio e su tutto ciò che ne consegue indaga Roberto Andò nel suo ultimo spettacolo, “È una commedia? È una tragedia?/ In attesa di giudizio”, andato in scena ieri 17 giugno nella storica cornice del Maschio Angioino di Napoli. Dopo la disamina sulla modernità di Cristina Comencini in Tempi Nuovi, il Napoli Teatro Festival propone una piéce fortemente carismatica, che mira ad aprire un dialogo sui significanti e sui significati che l’uomo ha attribuito alla giurisprudenza. E sceglie di farlo a partire dalla rilettura di uno dei più famosi racconti di Thomas Bernhard e de Il mistero del processo, raccolta di saggi di Salvatore Satta. Questo comporta che lo spettacolo – installazione sia diviso in due parti, che si susseguono tra loro senza che, però, il fil rouge venga divelto. Anzi, la sensazione che si ha è quella di una naturale continuità tra i due atti che trovano nell’inseguirsi di riflessioni del giurista (Fausto Russo Alesi) un forte punto di raccordo. La sua analisi parte da due assunti fondamentali: il mondo intero è un’unica giurisprudenza e una galera, il processo non ha alcuno scopo. Di quest’ultimo, infatti, “(…) non si dica, per carità, che ha come scopo l’attuazione della legge, o la difesa del diritto soggettivo, o la punizione del reo, e nemmeno la giustizia o la ricerca della verità: se ciò fosse vero sarebbe assolutamente incomprensibile la sentenza ingiusta, e la stessa forza del giudicato, che copre, assai più che la terra, gli errori dei giudici”. In attesa di giudizio e il presepe rovesciato Uno degli elementi più interessanti dello spettacolo è senza dubbio la scenografia di Antonio Esposito e Alfonso Raiola. Essa si presenta come una enorme istallazione in cui scene di delitti, colte nel momento che precede il misfatto, sono disposte sotto lo sguardo impietoso di giudici e affiancate ad importanti personaggi storici, come Socrate o Voltarie. In questo presepe rovesciato, manifesto dell’efferatezza insita nell’animo umano, si muove l’ingranaggio drammaturgico che, nella sua complessità, regala numerosi spunti di riflessione. Uno di questi è il rapporto tra ferino e umano, esemplificata dalla danza del gorilla sotto le note di Gaber – che vedeva la giustizia come una macchina infernale – e lo scontro dialettico tra Gesù e Pilato che, come detto pocanzi, riassume l’incapacità delle società umane di trovare un corrispettivo legislativo al concetto di verità. In attesa… dello spettacolo! L’inaspettata pioggia ha ritardato notevolmente – circa di un’ora e un quarto – l’inizio dello spettacolo e causato un forte malumore tra un gruppo di spettatori che, data l’inefficace e a tratti contraddittoria comunicazione, ha lasciato prematuramente il Maschio Angioino. Un vero peccato, dato ciò che poi “In attesa di giudizio”, nel suo realistico ma cinico ritratto della condizione umana, avrebbe regalato ai presenti. È UNA COMMEDIA? È UNA TRAGEDIA? di Thomas Bernhard con Fausto Russo Alesi, Giovanni Esposito vocalist Simona Severini e con (in o.a.) Margherita Romeo, Giuseppe Russo regia Roberto Andò IN ATTESA DI GIUDIZIO di Roberto Andò da Il mistero del processo di Salvatore Satta (edizione Adelphi) Maschio […]

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“Perfetti sconosciuti”, i “biodinamici” alla Galleria Toledo

Paolo Genovese con il suo “Perfetti Sconosciuti” ha immortalato con lucidità e disincanto il ruolo che oramai gli smartphone hanno nella nostra vita: quello di scatola nera. Tradimenti, bugie, speranze, frustrazioni, tutto rimane intrappolato nei megabyte di quelle fantastiche diavolerie, che sono rifugio e diario di spesso inconfessabili peccati. E cosa succederebbe se, per sua sola sera, ogni messaggio e ogni chiamata fosse alla mercé dei convitati? Proprio a questa domanda cerca di dare una risposta il regista romano in uno dei migliori film italiani – secondo solo a “La pazza gioia” – degli ultimi 5 anni. Un film che nelle sue dinamiche, dialoghi e scenografie è quasi una piecé teatrale su pellicola. Lo hanno capito bene i giovanissimi “biodinamici” che ieri ne hanno portato in scena, al teatro Galleria Toledo, una riproposizione ridotta ma non edulcorata. Il loro “Perfetti sconosciuti” non ha, quindi, grandissime differenze con l’originale. Perfetti sconosciuti: una cena senza segreti La scenografia e il disegno luci sono essenzialmente un pretesto per mettere le tre coppie di amici (Eva e Rocco – Cosimo e Bianca – Lele e Carlotta) e Peppe (Andrea Lucchetta) ad un tavolo, in una “cena dei cretini 2.0” dove, tra prime portate e dolce, ci sarà uno piccolo ma significativo spaccato degli italiani d’oggi. Italiani ancora restii ad accettare l’omosessualità ma avvezzi all’adulterio e all’insoddisfazione cronica che li porta ad instaurare relazioni virtuali con sconosciuti per sentirsi ancora vivi, ancora giovani. E questo, si traduce, dal punto di vista teatrale, in una necessaria alchimia tra gli attori che devono saper essere credibili nel loro essere estremamente sinceri. E questo ieri sera è emerso con la giusta prepotenza. I ragazzi della compagnia, infatti, sono stati in grado di interpretare con carattere e disinvoltura dei ruoli non certo semplici. I personaggi sono tutt’altro che piatti e presentano, per di più, notevoli sfumature e almeno un lato oscuro che, messaggio dopo messaggio, verrà fuori. Ogni squillo ha quasi una funzione epifanica nell’economia drammaturgica ed è  utile a rendere la messa in scena brillante, mai banale, anzi, ricca di colpi di scena. I biodinamici, capitanati da Matteo De Luca e Sissy Brandi (aiuto regia -Federica Morra), sono, in definitiva, riusciti nell’ardua impresa di non far rimpiangere il film, hanno divertito e commosso una platea intera, dimostrando, nel contempo, di avere tutte le carte in regola per portare il loro talento in giro per l’Italia, così da non essere più “perfetti sconosciuti”. —————————————— Perfetti sconosciuti, Galleria Toledo Sabato 17 giugno alle 17.30 Con Eva Federica Morra, Francesco Serpico, Claudia Napolitano, Raffaele Cosentino, Sara Coppola, Matteo De Luca, Andrea Lucchetta e Sissy Brandi

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Recensioni

Otto lustri, Napoli negli occhi di Salvatore Farina

È stato presentato lunedì 12 giugno, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker 33, “Otto lustri”, romanzo d’esordio di Salvatore Farina. Edito da StreetLib, questa interessantissima opera prima racconta – attraverso i ricordi e i personaggi che hanno fatto parte della vita e della storia famigliare dell’autore – il novecento napoletano. Una prosa che è, quindi, testimonianza drammatica e mai edulcorata della realtà e delle sue vicende, con una particolare attenzione per i disagi sociali, per gli ultimi, quelli che di solito vengono dimenticati dalla Storia. Dopo la presentazione, orchestrata magistralmente dallo scrittore e giornalista Michele Marziani, abbiamo avuto l’occasione di scambiare, davanti ad un buon caffè, due chiacchiere con Salvatore. Salvatore Farina e “Otto lustri”: l’intervista Come mai il titolo “Otto lustri”? “Otto lustri” è la somma dei miei anni, cioè 40, e si lega al romanzo perché io sono presente, sono uno dei personaggi. “Otto lustri” è una saga famigliare, la saga della mia famiglia, nello specifico. E tutti i personaggi di cui racconto sono realmente esistiti.  Qual è il tuo rapporto con la città di Napoli? Noi siamo napoletani doc e il mio rapporto con la città, come scrivo nel primo capitolo del libro, è veramente straordinario. Anche il mio lavoro è decisamente legato al territorio. Io, infatti, lavoro nel turismo e mi occupo di gadget e souvenir.  C’è qualche personaggio in particolare a cui sei legato? Senza dubbio Luigi, un bambino che subisce una violenza carnale all’età di dieci anni. Quando diventerà uomo, si troverà ad avere una famiglia da mantenere, per un inganno della sua futura moglie. La sua storia si conclude con la malattia, la schizofrenia che lo cambierà completamente. Non sarà più lui da allora. Hai qualche autore di riferimento? Non sono un avido lettore, è tutta farina – da notare il gioco di parole – del mio sacco! Progetti futuri Ho altre due storie che mi piacerebbe raccontare e di cui ho iniziato la stesura. Una delle due è verissima e parla di un napoletano che ha fatto la guerra in Somalia negli anni 90′ e sente ancora il peso dei morti sulla coscienza, anche perché continua a vederli di notte, nel suo letto. È una vicenda molto particolare che non potevo lasciare nel cassetto.   

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Teatro

Omicidio al Castello, buona la prima dei Chevordì

Un castello nella campagna londinese, un misterioso maggiordomo, l’omicidio di un’anziana contessa, un investigatore e gli stravaganti indiziati. Il detective Mallory (Antonio Aliberto) ha riunito nel salone principale del castello Margareth Worthington, Greta Grüzenzmeyer, Harry Worthington, Ashton Piboty, i sospetti assassini della Contessa Worthington (Vittoria Imperatrice), ma un imprevisto cambierà le dinamiche dell’indagine. Questa è, in breve, la trama di Omicidio al Castello, spettacolo andato in scena domenica 11 giugno e che chiude la stagione del Teatro Immacolata. Ispirato liberamente a “Il Mistero dell’assassino misterioso” di Lillo e Greg, la commedia, seppur leggera e scanzonata, vanta un impianto drammaturgico complesso, soprattutto per l’innesto di intermezzi di metateatro. Caduta la quarta parete, infatti, gli spettatori hanno la possibilità – squisitamente pirandelliana – di ascoltare dialoghi, litigi e manie di protagonismo dei singoli attori che hanno organizzato quella messa in scena soltanto per accattivarsi la simpatia di un fantomatico produttore presente in sala. E proprio questo voler emergere genererà, nella parte conclusiva dello spettacolo, il collasso della veridicità scenica con conseguente accavallarsi di finali e monologhi. Nonostante l’oggettiva difficoltà della scrittura, che lasciava, tra l’altro, grande spazio all’improvvisazione,  la giovanissima compagnia dei “Chevordì” non ha deluso, dimostrando, nel complesso, un buon affiatamento e talento da vendere. Un Omicidio al Castello ben congegnato Il comparto scenografico, i costumi e il disegno luci, risultano efficaci e non presentano quella patina di amatorialità che spesso avvolge, rovinando, di fatto, spettacoli di questo genere. La regia di Antonio Aliberto è solida e ben curata, e tutti i ragazzi coinvolti hanno saputo dare vigore, vita e una sfumatura personale ai propri personaggi. La verve comica Carmen Abagnato e di Gianluca Schinardi, e il carisma di Chiara Primavera, Salvatore Di Vaio e Guido Formichella, hanno fatto il resto. Un Omicidio al Castello ben congegnato, non c’è che dire, condito al punto giusto di gag, equivoci e no sense che hanno divertito per quasi due ore un teatro praticamente sold – out. Un plauso va, quindi, a tutta la compagnia, con l’augurio di trovare presto nuovi e sempre più prestigiosi palcoscenici da calcare.

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Eventi/Mostre/Convegni

Tra violino e piano, il buio dell’anima alla Galleria Borbonica

La sirena. Piedi che si affrettano sulla precaria rampa di scale. Urla. Pianto. Terrore. La Galleria Borbonica durante il periodo bellico è stata rifugio e testimonianza del non senso che porta con sé la guerra. Un non senso coperto da spazzatura e detriti fin quando nel 2008, dopo interminabili lavori, che tuttora proseguono, fu riaperta al pubblico e restituita alla comunità grazie a Gianluca Minin ed Enzo De Luzio, che hanno anche fondato l’Associazione Borbonica Sotterranea. Ma al di là dei percorsi, tra cui spiccano quello “speleo” e quello “avventura” a bordo di una zattera, e delle attività pensate per le scuole, questo incredibile luogo, impregnato di vicende, aneddoti e racconti che si nascondono dietro ogni angolo, è diventato ora un importante polo di attrazione culturale. Spettacoli teatrali, rassegne jazz e mostre. Il tufo della Galleria Borbonica non trasuda solo storia ma anche di arte. Forse uno degli esempi più belli, proprio perché in estrema antitesi con cioè che è accaduto durante il secondo conflitto mondiale, è il concerto di violino e piano, andato in scena ieri sera. Dopo il sold-out registrato dai precedenti appuntamenti, la magica commistione di buio e musica ha nuovamente inebriato gli spettatori che, dopo una breve visita per gli ambienti simbolo della Galleria, sono stati accompagnati nella più grande cisterna, che privata della luce artificiale viene completamente inghiottita dalle tenebre. Qui il violino di Edo Notarloberti e il pianoforte di Martina Nolli si sono inseguiti, alternati, presi per mano, suscitando un caleidoscopico vortice emotivo che ha travolto i presenti, i quali, dopo i selfie di rito, si sono trattenuti – degustando una Falanghina offerta dallo staff – per discutere dell’incredibile esperienza appena vissuta. Una esperienza difficile da raccontare perché estremamente intima e personale. Privati della vista, si rimane da soli, assaliti da pensieri, sensazioni e ricordi. La musica, in certi momenti, è una carezza, in altri, un pugno. E ciò che meglio esemplifica il viaggio emotivo a cui questo concerto conduce, sono le lacrime di gioia di una delle spettatrici, che echeggiavano nell’oscurità. Il concerto al buio alla Galleria Borbonica Concerto al Buio è frutto della simbiosi di Localemotions.com – piattaforma online finalizzata a mettere in contatto la domanda con l’offerta di esperienze – e Galleria Borbonica, un binomio che si sta dimostrando vincente, sia nei numeri che nei feedback estremamente positivi. Tutte e tre gli appuntamenti, infatti, sono stati premiati in termini di pubblico – anche ieri non c’erano sedie vuote – e hanno ricevuto commenti estremamente positivi sui social. Tra gli altri eventi che il portale propone segnaliamo anche: Esotismo sotto il Vesuvio, tour nella Napoli misteriosa,  Pompei a piedi, gita di 2 ore tra le rovine di questa affascinante città senza tempo, e Alla scoperta di Capri in barca, romantica escursione tra le grotte dell’isola blu. Prima del concerto, abbiamo avuto modo di raggiungere telefonicamente il dott. Buoncristiano, che ci ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:”Localemotions ringrazia Napoli per l’attenzione e la sensibilità dimostrata verso questa iniziativa originale del “Concerto al buio” che abbiamo voluto proporre per […]

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Food

Zzambù: gusto, qualità e parlesia

Pizza o hamburger? Ristorantino o pub? Questi sono i dilemmi che attanagliano ogni goloso quando c’è da organizzare una serata mangereccia, specialmente nel fine settimana. Una risposta cerca di darla Zzambù, nuovo tempio del gusto ubicato a Napoli sul lungomare Partenope al civico 9. Da Zzambù, nome quanto mai parlante: infatti non c’è bisogno di scegliere. C’è sia un assortimento di deliziose pizze, firmate Di Matteo, che una vasta di scelta di panini gourmet. Tutto questo in un locale affascinante, sospeso tra il moderno e il classico, intessuto di arte ma anche di tradizione. Il naming trae appunto ispirazione da quello che nasce come un linguaggio sottodialettale, usato dai musicisti partenopei fin dal ‘700: la Parlesia (da ricordare i testi di Pino Daniele nei quali ha inglobato termini di questa vera e propria lingua). L’ispirazione si intuisce anche da un progetto che anima uno dei piatti in menù: i fagioli alla Bungtbangt, omaggio al musicista e cantautore napoletano Maurizio Capone, fondatore del gruppo omonimo della pietanza, pioniere della “musica eco-sostenibile” e da sempre impegnato in laboratori (spesso svolti nelle carceri) attraverso i quali insegna ai partecipanti a costruire strumenti musicali con materiale riciclato. Difatti la ricetta di questi fagioli alla messicana è ottenuta da “ciò che resta” delle verdure di stagione e parte del ricavato delle vendita di questo piatto sarà devoluto ad un nuovo progetto di Maurizio. Zzambù tra Di Matteo e Penny Black Eccellenza riconosciuta e attribuita alla cucina napoletana sia in Italia che all’estero, la pizza è stata inglobata in questo progetto nella persona di Salvatore Di Matteo, noto pizzaiolo e friggitore napoletano, ultimo erede di una dinastia storica di pizzaioli, nata nel 1897 nella cinta urbana partenopea. Salvatore sceglie di affiancare Zzambù col suo nuovo format, incentrato sul racconto della tradizione della pizza napoletana, grazie ad un percorso fatto di evoluzione, attraverso la ricerca di prodotti di eccellenza legati al concetto di territorialità, che lo hanno gradatamente condotto ad un concept di pizza “gourmet”. Eccone qualche assaggio: la Marinara rustica con pomodoro del Piennolo, aglio dell’Ufita, origano di montagna e olio evo; la pizza fritta Essenzia con provolone del monaco, pomodoro del Piennolo, provola di latte vaccino e basilico; la pizza  Mon Amour con fior di latte, mousse di ricotta, radicchio rosso, zucchine grigliate e olio evo; la pizza Tonnarella con fior di latte, pomodorino Corbarino, crema di cipolle caramellate, tonnetto alletterato, olive taggiasche, formaggio pecorino e olio evo. Il progetto Zzambù è nato anche da un’idea di quattro professionisti napoletani che vantano esperienze e competenze in un altro apprezzato campo gastronomico: la Burgeria. Lo dimostrano le ricette dei panini in menù, ispirate a quelle che furono del Penny Black; eccone alcune: o Prufessorë (il posteggiatore) con hamburger di maialino nero Casertano, funghi porcini, caciocavallo irpino e salsa all’aglianico e noci; il panino Parlèsia con pulled pork, cheddar, insalata coleslow, salsa barbecue e cipolle croccanti nel filoncino all’olio; il Bacone (o’malament) con hamburger di scottona, melenzane a funghetto bianche, pomodorini gialli, scaglie di parmigiano e mousse di pesto al basilico. L’anteprima stampa: il menù Durante la presentazione ufficiale alla stampa abbiamo avuto il privilegio di assaggiare una degustazione di questi […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Erasmusland e Aperimondo: benvenuti a Napoli!

Immagina di trovarti per motivi di studio in una città straniera. Non conosci la lingua, le abitudini e le tradizioni. L’hai scelta per il suo fascino, per il mare, per la cultura, ma il primo impatto è stato devastante. I vicoli sono troppo stretti, i motorini e le macchine sfrecciano troppo veloci, gli orari dei corsi si accavallano, tutto pare inseguirsi senza mai raggiungersi. E tu sei solo. O forse no. C’è “Erasmusland”, associazione nata proprio con lo scopo di accogliere gli studenti fuori sede, organizzando  serate e progetti pensati per una loro più facile inclusione nel marasma partenopeo. Escursioni, eventi e da poco anche aperitivi multilingue, è enorme il parco di iniziative messo su da questi ragazzi. Esempio emblematico è senza dubbio “Aperimondo“. Varcate le porte dello stupendo NeapolitanTrips, si è subito travolti da sorrisi, spronati dall’atmosfera estremamente familiare a buttarsi nella mischia e imparare, conoscere, apprezzare altre culture ed idiomi. Ogni tavolo ha la sua bandierina, con ragazzi del relativo paese a guidare le discussioni, i giochi e le attività. La musica e le luci tenui fanno tutto il resto. Dopo la splendida serata, abbiamo fatto due chiacchiere con Alessandro Canetti, ideatore del progetto. Erasmusland: l’intervista Come e quando nasce “Erasmusland”? Erasmusland nasce circa 4 anni fa dallo sforzo congiunto di ragazzi ex Erasmus che hanno cercato di coniugare l’amore per il loro territorio, Napoli, con quella che era l’esigenza sempre maggiore di internazionalità della capitale partenopea; aiutare ospiti internazionali in mobilità a vivere la nostra città, che 5 anni fa, non è quella che conosciamo noi, appena uscita dall’emergenza rifiuti e gli innumerevoli problemi e disagi del passato. Inoltre sentivamo l’esigenza di dover connettere questo pubblico in passato ghettizzato con la comunità locale, i napoletani, popolo incredibile ed inimitabile; al contempo dare la possibilità di vedere come un internazionale vede la propria città e magari sensibilizzandoli su cose che appaiono come sottovalutate da chi vive Napoli tutti i giorni. Napoli è sempre più ambita dagli studenti stranieri, secondo voi, quali sono le motivazioni che li spingono verso la nostra città? Napoli è una città incredibile! Li attrae il fatto che sia diversa dai posti da cui vengono, Napoli è senza dubbio diversa da tutto. Recentemente sono stato in Germania e conoscendo una ragazza le ho parlato della città da cui venivo ed ho soggiunto: “la conosci?”; la sua risposta mi ha sorpreso: “ma scherzi?!?! Certo che conosco Napoli, è amazing!”. Questo 4 anni fa non accadeva e le persone non conoscevano Napoli o la conoscevano per delle brutte vicende! Ora l’aria sta cambiando e la nostra città si sta conquistando un posto nel palcoscenico turistico internazionale. Speriamo che la città sappia accogliere questa ondata di turismo nella maniera giusta. La città a livello attrattivo di storia arte e cultura ci mette il suo; il resto da fare spetta ai napoletani! Cos’è Aperimondo? Aperimondo è la trasposizione pratica di una delle nostre mission: creare un crocevia di culture e interessi. È un aperitivo in cui ognuno può sedere al tavolo della lingua […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Eye Contact Experiment: Castellammare si guarda negli occhi

Dopo l’incredibile successo delle quattro edizioni precedenti, torna a Napoli, a Castellammare di Stabia, l’eye contact experiment. Abbiamo intervistato Salvatore  Longobardi, uno degli organizzatori. Salvatore, ci spieghi cos’è e come nasce questo esperimento? L’Eye Contact Experiment è un esperimento sociale nato in Australia nel 2015 e ha il principale obiettivo di far connettere profondamente le persone tra loro, motivandole a superare le barriere dell’ansia, della paura e del pregiudizio, a guardare oltre ogni pesante apparenza. Grazie al contatto visivo è possibile riacquistare il linguaggio sottile e naturale che l’era moderna ci ha fatto ormai perdere: l’empatia. Praticandolo ci si rende, così, capaci di riconoscere infiniti stati d’animo, infiniti mondi di vari colori e non c’è bisogno di ulteriori parole per conoscersi meglio, risulterebbero superflue. Tu, prima di diventare un organizzatori, sei stato un semplice partecipante dell’evento. Che sensazioni hai provato? Beh, sono stato partecipante in ordine cronologico agli Eye Contact di Napoli, Portici e Sant’Antonio Abate, quest’ultimo organizzato da me e il mio grande amico Emanuel. Se dovessi elencare tutte le sensazioni che ho provato durante i vari eventi scriverei un libro, poiché per ogni persona vi sono state emozioni e sensazioni completamente diverse: potevi notare la rabbia accesa negli occhi di una madre che aveva perso il proprio figlio di pochi anni, la tristezza di un uomo che si era lasciato con la propria moglie, la gioia di un bambino, l’immensa tenerezza di alcune ragazze.. insomma, ogni persona riesce a donarti un qualcosa di unico, a seconda dei segni che la vita ha lasciato sulla sua anima. Hai qualche aneddoto da raccontare delle precedenti edizioni? L’aneddoto più bello che ricordo dell’Eye Contact, oltre ai tanti che ho fatto con la mia ex, nei quali mi sono profondamente commosso più e più volte, riguarda l’Eye Contact di Napoli del 20 dicembre 2015. Dopo quasi un’ora dall’inizio dell’evento mi si avvicina una ragazza, mora e alta, e iniziamo il contatto visivo. Ci stiamo talmente dentro che il tempo scorre veloce, attraversiamo tanti stati d’animo: un’ iniziale intesa inspiegabile, poi momenti di ilarità, poi la commozione e poi un ritorno a casa, la sensazione di esserci conosciuti da sempre, la tenerezza. Sono passati circa quaranta minuti, ci abbracciamo. Lei mi sussurra ‘Sei stato il mio più bel regalo oggi’, mi sorride e ci congediamo. Sono stato giorni e giorni a pensare e ricordare questo magico evento. È miracoloso come uno sguardo può donare tutto ciò. Ognuno merita di provare emozioni così forti. Spero vivamente che Castellammare si faccia trasportare dalla bellezza di questo evento e si lasci contagiare dalla gioia che le sue vibrazioni emanano. Guarda il nostro video sull’Eye Contact Experiment!

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Interviste

La Morte Rinata, intervista a Diego Maht

Sabato 6 e domenica 7 maggio, andrà in scena allo ZTN (Zona Teatro Naviganti) lo spettacolo La Morte Rinata, prima regia del giovanissimo Gennaro Esposito, in arte Diego Maht. Abbiamo scambiato due chiacchiere con lui. La domanda più difficile: chi è Diego Maht? Bella domanda. Diego Maht, a conti fatti, nemmeno esiste, quindi potrebbe essere chiunque. Dallo studente senza soldi ma pieno di talento o al vecchio navigatore, giunto, dopo tanti viaggi, ad assolute certezze e pronto a condividerle col mondo intero. Per ora, possiamo dire che è un giovane autore e regista che cerca di barcamenarsi in un realtà esistente da molto prima di lui e che, con tutta probabilità, resterà molto dopo. Come nasce la tua passione per il teatro? Ho sempre profondamente mal sopportato l’istituzione scolastica. Tra elementari e medie, ho collezionato tantissime assenze, troppe, e in quelle lunghe mattinate in solitaria passavo le ore davanti alla TV. Nella metà degli anni ’90, le reti private mandavano a ripetizione ogni tipo di opera o film di successo, soprattutto quelli partenopei. Sono letteralmente cresciuto con i classici di Eduardo De Filippo, con la mimica di Totò, con l’ironia della Smorfia di Decaro, Troisi e Arena e con l’estro di alcuni dei più grandi interpreti del novecento. Questo mi ha portato a scrutare quel mondo più in profondità e così ho “incontrato” Shakespeare, Beckett, Ibsen, Sofocle, Eschilo ecc ecc. Per anni, ho abbandonato il teatro e la sua realtà quasi del tutto, concentrandomi su altre forme artistiche. Poi, una sera, in tarda adolescenza, decisi di andare a vedere uno spettacolo con alcuni amici e si può tranquillamente dire che da quella sera non sono mai più tornato a casa. Parlaci de “La Morte Rinata” Molti descrivono le opere come “necessità”,  “La Morte Rinata” non si assume questo gravoso compito, né si prende tale responsabilità. È una possibilità, un ulteriore sguardo su ciò che la morte è per tutti noi, soprattutto in questa epoca moderna in cui i media ci bombardano di morti ammazzati a tal punto da renderci insensibili, e su come, nonostante l’avvento di molti filosofi e pensatori su di essa dai tempi greci, la maggior parte degli uomini sia ben lontana da una sua accettazione o da una degna convivenza con essa. Questa è la tua prima regia. Quali difficoltà hai incontrato nell’organizzazione di questo spettacolo? L’età è stato un ostacolo pesante, soprattutto all’inizio. In questo paese, si parla di “giovane autore” o “giovane regista” quando il tale ha compiuto più di quarant’anni al momento della lavorazione. Io, che secondo questa mentalità sono or ora uscito dall’utero materno, sono guardato con assoluto sospetto. Ma devo dire di aver avuto la fortuna di incontrare attori a dir poco fantastici, che hanno reso questo viaggio molto più facile e piacevole di quanto immaginassi. Molti dicono che il teatro è ormai morto: un tuo parere a riguardo.  Non posso esserne certo, non c’ero personalmente, ma credo in tutta sincerità che si sia cominciata a diffondere tale drammatica notizia sul teatro nel […]

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Libri

“Janare”: intervista a Rossana Lamberti e Tonino Scala

Il 20 aprile si è svolta, presso “L’officina”, la prima presentazione di “Janare”, libro scritto a 4 mani da Rossana Lamberti, avvocato e scrittrice, e Tonino Scala, giornalista. Alla presentazione, moderata da Laura Viggiano, hanno preso parte anche l’architetto Adele Di Maio, Patrizia Bruno, presidente di “Amnesia”, la scrittrice Angela Procaccini, e Stefania Spisto, presidente de “Il quaderno edizioni”. Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchere con i due autori: Come nasce questa collaborazione? R: L’idea del libro nasce seduti a tavolino in un bar della provincia salernitana. Ci stavamo confidando quando Tonino mi rivelò che stava scrivendo un libro sulle donne. Io stavo, nello stesso momento, facendo lo stesso. Dall’unione dei due lavori, epurati e sfrondati, è nato Janare. Questo è stato possibile, però,  data la profonda stima e amicizia che ci legava. T: Leggendo il libro può sembrare che la parte di Rossana sia un racconto storico quando, nella realtà dei fatti,è proprio il contrario perché lei parla di Medioevo come metafora dei tempi moderni. Io, invece, racconto dei pezzi di storia contemporanea e enfatizzo quanto ancora di medievale ci sia nella nostra società dove si considera la donna ancora una pertinenza dell’uomo. Chi sono oggi le janare? R: Sono tutte quelle che non riescono ad essere indipendenti ma non per propria volontà ma perché c’è qualcuno che le opprime. Sono quelle che riesco a ribellarsi ma vengono violentate, vengono sfregiate, picchiate, ammazzate. Quelle sono le janare. Da questo punto di vista, allora, è ancora in corso una caccia alle streghe? T: Purtroppo sì, è ancora in corso e lo sarà fino a quando non ci sarà una vera e propria educazione sentimentale nella nostra società. C’è ancora un gap tra uomo e donna nei tempi attuali anche se sulla carta non c’è. Progetti per il futuro? T: Non ci abbiamo ancora pensato. Questa prima presentazione depone molto bene e chissà, magari ci saranno altre collaborazioni.  ————————————————– Janare è disponibile su Amazon. Clicca qui per acquistarlo!

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Attualità

Corporea, il cuore di Città della Scienza torna a battere!

Il 4 marzo 2013 le fiamme avvolgevano uno dei patrimoni più preziosi della Campania: Città della Scienza. Esattamente quattro anni dopo, la cittadella napoletana della cultura si è finalmente scrollata di dosso cenere e scetticismi, si è rialzata, grazie anche ai 2 milioni di euro raccolti con le donazioni provenienti dalla comunità scientifica e dagli abitanti della città, ed è tornata a splendere. È stato inaugurato, infatti, Corporea che, con tre piani e le oltre 100 installazioni, è il più grande museo interattivo d’Europa. Informare divertendo, questa è stata sempre la missione di Città della Scienza. E il neonato progetto non poteva che seguire tale filosofia, proponendo una serie di installazioni, con relative attività. legate alla salute, alle scienze e alle tecnologie biomedicali e della prevenzione. Corporea, un museo interattivo! Corporea si presenta come un viaggio su tre livelli, in cui grandi e piccoli visitatori, attraverso giochi, esperimenti sensoriali e infografiche, potranno scoprire la straordinaria complessità del corpo umano, apparato dopo apparato. E non solo. Nelle 14 isole tematiche vi sono excursus e approfondimenti di storia della medicina, con uno sguardo al passato, ma anche al futuro, di genetica e di alimentazione. La chiarezza delle spiegazioni proposte – italiano, inglese e cinese sono le lingue disponibili – e gli elementi multimediali, oltre alla bravura e il carisma delle guide, sono sicuramente i punti forti di questo museo, che sfrutta con finalità didattiche le ultime scoperte tecnologiche, come la realtà virtuale e la robotica – sono, infatti, presenti uno stand con l’Htc Vive, con il quale è possibile simulare una passeggiata nel bosco, e un prototipo di robot in grado di imitare le espressioni del viso di chi lo guarda. Corporea: è solo l’inizio! Dopo Corporea, che nel primo weekend ha sfiorato i 3000 visitatori, ci sono altri ambiziosi progetti in cantiere. Il prossimo è previsto il 19 marzo quando sarà inaugurato il planetario 3d più grande d’Italia, che con un diametro di 20 metri, 120 posti a sedere, promette di proiettare i visitatori in una nuova dimensione, permettendo loro di esplorare l’universo in altissima definizione. Dalla ceneri, verso l’infinito, dunque. Questa è la splendida nuova realtà di Città della Scienza. Per informazioni e prenotazioni è possibile chiamare il Contact Center di Città della Scienza ([email protected]): +39 081.7352.258 Marcello Affuso

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Teatro

Compilescion, Peppe Iodice al Teatro Trianon Viviani

Si continua a ridere al Trianon Viviani! Dopo Una famiglia… quasi perfetta di Carlo Buccirosso, il teatro del popolo di Forcella ha accolto ieri sera la Compilescion comica di Peppe Iodice. Lo spettacolo si presenta come una raccolta dei migliori sketch della sua ventennale carriera, che vengono introdotti dal carismatico speaker ufficiale della SSC Napoli, Daniele “Decibel” Bellini. Due momenti musicali, coadiuvati dall’”Intellettwaller band” diretta da Gennaro Franco, il primo con Nuvoletta Lucarelli e il secondo con Nico e i suoi desideri, conferiscono allo show l’aspetto di un varietà della risata in cui Iodice è protagonista e mattatore assoluto. Il comico di Barra è solo in apparenza da solo sul palco. Il dialogo e l’interazione con il pubblico sono costanti e ciò gli permette un ampio margine di improvvisazione. L’empatia che riesce ad instaurare con gli spettatori è fondamentale per la riuscita dei suoi monologhi, assoli comici in cui si mescolano nostalgici ricordi, aspettative e acute osservazioni sulla società napoletana dei giorni nostri. I riferimenti all’attualità non mancano – il traffico di armi a San Giorgio a Cremano ne è un esempio – così come le critiche alle esasperazioni, ai tic e alle insulse fobie del nostro tempo. La più interessante è quella che il cabarettista fa al teatro d’oggi, visto come troppo chic e noioso per il pubblico che, il più delle volte, cerca soltanto momento di svago. Per questo, all’inizio del secondo atto, si nasconde tra la sua gente, tra le poltrone della platea e commenta annoiato l’esibizione intellettualoide di Pino L’Abbate. Questo scambio dialettico sintetizza in modo semplice ma efficace una delle motivazioni per cui le persone sono riluttanti verso gli spettacoli degli stabili. Compilescion, risate senza olio di palma Iodice aveva dichiarato ironicamente che il suo show teatrale si sarebbe basato su una «comicità biologica, senza contenuti tossici». Non ha mentito. L’ex Zelig si è dimostrato, anche in questo spettacolo, un cantore genuino dei paradossi della sua città, un comico in grado di enfatizzare senza mai stereotipare la napoletanità. Ed è per questo che Compilescion, probabilmente la sua miglior incarnazione fino ad ora, è stato premiato fin dalle prima battute con una meritatissima pioggia di applausi. ————————————————————– Per i biglietti consultare il sito del teatro teatrotrianon.org. Il botteghino del Trianon Viviani è aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 14:00 e dalle 15:00 alle 19:00. Per informazioni: tel. 081 2258285. Marcello Affuso

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Interviste emergenti

Giuseppe Cossentino, tra “Passioni Senza fine” e “Neapolis in Fabula”

Passione e talento. Dedizione e umiltà. Questo è Giuseppe Cossentino, autore e sceneggiatore napoletano, che si sta facendo lentamente strada nel mondo dello spettacolo. Nonostante la giovanissima età, Giuseppe può già contare su un palmares di tutto rispetto con collaborazioni eccellenti e un carico di idee innovative che lo condurranno sicuramente ad una brillante carriera..  La domanda più difficile: chi è Giuseppe Cossentino? È un modesto e semplice lavoratore dello spettacolo che cerca di  fare il suo mestiere di  autore e sceneggiatore, con correttezza, professionalità e tanti sacrifici.  Tessendo trame, come un artigiano delle parole che possano sempre di più  emozionare un pubblico sempre più vasto. Il mio lavoro non si ferma al web  alla radio o al cinema, ma ultimamente sto collaborando anche a progetti televisivi, teatrali e ad importanti pubblicazioni per case editrici. Ancora oggi studio alla Scuola Internazionale di Comics,  l’Accademia delle Arti figurative e digitali alla quale sono iscritto ed ho concluso il primo anno di corso di sceneggiatura per Media Entertainment con sceneggiatori dal calibro come Alessandro Bilotta, lo sceneggiatore del celeberrimo fumetto Dylan Dog,  Davide Aicardi, che ha firmato la sitcom  Camera Cafè e  Dario Carraturo, story editor della storica soap opera di Raitre Un posto al sole. Li studio anche giornalismo con Giuseppe Porcelli. Alla mia formazione si aggiunge anche un Workshop intensivo di sceneggiatura cinematografica con Heidrun Schleef, sceneggiatrice di punta nel panorama del cinema d’autore italiano che vanta una serie di copioni di successo e collaborazioni con alcuni dei migliori registi italiani: Gabriele Muccino, Nanni Moretti, Michele Soavi, Michele Placido per citarne alcuni. Come è nata la tua passione per la scrittura? Quanto i tuoi studi universitari hanno influito sul tuo percorso artistico? La passione per la scrittura è nata per caso quando mio fratello  Sante, di notte mi raccontava storie e l’ho coltivata nell’età dell’adolescenza nella quale ho sempre scritto su quaderni per poi passare al  computer. Mi incuriosiva e mi affascinava il fatto di creare o inventare storie soprattutto attraverso la  lunga serialità. Credo che è li che ti metti proprio in gioco costruendo col tempo la psicologia dei personaggi. È divertente… Faticoso… Ma lo sceneggiatore è il lavoro più bello del mondo.  E non lo cambierei con niente. Per quanto riguarda gli studi,  sono laureato in legge. Certo,  lo so,  non c’entra nulla la facoltà di Giurisprudenza in ambito artistico anche se mi ha dato un’ottima preparazione per un linguaggio più ricercato anche nella preparazione dei dialoghi di un copione. Mi ha dato l’opportunità di acquisire un linguaggio fluido e di arrivare a tutti. Parlaci di Neapolis in Fabula. “Neapolis in Fabula” è un grande programma radiofonico sulla città di Napoli,  del quale  con grande orgoglio sono l’autore del programma. In onda ogni sabato  dalle 17 alle 18 in replica la domenica dalle 10 alle 11 su Radio Amore i Migliori anni. I testi del programma che firmo prendono vita attraverso due conduttori di grande talento e professionalità come Francesco Palmieri e Stefania De Francesco. All’interno della trasmissione, […]

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